Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Cristiano Godano, leader dei pionieri dell’indipendente italico, i Marlene Kuntz. L’occasione è stata l’evento capitolino del 14 febbraio al Contemporary Cluster, per la presentazione in salsa romana della sua opera prima, Nuotando nell’aria, edita da La Nave di Teseo. Non potevamo di certo perderci l’occasione di fargli qualche domanda, non solo relativa alla sua novella fatica letteraria, ma ovviamente anche in rapporto ai suoi Marlene, focus primario del suo libro e, al tempo stesso della sua stessa vita.

Contaminata forse da un’incontenibile emozione difficile da celare nel mio tono di voce e da qualche suo sonoro colpo di tosse, ecco a voi la nostra intervista, dal tratto informale quanto devoto, con il Cristiano Nazionale.

La copertina di “Nuotando nell’aria”, edito da La Nave di Teseo. © Contemporary Cluster / Ufficio Stampa Scarlett Matassi

Da dove nasce l’esigenza, a trent’anni di distanza dal vostro esordio, di rispolverare i primordi dei Marlene Kuntz, di andare a scandagliare oggi le origini e le matrici testuali e compositive di una band ormai affermatasi nel tempo come pioniera della nostra scena indipendente?

In realtà l’idea dalla quale è nato il libro, e che gli ha permesso di strutturarsi in questo modo, nasce da una contingenza di diversi fattori, da un’occasione: mi sono ad un certo punto imbattuto in Elisabetta Sgarbi, mentre ero ospite di un suo festival, la Milanesiana. Ciò risale a due anni fa, e da lì sono sostanzialmente nate delle chiacchiere che mi hanno portato a valutare l’ipotesi di fare un libro per la sua casa editrice, La Nave di Teseo, senza stare a spiegare o spiegarmi il perché. In definitiva, i fatti sono andati nel modo seguente: Elisabetta mi ha proposto inizialmente la stesura di un racconto a partire da una mia canzone, e non nego che questa fosse già un’idea che mi era balenata per la testa già diversi anni fa.
Mi è sembrata fin da subito una proposta fantastica, tanto che ho rilanciato cominciando a pensare di elaborarlo riguardo a diverse canzoni del bagaglio Marlene: da quel momento in avanti ho semplicemente immaginato di dover partire dall’inizio, pensando, quindi, che quest’opportunità di parlare delle mie canzoni potesse essere un obiettivo riguardante tutta la nostra produzione. Stando così le cose, ho pensato: se io davvero vorrò arrivare a realizzare questo progetto l’unico modo possibile è solo e soltanto quello di ripartire appunto dai primordi, focalizzandomi sui primi tre dischi perché il tempo era quello che era. Quando mi sono ritrovato a metà della stesura relativa al terzo disco (Ho ucciso paranoia, 1999) posso dire che fossi quasi arrivato alla frutta: avevo esaurito le energie per andare avanti, con trecentocinquanta pagine alle spalle. So benissimo che mi piacerebbe poi continuare questo discorso introdotto da Nuotando nell’aria, fare anche il quarto, poi il quinto, anche il sesto, il settimo, eccetera.

Cristiano Godano. © Contemporary Cluster / Ufficio Stampa Scarlett

Nel tuo libro notiamo esserci un fattore centrale nella crescita del Godano uomo ed artista: l’evolversi progressivo della tua consapevolezza personale. Tirando le somme, com’è cresciuto Cristiano in questo percorso, e come ciò ha impattato nel modus componendi dei suoi Marlene?

Beh, i Marlene Kuntz, volenti o nolenti, si sono sempre dovuti un pò adattare, adeguare alla mia poetica, qualsiasi essa sia. Questo perché i testi li ho sempre partoriti e scritti io, e hanno una loro importanza focale nell’immaginario dell’ammiratore dei Marlene Kunz. La centralità della mia figura a livello creativo, quindi, è sempre stata ben presente nella testa di noi tre, motivo per il quale era mossa obbligata per i miei compagni dovermi seguire. Nel mio immaginario personale, invece, sono andato nella direzione di questa mia esponenziale consapevolezza, come hai citato prima, e questo mi ha permesso di maneggiare la mia materia musicale e letteraria in modo adulto, filtrato dal raziocinio piuttosto che da una violenta urgenza espressiva.

Sono consapevole di ciò che faccio, quindi, quando lo faccio, questa consapevolezza interagisce a livello profondo con il mio processo creativo, mi inibisce dall’usare espressioni o parole banali, mi costringe a cercare di superarmi, o di non ripetermi. Spesso, perciò, il mio linguaggio si è fatto per certi versi pretenzioso: i miei testi, per essere compresi veramente, purtroppo, vanno letti. Questo perché contengono delle sottili implicazioni, dei sottintesi, dei sottotesti, che, ascoltando soltanto le parole, sfuggono inesorabili.  Ecco cosa rende, quindi, più complicata a livello globale la musica dei Marlene Kuntz, me ne rendo conto.

Cristiano Godano. © Contemporary Cluster / Ufficio Stampa Scarlett Matassi

Proprio in virtù dell’articolato processo di maturazione affrontato in questi 30 anni, ci siamo resi conto del frutto della vostra evoluzione: una miscela perfetta tra l’istintualità sonora quasi animale degli esordi e una raffinatezza stilistica con pochi pari. Abbiamo appena saputo, a partire, appunto, dalla trilogia sacra dei Marlene, come si articola il tuo processo creativo. Oggi, a cosa vi ha portato questa evoluzione? Quale mutazione sostanziale hanno subito nel corso degli anni i Marlene Kuntz?

