Tra i popoli che più sottostimano l’arte italiana c’è al primo posto il popolo italiano stesso. Questo è quello che testimonia il film su Palladio, architetto del 1500, diretto da Giacomo Gatti e distribuito da Magnitudo Film con Chili. Sfidiamo chiunque a sapere che nel 2010 il Congresso statunitense ha riconosciuto l’architetto veneto “padre dell’architettura americana”. Sono segnali che attestano il primato dell’arte italiana di cui anche le nostre istituzioni spesso si dimenticano.

https://www.palladiomuseum.org/exhibitions/PalladioAndHisLegacy1/press

Fin dai tempi di Goethe, quando nel Settecento scoppiò la moda del tour d’Europa dei rampolli di papà, la capacità artistica italiana è stata esaltata da chi italiano non era. Noi perseveriamo, al contrario, a percepire lo straordinario come ordinario. Puntiamo su settori dell’economia che non riguardano il nostro patrimonio culturale e personale, frustrandoci con innumerevoli insuccessi. Siamo come il piccolo anatroccolo che non si accorge fino alla fine della favola di essere destinato a diventare un magnifico cigno. Vogliamo essere ciò che non siamo occupando posizioni internazionali che non esaltano le nostre qualità, quelle stesse qualità che continuano, nonostante noi stessi, a renderci grandi agli occhi del mondo. Una bottiglia di Barolo in Cina costa centinaia di euro e delizia le tavole della classe dirigente, mentre il made in Italy esporta miliardi in termini di fatturato, ma le nostre istituzioni vorrebbero sconfessare l’iniziativa dei musei gratuiti la prima domenica del mese. D’altronde l’auto-sabotaggio lo pratichiamo persistentemente fin dai tempi dell’esilio di Dante. Eppure, probabilmente la genesi artistica italiana trova la sua ragione di vita precisamente in questa frustrazione, in questo perenne scontro tra artisti e istituzioni.

Desiderosi di acquisire nuovi punti di vista e di trovare risposte soddisfacenti, abbiamo intervistato il regista del film su Palladio che sarà disponibile nelle sale dal 20 al 23 maggio 2019. Il palladianesimo è una corrente artistica che ancora attira architetti del calibro di Eisenmann, autore del discusso Juden Denkmal di Berlino e che interviene all’interno del girato, e affascina teorici come Frampton.
L’arte italiana rimane effettivamente ancora un gioiello agli occhi di chi invidia la bellezza che le nostre menti sanno produrre? Fortunatamente sembra di sì, ma scopriamo come mai.

 

Salve Giacomo, innanzitutto vorremmo chiederti come è nato il progetto su cui hai lavorato.

Venni contattato dal Palladio Museum di Vicenza e dal suo direttore Lino Dainese per realizzare un promo per il pubblicizzare il museo. Il teaser andò molto bene, io ebbi l’opportunità di conoscere Palladio e iniziammo ad immaginare, io e Francesco Invernizzi (produttore del docufilm), un progetto che raccontasse il cinema d’architettura e gli architetti di oggi. Il teaser venne distribuito da Magnitudo e iniziammo solo allora a mettere sul tavolo una serie di riflessioni su un ipotetico progetto futuro. Nel 2015 capimmo che taglio narrativo dare al girato: non volevamo fare il classico film in costume né la solita intervista a mezzo busto. Venivamo entrambi da esperienze maturate con Sky, io con il film su Michelangelo, in cui avevo applicato la ricostruzione d’epoca. Volevamo proporre una nuova linea editoriale realizzando un film girato al presente dove si parlasse dell’eredità di Palladio di cui ancora oggi possiamo godere. Il risultato è un gran coro di voci che interpretano loro stesse raccontando di sé e della loro personale concezione di Palladio. Da questo punto di partenza si sono intessute storie parallele che ruotano attorno a Villa Saraceno, opera che è considerata minore tra quelle dell’architetto veneto. Realizzare un progetto del genere a un livello alto è stato molto difficile ed è frutto di un investimento importante.

https://www.palladiomuseum.org/exhibitions/PalladioAndHisLegacy1/press

Villa Pisani ©Pino Guidolotti

Dato che hai collaborato con professionisti di stampo internazionale, è vero che l’arte italiana riesce ancora ad attrarre le menti dei più grandi studiosi? Un film su un artista come Michelangelo, che è considerato tra i grandi da noi italiani, è sicuramente una scelta più comprensibile. Perché proprio Palladio? 

