Fresco d’uscita, Per essere felici di Marina Rei ci ha subito conquistati, stravolti, per quel suo elegante calibro di stile, autenticità e genuinità che ci ha regalato ad ogni ascolto. Non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione per parlarne con lei, per andare a fondo con la diretta interessata sulle ragioni e le matrici che hanno fatto nascere il coronamento di venticinque anni di splendida carriera. Ecco a voi il prodotto finale della nostra chiacchierata pomeridiana con Marina Rei e, se non l’avete ancora fatto, correte ad ascoltare la sua personalissima guida sonora su come essere felici.

Marina, andiamo subito al sodo: per cominciare questa chiacchierata partiamo sul fare il punto sul tuo “Per essere felici”, un album che rappresenta al meglio la più alta celebrazione dei tuoi venticinque anni di onorata carriera. Quindi, raccontaci qualcosa a proposito del tuo ultimo lavoro fresco d’uscita e di come sia nato il frutto di questo tuo intenso percorso che ci appare, a tutti gli effetti, come una piccola perla di quel cantautorato ormai quasi perduto?

Intanto ti ringrazio, ne sono davvero felice. Allora, appunto, Per essere felici è stato pubblicato in un anno abbastanza particolare per me anche se tutto ciò non è stato per niente voluto o fatto di proposito. Non è stato programmato per questo. Questo perché il venticinquennale è, ovviamente, una ricorrenza che va al di là del fatto di voler o meno pubblicare un disco. Insomma, la sua uscita per me è stata un modo per suggellare tutti questi anni, quindi non può che avermi fatto piacere il fatto che fosse uscito, quasi per caso, in contemporanea a questa celebrazione per me così centrale. Sicuramente in qualche modo è un disco che, proprio perché realizzato dopo parecchi anni dal mio ultimo lavoro in studio, avevo urgenza totale di scrivere, soprattutto per il fatto che dovesse essere indispensabile, e avere un valore evidente e lampante nella mia carriera.

Marina Rei. © Simone Cecchetti

Non mi sono messa mai fretta, concettualmente, nel volergli dare vita nella forma a me più congeniale, l’unica reale urgenza era quello di poterlo scrivere bene, totalmente libera da preconcetti e strutture fisse. L’obiettivo, insomma, è sempre stato ottenere un disco che facesse davvero la differenza, poi il tempo impiegato per generarlo è stata una variabile trascurabile, nonostante sia stato tanto, ma allo stesso tempo necessario. Poi, visti i tempi attuali in cui c’è un consumo frenetico e frettoloso della musica, penso che uscire con un contenuto concreto piuttosto che con un qualcosa per rincorrere le mode del momento faccia la mia differenza. Un lavoro di quel genere non avrebbe, di certo, fatto al caso mio. Questo perché, essendo cresciuta sia umanamente che artisticamente, ed essendo venuta fuori una maggiore e naturale saggezza, volevo tutt’altro che un semplice prodotto di mercato.

Si nota, infatti, non solo un’enorme maturità nello stile ma soprattutto la tua ferrea volontà di non porti alcun limite creativo. Perciò, qual’è l’evoluzione che ti ha portato, dopo sei anni di silenzio, a voler uscire con un album così totalizzante e intimo, un album così ponderato che riflette appieno tutte le sfaccettature nonché la forma più pura dell’essenza di Marina Rei?

Sicuramente ho scelto in qualche modo di correre un po’ sottotraccia, alla ricerca di qualità e di profondità in primo luogo piuttosto che di apparenze e superficialità. Diciamo che sono abbastanza lontana, appunto, da tutti i compromessi del mercato discografico, e sempre più volutamente cosciente di questo. Sono abbastanza refrattaria a queste logiche imposte dal dover vendere, e non mi faccio più affascinare da meccanismi commerciali o mediatici. Cerco di percorrere coerente la mia strada, ben consapevole di quanto non sia affatto una strada facile e lineare: non ti nascondo, infatti, quanto negli scorsi sei anni ci siano stati diversi momenti di difficoltà e di frustrazione perché, per quanto si possa desiderare con tutte le forze possibili di scrivere un disco nuovo, non è mai detto che questo si riesca realmente ad avverare nei tempi e nei modi sperati.