I Marlene di oggi sono il prodotto di un percorso lungo, appunto, trent’anni. Abbiamo fatto la musica che potevamo fare nel momento in cui andavamo in sala prove, all’interno del nostro equilibrio del tutto peculiare. Il tutto, ovviamente, senza troppe sovrastrutture mentali, senza aver troppa paura dei primi Marlene, e mirando sempre alla condizione di non ripetersi mai, di sperimentare, innovarci, e migliorarci. Molti dei nostri fan, proprio per questa nostra forte intenzionalità di fondo, li abbiamo persi per strada, gente che afferma di non riconoscerci più, che riconosce come i veri Marlene solo quelli della nostra iniziale trilogia.

Stupidaggini. Noi siamo veri sempre, non abbiamo mai tradito la nostra autenticità. Penso, quindi, che il problema di questa percezione alterata nelle metamorfosi del nostro lavoro risieda proprio in questa nostra volontà di non piegarci mai verso il già detto, verso il già fatto in precedenza. Non siamo dei geni, ne siamo consapevoli: siamo giusto dei musicisti con qualche peculiarità espressiva e che, su questa, provano a scommettere.

Cristiano Godano unplugged al Contemporary Cluster di Roma. © Maria Chiara Cionfi

Nonostante la vostra permanenza ormai monolitica all’interno del panorama indipendente nostrano sia un dato di fatto, immaginiamo che, nel corso della vostra carriera, non siano mancate le zone d’ombra. Un esempio fra tutti potrebbe essere la lunga e sofferta gestazione della vostra terza fatica, Ho ucciso Paranoia. Quali sono stati i momenti più complessi, le paure, a partire della fase embrionale dei Marlene Kuntz?

All’epoca di Ho ucciso paranoia, nonostante la gestazione un pò lunga e le conseguenti apparenze a riguardo, eravamo davvero sull’onda di un crescente entusiasmo. Un momento in realtà di notevole destabilizzazione è stato per noi l’avvento di internet, con il conseguente sbandamento nel comprenderne le dinamiche ed accettare che la musica fosse destinata ad andare in quella direzione. È dura cominciare a pensare che i dischi stiano morendo, che tu, da artista, sei costretto a rinunciare ad una parte del tuo lavoro e del tuo guadagno, che nel caso nostro, non è di certo un guadagno da milionari, ma di semplici persone che lavorano onestamente. È stato difficile capire come combattere, come fare a sopperire a questa cosa: per nostra fortuna abbiamo capito molto in fretta come muoverci, avvertendo questo come un reale problema.  

Cristiano Godano unplugged al Contemporary Cluster di Roma. © Maria Chiara Cionfi

Molti dei nostri colleghi hanno provato all’epoca un forte entusiasmo, dal tratto un pò, ideologico, nei confronti della democratizzazione smodata concessa dalla rete, ma secondo me la rete, se vuole, può solo fotterci. Questo perché di democratico, lì dentro, c’è davvero molto poco, essendone peraltro oggi in balia perenne.
La difficoltà di cui parlavo, quindi, è reale ancora oggi: il punto è, e sembrerà una banalità, o diventare mainstream, oppure restare stoicamente nel brodo di quelli che non riescono e non vogliono diventarlo. Non c’è più la condizione mediana, non esistono più scale di grigi a riguardo, come dopotutto anche nell’ordine sociale mondiale. Insomma, era meglio quando c’erano i negozi di dischi e la gente andava a comprarli, ma mi rendo conto di quanto questo possa oggi essere un discorso desueto, visto che il tutto si è ridotto ad un discorso al limite del folkloristico, ad un atto di resistenza.

Cristiano Godano unplugged al Contemporary Cluster di Roma. © Maria Chiara Cionfi

Torniamo a fare un focus finale su Nuotando nell’aria: i capitoli che compongono il libro altro non sono che i titoli dei brani rispettivamente di Catartica, de Il Vile, e Ho ucciso paranoia, organizzati metodicamente in un ordine non solo cronologico, ma quasi filologico. Una full immersion in piena regola, insomma, nell’universo marleniano. Cosa si potrà aspettare, quindi, un lettore da questa tua scommessa letteraria, da questo venir trascinato a ritroso nel brodo primordiale dei Marlene Kuntz?

Il modo migliore per leggerlo sarebbe, ad ogni capitolo, far partire la riproduzione del brano corrispondente in anteprima alla lettura. Insomma, dare un primo ascolto alla canzone prima della lettura, leggere quello che ho scritto e far poi ripartire il pezzo, in modo da interiorizzare il tutto. Ascoltare, quindi, con la consapevolezza di aver colto quello che io avevo realmente da dire in quel testo, il vero prodotto finale di quella canzone con tutta l’intenzionalità in essa celata.

È stata per me questa una possibilità di svelare, eviscerare, il mio processo creativo: insomma, è portare il lettore nel vero e proprio backstage di questo mia personale elaborazione. Mi piace l’idea di poter condurre il lettore in questo spazio a lui ignoto. Se un lettore è interessato a capire i retroscena, certe magie, o certe difficoltà che compongono l’evoluzione artistica, questo è un libro che dovrebbe venire incontro a chi prova questo tipo di curiosità.

Cristiano Godano unplugged al Contemporary Cluster di Roma. © Maria Chiara Cionfi

Immagine di copertina: © Maria Chiara Cionfi
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