Francesco Patanè ha un modo schietto e sincero di guardare le persone e il mondo che lo circonda. Questa schiettezza si ritrova esattamente all’interno delle sue opere che sono prive di filtri, di rifiniture estetiche, di abbellimenti ridondanti. La perfezione delle opere di Patanè si ritrova proprio nell’imperfezione della realizzazione, nella franchezza con cui le cose brutte degli uomini vengono riportate sulla tela.

I soggetti delle tele di Patanè sono sgraziati, goffi, privi di garbo e, proprio per questo, veri, realistici.

Molti lo accostano a Pollock perché il gesto è parte preponderante della realizzazione dei suoi lavori, ma il suo modo di dipingere è differente, intimo, personale.

A guardarlo mentre dipinge si direbbe ogni volta che stia realizzando qualcosa di astratto, ma poi, all’improvviso, come per magia, emerge da quelle linee disordinate una figura, un corpo. Ed ecco il miracolo!

Lo abbiamo intervistato.

Come ti sei avvicinato al mondo dell’arte e perché?

Inizia tutto a casa. Sin da piccolo sono stato circondato dall’arte. Mio zio era un artista, un pittore e uno scultore, mia madre era una disegnatrice stilista e mi ha trasmesso sin da subito l’amore per l’arte buttandomi in questo mondo. Una parte significativa, però, la occupa sicuramente il mio primo professore di arte delle scuole medie, che apprezzava i miei lavori e incoraggiava la mia vena artistica.

Il mondo dell’arte mi ha sempre affascinato anche se gli ostacoli della vita mi hanno messo di fronte ad una scelta obbligata. Per motivi economici non ho potuto proseguire gli studi accademici.

Lavori molto sui corpi, come mai?

Il mio incentrarmi sui corpi, sui visi, sulle persone è legato al fatto che amo molto le imperfezioni estetiche dei singoli, che a mio avviso sono la parte più bella proprio di ognuno.

Secondo te l’arte deve riprodurre, evocare, emozionare?

Sì, secondo me l’arte deve riprodurre, evocare ed emozionare l’osservatore ma, cosa più importante, è nell’artista che l’opera d’arte deve riuscire a trasmettere quell’emozione, un’emozione non per forza logica. Inoltre, deve riuscire a far capire all’osservatore ciò che lui stesso vede con i suoi occhi e appunto farlo emozionare davanti alla sua visione/riproduzione o se vogliamo versione del paesaggio, corpo, eccetera…

Qual è l’idea alla base del progetto “Perfezione del genere umano”?

L’idea di base del progetto  è legata al fatto che troppo spesso oggi si ha un feedback positivo su una persona solo per il modo in cui si veste, alla moda o firmato, per il suo aspetto fisico, quindi per fattori esclusivamente esteriori. Sono fortemente dell’idea che, invece, bisognerebbe sottolineare i difetti che rendono ogni essere umano unico.

Con le mie opere  vado a pronunciare quello che è un difetto di una persona proprio per far capire che ogni persona per essere bella, lo deve essere interiormente e non esteriormente. Con le mie opere, appunto vado a sottolineare i difetti esteriori della persona, li ricalco, quasi ironicamente, come in una caricatura.

Imperfezione per te vuol dire…?

Per me  la perfezione di una persona sta nell’essere e nel comportarsi, quindi nel mostrare esattamente come si è dentro. Quindi imperfezione sta nel non essere e nel non comportarsi esattamente nel modo in cui si è.

Nessuno di noi è perfetto. Nascondere quello che fa innamorare ogni persona di un’altra è semplicemente mentire a se stessi, o essere infelici.

Fracesco Patanè impegnato in un live painting durante l’evento Renaissance, settembre 2018

Quali materiali utilizzi per la realizzazione delle tue opere?

La mia è una tecnica un po particolare: lavoro la juta dal “sacco” fino all’opera finale.

Una volta preparato il telaio in legno, preparo il sacco, creo un’imprimitura con colla e acrilico e, alla fine, una volta asciugato il tutto, delineo il personaggio da riportare. Successivamente procedo con colatura di asfalto catramoso per giungere all’opera conclusa.

L’utilizzo di questi materiali ha uno scopo preciso?

Non c’è uno scopo ben preciso sull’utilizzo di questi materiali. Semplicemente amo molto lavorare ogni singola parte dell’opera dall’inizio… partendo proprio dalla tela o dal telaio.

Quali sono le figure artistiche a cui ti ispiri?

Mi sono ispirato spesso, soprattutto in passato, a Monet, successivamente a Picasso e Van Gogh ma è solo avendo osservato Jean Michel Basquiat e avendo letto la sua poetica e il suo pensiero che sono arrivato a questo stile.

Molti accostano la mia arte a quella di Pollock, ma non è stato lui a portarmi a utilizzare questo tipo di stile. Il mio modo di dipingere è completamente differente dal suo e, pur ammirandolo moltissimo, voglio discostarmi dal suo stile. Quello che cerco di fare è di trasmettere la mia personale visione del mondo, di far vedere alle altre persone cosa vedo quando osservo qualcuno o qualcosa con i miei occhi e, appunto, farli emozionare.

In tanti potrebbero dire delle mie opere che non sono perfette o che i corpi che realizzo non sono esatti, ma questo sarebbe sbagliato. Nella mia opera finale emerge ciò che i miei occhi vedono e ciò che io voglio far vedere. Quello che io dipingo è perfetto non perché lo è dal punto di vista anatomico, ma perché riflette esattamente l’interiorità dell’individuo rappresentato.

Hai nuovi progetti, idee di cui vorresti parlarci? 

Attualmente non ho altri progetti, ma solamente idee, non ancora realizzabili. Quello che vorrei fare è realizzare questo concetto di perfezione-imperfezione in scultura, lavorando il vero asfalto come creta, come prolungamento del concetto,

Su tela, invece, vorrei iniziare un nuovo progetto legato o collegato, se mi sarà possibile nella realizzazione, alle malattie mentali dell’essere umano.

 

Potete seguirlo su Instagram: Francesco Patanè Art