Il pensare di non riuscire a scrivere ciò che davvero si vuole può essere avvilente, debilitante. Lo scrivere canzoni e capire che, invece, non vadano del tutto bene e ricominciare da capo, il ripartire da un foglio bianco, può sembrare uno scoglio insormontabile. Le domande costanti, alla fin fine sono state due, se sarei mai riuscita nel mio intento e sul perché mi stavo ritrovando con tanta forza a volerlo fare. Come dicevo, la scrittura parte da un’urgenza, dalla necessità di dover scrivere determinate cose, dal dover far riemergere a galla quei sentimenti o quei pensieri che magari negli anni, invece, ho provato a tenere a bada, sopiti. Quindi, per far nascere questo disco ho dovuto tirare fuori tutto quello che avevo da dire di non detto, tutto ciò che era stato celato fino a quel momento, senza girarci intorno e senza mezzi termini. Non è stato facile, ma ci sono riuscita. Nessun momento impiegato per la sua realizzazione è stato superfluo.

Marina Rei. © Simone Cecchetti

È notevole, infatti, sentire, tutta la cura e l’attenzione posta in ogni singolo e minimo dettaglio del tuo “Per essere felici”, un’attenzione posta più sulla qualità del prodotto finito che su delle mere volontà di vendita. È estremamente raro di questi tempi.

Certo! La sostanza di questo disco è puramente mirata alla canzone, al cercare di rendere la canzone non solo il più bella possibile, ma di porla al centro di tutto. Per me, la bellezza delle parole scelte per puntare all’unicità del brano doveva essere esaustiva già nella loro versione embrionale, solo voce e piano. Tutto è partito, quindi anche la fase di registrazione, dalle mie registrazioni intime e casalinghe all’interno del mio appartamento, poi pian piano sono nati naturalmente gli arrangiamenti. Questi, però, non volevano soffocare la purezza dei brani o la traccia in sé per sé, perché il senso centrale di questo mio ultimo progetto risiede nel considerare la scrittura come il principio e la fine di ogni cosa.

Inoltre, in ogni singola traccia trovo un’enorme libertà di espressione al di fuori degli schemi preconfezionati e precostituiti molto evidente: insomma, le mie ultime canzoni non hanno una struttura canonica, classica, prendiamo tra le varie “Dimenticarci”. “Dimenticarci” non ha nessuna struttura convenzionale, fissa, è estremamente breve tanto che dopo due minuti e quaranta è già finita, tuttavia senza lasciare nulla di taciuto. Non ha una vera strofa, non ha un vero ritornello: quindi, ecco, in fase di scrittura il mio problema non era posto sul possibile giudizio finale o sull’esito, sull’interrogarmi su quanto il prodotto finale sarebbe stato apprezzato o meno. Il mio proposito era ben altro. Lo ammetto, ho avuto abbastanza i paraocchi in questo, sempre a testa bassa con la convinzione che avrebbe dovuto funzionare così come era nella mia testa al di fuori di ogni possibile regola o compromesso.

Marina Rei. Simone Cecchetti

Appare lampante, infatti, quanto tu sia riuscita a rendere carne il tuo personale concetto di fare e comporre musica.

Sono arrivata ad un concetto finale e non mi interessava potermi far condizionare da altro, in me non esisteva altro fuorché questa ben definita linea guida. Che poi, in un momento come questo, non posso che affermare quanto sia necessario puntare sull’originalità assoluta, su quella certosina ricerca dell’autenticità creativa che mi ha portato fino a Per essere felici. Ormai le strutture, le sonorità, sono tutte piuttosto riconoscibili, etichettabili, quasi indistinguibili. Si insegue il trend del momento, e questo onestamente non mi interessa più. Sarà che c’è un momento nella vita per tutto e un’età per tutto, e per me è arrivata quella della maturità espressiva più totale. Questo era il disco che desideravo, e per arrivare a farlo, oltre ad una grande fatica e sofferenza, sono dovuta passare attraverso me stessa per uscirne.

Infatti penso che potremmo dire quanto “Per essere felici” sia l’album che più ci narra a trecentosessanta gradi di Marina Rei rispetto anche ai suoi predecessori.

Sì, è vero. Poi sai, a meno che non sei Giovanni Lindo Ferretti e scrivi da sempre in un certo modo altamente riconoscibile, per me è stato necessario del tempo per riuscire a capire dove volevo arrivare a livello testuale. Ci sono voluti dischi, esperienze, collaborazioni. Aggiungiamoci anche che quando hai vent’anni la pensi in modo differente mentre andando avanti si spera che negli anni si cresca in qualche modo… Insomma, non possiamo più fare i ragazzini, sebbene continui a vedere quanto tanti artisti non demordano e non lo riescano ad accettare: vedo una rincorsa continua, almeno a livello musicale, a volere a tutti i costi inseguire le nuove generazioni e le loro sonorità nonostante abbiano un percorso radicale e ben diverso da quello delle precedenti. Sono inarrivabili, con un’identità propria e marcata che appartiene solo a loro e ai loro anni. Perciò è giusto anche che una persona come me, con un notevole bagaglio alle spalle, se ne renda conto e accetti tutto questo senza doversi piegare a delle dinamiche che non le appartengano.

