Marie Thérèse Ntumba Kabutakapua, in arte MariTé K, è un’artista italo-congolese ed è da poco uscito il suo secondo album Telling Stories: album pregno di umanità, amore e speranza per il futuro.
MariTé K, impegnata in prima linea nel sociale, parla ai giovani, il futuro della società, nella speranza che prendano coscienza di loro stessi, liberi da ogni forma di pregiudizio. Sono loro a poter cambiare il mondo e lavarlo da ogni tipo di male.

Abbiamo avuto il piacere di intervistarla e abbiamo cercato di capire insieme quale fosse il ruolo principale della musica.

MariTé K

Avere più radici culturali è una fortuna che non tutti comprendono. Permettono una visione del mondo più ampia e questo ti ha permesso di intendere la musica in modo diverso. Qual è il ruolo della musica nel sociale?

Si, avere più radici culturali aiuta a vedere il mondo e le differenti culture da diversi punti di vista, ci rende più vicini.

Credo fermamente che la musica sia uno dei mezzi più potenti per arrivare alle masse e per arrivare ai cuori di chi ascolta, senza dover necessariamente chiedersi a quale etnia si appartiene, a quale religione o a quale orientamento sessuale. In primis questo.

Per me la musica, è l’opportunità di poter dar voce e sostenere gli ultimi, gli “invisibili”; è un modo per poter ispirare i giovani e giovanissimi: loro hanno il potere di rendere migliore il mondo nel loro piccolo, ma anche realizzando grandi obiettivi, questo perché hanno menti più fresche e spesso libere da pregiudizi sociali.

La musica, mi ha permesso di riunire i “grandi” di diversi settori per sostenere le donne vittime di violenza sessuale usata come arma di guerra nella “Repubblica Democratica del Congo”, un progetto che seguo insieme a “Tam Tam D’Afrique Onlus”.

Nelle diverse edizioni di “Night for Women”, evento musicale organizzato periodicamente per raccogliere fondi in tal senso, abbiamo potuto far molto per sostenere donne rifiutate dalla società per via delle aberrazioni subite.
Ognuna di loro ha potuto studiare ed ognuna di loro ha avviato un piccolo commercio per sostenersi e per aiutare altre donne in difficoltà.

Copertina dell’album “Telling Stories”

Il tuo secondo album si intitola “Telling Stories”. Puoi spiegarci com’è nato?

Telling Stories è un insieme di tanti sentimenti. È un disco che ha richiesto molto lavoro soprattutto su me stessa, ho dovuto mettere l’anima a nudo. Come ogni mio disco, è nato di getto, nel momento in cui ti “siedi” con lo sguardo rivolto dentro di te e sei costretta a dirti la verità.

E così è stato: avevo voglia di un cambiamento personale, sentivo la necessità di voler crescere.

Mi sono guardata allo specchio ed ho perdonato me stessa per “errori” passati di valutazione, per il bene che spesso ho fatto mancare a me stessa: mi sono ringraziata per la donna e l’artista che ero ed ho sognato ad occhi aperti una famiglia, una strepitosa carriera, potendo essere d’ispirazione ai giovani.

All’interno del disco c’è anche “Salvami”, brano di Marco Giuliani, un autore pugliese molto sensibile: quando ho ascoltato il pezzo ho pensato che fosse per me;  mi stava come un vestito fatto su misura, ed avevo ragione: nel momento in cui ho ascoltato il disco finito, mi sono resa conto, infatti, che ogni brano era legato all’altro, proprio come un libro con tante storie importanti da raccontare.

Qual è stato il brano con il quale hai dovuto “combattere” di più, a livello di scrittura?

Ce ne sono tre: “Innocence” è stata un bell’avversario. Nasce da una chiacchierata con un amico mentre ci chiedevamo se il mondo fosse completamente marcio, se la nostra speranza di un mondo migliore e più “vicino” fosse un’utopia. Ci domandavamo se saremo stati fagocitati dalla rabbia, dalla mancanza di sensibilità di alcuni.

Dopo tutto questo chiacchierare, il giorno dopo è nata “Innocence”, brano difficile da registrare: ricordo che feci chiudere le tende del vetro che mi separava dal mio producer, Primiano Di Biase, per potermi concentrare al massimo! È uno dei brani a cui tengo maggiormente.

Poi c’è “Piccolo fiore”: ho dovuto combattere con i miei sentimenti di “bambina” cresciuta in un mondo dove io ero sempre “diversa”, ma fiera delle mie origini. Una volta cresciuta, tutto era cambiato, e l’avere una pigmentazione differente spaventava e a volte infastidiva qualcuno. 

Nel profondo c’è sempre stata, e ci sarà, la fierezza di essere parte di due grandissime culture: quella occidentale e quella africana.

In ultimo “Brother & Sister”, che parla di una delusione, di parole non dette o dette male, e di mancanza di coraggio e di capacità di amare realmente qualcuno.

Nel disco ci sono brani in inglese, in italiano e in ciluba. Qual è stato il processo creativo che ti ha fatto scegliere in che lingua comunicare per diffondere il messaggio di ogni canzone?

Semplicemente tutto è arrivato nella spontaneità più totale: credo che tutto sia nato dall’anima, che è l’unica a sapere quale linguaggio usare e perché. Canto in italiano affinché le seconde generazioni comprendano che sono una di loro, e che, anche avendo origini diverse, l’essere italiani ci accomuna tutti. 

Canto in inglese quando parlo di amore, di “soul”.

Ed il ciluba (una delle quattro lingue nazionali del Congo Rdc), perché è la lingua che mi avvicina al Gospel, e mi porta in altri mondi. 

MariTé K

Il linguaggio musicale del disco, invece, è un bellissimo Afro-soul che riesce ad equilibrare la componente emotiva del soul con i suoni e i ritmi africani. Quali sono i tuoi generi di riferimento e quali sono gli artisti con cui senti di avere un certo feeling?

Sono felice ti piaccia il linguaggio musicale del disco.

Sono cresciuta ascoltando ogni genere di black music: dal Reggae, al Blues, al Soul, al Funk, alle musiche tradizionali della mia terra d’origine; potrei dire che tutti i generi citati sono ciò a cui mi ispiro.

Sento di avere un grande feeling con Miriam Makeba, Harry Belafonte, Tracy Chapman, India Arie, Alicya Keys, Lalah Hathaway e tantissimi altri, non solo per la musica, ma anche per il loro grandissimo impegno nel sociale.

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Immagine di copertina: © MariTé K
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