È come se noi dessimo Palladio per scontato. Ogni tanto andiamo a vedere una mostra, ma siamo immersi nei problemi quotidiani del nostro paese, che sono ben altri e che limitano il nostro lavoro e il nostro interessamento. In realtà, tutti i grandi maestri della storia e dell’arte, che percentualmente sono più presenti in Italia, vengono studiati con interesse da altri Paesi più organizzati come punti di riferimento e inseriti all’interno di un corpus scolastico organico. Come noi studiamo Shakespeare, loro studiano Palladio. Sono certamente nomi che sfuggono ai cittadini italiani, ma che per loro sono punti di riferimento imprescindibili. Ad esempio, Palladio è alla base della concezione dei valori americani. Jefferson distribuì i manuali di architettura scritti da Palladio, cosicché le strutture politiche statunitensi divennero legate alla concezione politica della Repubblica di Venezia, che era un faro per il nuovo concetto di democrazia. A differenza di Roma o di Firenze, Venezia rifiutava la dimensione pontificia del potere papale. Per gli Stati Uniti, che nascono laici e duecento anni dopo di noi, questo sistema politico è stata un’immensa fonte di ispirazione. Non so quanti cittadini statunitensi siano a conoscenza di Palladio, ma non so neanche quanti cittadini italiani a loro lo siano. Eppure, senza Palladio, la Casa Bianca o il Campidoglio non esiterebbero o non sarebbero così iconici.

Virginia State Capitol ©FRomano

Tu conoscevi conoscevi Palladio prima di girare quel famoso teaser da cui tutto è nato? Cosa ti ha più affascinato di questa figura? 

Lo conoscevo perché da ragazzino andai in gita con i miei genitori nelle zone in cui sono presenti le ville realizzate dal genio veneto, ma ora posso dire di conoscerlo quasi alla perfezione. In particolar modo sono rimasto colpito dal fatto che a Palladio fosse chiesto di riprodurre la dimensione classica di Roma, conosciuta grazie a Gian Giorgio Trissino. Mi affascina proprio questo: il giovane che segue il grande uomo di cultura che lo guida. Fu Trissino che gli diede lo pseudonimo di Palladio, forse anche uno dei primi nomi d’arte della storia dell’architettura. Mi piace questo concetto del mentore che ispira qualcuno perché questo torni a cambiare il suo mondo. Dopodiché, il mondo di Palladio era totalmente diverso dalle bellezze e dall’antichità di Roma, ma è in questo che risiede la sua grandezza. Palladio ha avuto l’abilità di adattare alla sua terra la grandezza del classicismo romano. Non poteva riprodurre le costruzioni romane, non poteva più utilizzare gli schiavi come si faceva nell’antica Roma e ancora non c’erano le innovazioni tecnologiche di oggi. Di conseguenza, si inventava ciò che è davvero la scenografia: realizzava le colonne delle ville che gli commissionano utilizzando dei mattoni tagliati in forme triangolari in modo da creare una circonferenza combinandoli insieme e rivestendoli di stucco perché sembrino marmo. Palladio mette in evidenza che è l’idea che rivoluziona il punto di vista, non tanto il particolare prezioso e l’eclettismo dell’opera. Ciò che rende il bello è il concetto che lo produce. È molto vicino al teatro e al cinema, ma è fuori dal tempo: crea una un’illusione ottica, una dimensione che alluda e che comunichi. C’è anche da dire che fu l’uomo giusto al momento giusto: l’invenzione della stampa e la posizione predominante nell’editoriale della Repubblica di Venezia favorirono la sua celebrità anche oltre oceano. Tuttavia, Palladio ha inventato delle formule per poter costruire e le ha standardizzate grazie ai suoi saggi, che sono tutt’altro che teorici. È il primo che non scrive un manuale intellettuale sul ruolo dell’architetto, ma che spiega pragmaticamente come mettere un mattone sopra l’altro.

Fonte foto di copertina: www.palladiomuseum.org
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