Mi rendo anche conto che, come dicevamo, il mio è un disco assolutamente autentico e che quindi per sua natura risulta addirittura atemporale. Dico ciò perché non appare facilmente collocabile a livello sonoro e stilistico in un’epoca definita. Questo è, di certo, il suo più grande lato positivo, dall’altro il suo essere un disco di cantautorato privo di compromessi mi rende consapevole di quanto possa potenzialmente soffrire di mancate occasioni o programmazioni radiofoniche. L’avevo già messo in conto, ma ne ero già ben consapevole nel momento in cui ho deciso di mettere al mondo una simile audacità espressiva che punta tutto sul personale dell’autore. Bisogna essere audaci e coraggiosi nella vita, sempre, e nella musica ancora di più. E questo è stato il mio modo migliore per dimostrare qualcosa a me stessa, ovvero fare un disco in cui ogni traccia sia in tutto e per tutto un pezzo di me e all’interno del quale chi l’ascolta possa ritrovarsi.

Marina Rei. © Simone Cecchetti

Parliamo ora di tempi futuri: sappiamo quanto questo sia un periodo ostico, forse il più complesso affrontato dalla scena musicale. Sappiamo però anche quanto per te sia vitale e necessaria l’esperienza live col tuo pubblico. Quindi la domanda sorge spontanea: cosa ti è mancato di più in questi tempi bui e cosa hai in serbo per i tempi che verranno?

Guarda, ho vissuto questi momenti con grande confusione, soprattutto legati alla mancata conoscenza dei giorni che avremmo vissuto. Il problema è che siamo ancora immersi in quest’onda incerta e, per quanto avrei voluto con un disco in uscita, ovviamente questa estate non andrò in tour, fatta eccezione per due date previste per il primo agosto a Voci per la Libertà a Rosolina Mare e alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma il prossimo 7 settembre. Questo sarà un live particolare in quanto partirò dalla presentazione di Per essere felici per poi partire con un viaggio a ritroso nei miei venticinque anni di carriera. Tuttavia, è un momento storico alla stregua di una condanna per noi musicisti. Risulta impossibile organizzare concerti con sostegni concreti, e quelli che riescono ad andare in porto sono pochi e limitati solo ad alcune location.

Tutt’ora, ovviamente, non so che cosa succederà domani, posso solo dirti che sognerei di poter presentare il mio disco come dovrebbe essere, come dovrebbe andare, magari il prossimo autunno. Perché, ovviamente, finché siamo in estate con la fruibilità degli spazi all’aperto è possibile garantire il distanziamento, ma poi cosa succederà? Molti locali non sono predisposti per una simile rielaborazione, già tanti hanno dovuto già arrendersi chiudendo i battenti in previsione di possibili capienze drasticamente ridotte. La crisi è complessa, e l’incertezza continua ad accompagnare senza tregua noi musicisti.

Devo chiedertelo: hai qualche idea per prossimi progetti e collaborazioni? Non si può scordare il magico sodalizio con Paolo Benvegnù!

Figurati, ho appena finito il disco! E con Paolo, dopo due anni in tour, il nostro rapporto non è solo professionale, ma anche profondamente umano. Continuiamo a sentirci e ci manchiamo tantissimo, perché ormai il nostro è un legame che va oltre a quello semplicemente artistico, essendo anche molto forte sia nella sfera familiare che personale. Con lui è stata un’esperienza pazzesca, soprattutto l’ultimo anno in tour a due. Pensa che ogni volta che ci vediamo ci ripromettiamo che appena potremo risuoneremo di nuovo insieme, questo è sicuro al cento per cento. Lui anche ha il suo bellissimo disco fresco d’uscita, Dell’Odio e dell’Innocenza, e quindi entrambi stiamo cercando di promuoverli al meglio possibile.

Ti lascio con una domanda da un milione di dollari: Marina Rei ha trovato la sua strada per essere felice?

La strada, sì, l’ho trovata. Non sarà sempre in discesa, e ne sono ben conscia, ma arrivare a questa consapevolezza e saperla accettare fa sì che si riesca ad esserne contenti. Il più grande traguardo è l’arrivare ad essere realizzati e soddisfatti di sé stessi, di ciò che si fa e del proprio lavoro, naturalmente il tutto con la serenità di accogliere il fatto che a volte i risultati che speriamo non si riescano del tutto a portare a casa. La facoltà di essere noi stessi, alla fin fine, è la più grande meta ed è questo quello che davvero conta.

Immagine di copertina: © Simone Cecchetti
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