Prendete tutto quello che avete dentro: pensieri, concetti, sensazioni, idee ed emozioni. Ora prendete un foglio bianco e provate a scriverle attraverso le forme di corpi nudi, nostalgici, spaventati e malinconici.
L’arte di NemO’s ha trovato pane per i suoi denti proprio in questo. I suoi personaggi si muovono, dialogano con l’ambiente circostante e parlano attraverso gesti e sguardi. Personaggi informi che si fanno spugna di un malessere ristagnante e di un degrado provocato da una società malata e nociva.

Uomini e donne che combattono con tutte le loro forze, e con le poche armi fornitegli, per cercare di non affogare in questo mare di disagio e negatività.

L’identità di NemO’s è nascosta, ma i suoi personaggi e le sue opere parlano per lui.

Siamo riusciti a contattarlo e abbiamo provato, insieme a lui, a capire come l’arte riesca a decifrare i milioni di codici che la società di oggi ci mette davanti.

Come nascono i personaggi di NemO’s?

È un po’ complicato. Tutte le creazioni, o le cose che nascono da ciascun individuo, vengono da processi molto lunghi e da tante situazioni diverse.
Nel mio caso, ho sempre avuto un’esigenza di rappresentare delle sensazioni o dei concetti che sono riuscito a sintetizzare con questi personaggi.
Mi è sempre interessata la figura dell’essere umano in quanto mi piace molto sia l’anatomia, dal punto di vista biologico, che dalla sua posizione sociale.
Sono tanti gli elementi che mi hanno portato alla realizzazione di questi personaggi. Sono partito disegnando figure più anonime e poi, pian piano, sono riuscito ad aggiustare cose che non mi piacevano, seguendo una mia idea. Questi tentativi e miglioramenti hanno portato ad una sorta di selezione naturale.

Come nasce una tua opera? Come scegli uno spazio sul quale lasciare la tua firma?

Il modus operandi è sempre diverso. Se mi chiamano per fare un muro in un luogo preciso che ha una storia o un aspetto particolare, faccio delle ricerche per realizzare qualcosa a tema o, comunque, descrivere come se fosse un articolo di giornale (cronaca o la vita di quel posto), seguendo sempre una mia lettura, una mia critica.
C’è anche tutta la parte, secondo me, originale e originaria che è quella dell’improvvisazione. Molto spesso, quando uno vuole dipingere in zone abbandonate o muri che vengono messi a disposizione dal Comune, cerca sempre di improvvisare, o almeno io lo faccio sempre.

© NemO’s

C’è questa sorta di doppio approccio: progettuale e improvvisato.
Non tendo mai a fare bozzetti, mi piace vedere il muro sul quale dovrò dipingere. Anche se si stratta di una commissione, vado sempre di persona ad osservarlo, studiare le proporzioni e capire la storia del quartiere in cui è localizzato.
Solitamente la prassi è quella di chiedere un bozzetto, ma io non ne faccio quasi mai. Posso dare un’idea di quello che potrebbe essere ma la situazione potrebbe ribaltarsi completamente per via delle particolarità del muro che possono diventare parte integrante del disegno: crepe, lampioni, segnali stradali, etc.

© NemO’s

È interessante perché è come se facessi decidere al muro, o alla struttura architettonica, le regole del gioco.

Sì, esatto. È una sorta di compromesso quello che si viene a creare. L’ho sempre definito un compromesso in senso positivo, ovviamente.
Le qualità di chi dipinge su un muro stanno anche nel riuscire ad avvicinarsi sempre di più alla semplicità e alla genialità nel vedere in uno spazio apparentemente banale, tutt’altro.

Il tuo approccio al mondo del disegno, com’è nato?

Sono nato circa trent’anni fa e ho sempre disegnato. Ho sempre avuto quest’attrazione verso il disegno come anche per la musica, ma tra i due ho scelto il primo.
È sempre stata la mia vita: era un passatempo, disegnavo a scuola durante le lezioni, tornavo a casa e continuavo a farlo.
Non avevo altri interessi in quanto non ero un bambino particolarmente interessato ai videogiochi né amavo giocare a pallone.
Ho sempre, in qualsiasi modo, trovato la scusa per disegnare. Questa cosa, poi, si è sviluppata e si evoluta insieme a me.

© NemO’s

È stata un’esigenza.

Sì, un’esigenza e una costante nel tempo. Al principio era una sorta di attrazione senza un perché.
Mi ricordo che quando mia madre mi disegnava qualcosa, rimanevo sempre stregato. Non perché fosse particolarmente brava ma il gesto mi ipnotizzava letteralmente.

Prima di arrivare a raggiungere lo stile che, oggi, ti contraddistingue, quali erano i tuoi maestri?

Ho scoperto che il modo di disegnare che abbiamo tutti, chi più chi meno, è come una sorta di calligrafia.
Studiando altri artisti e altri stili differenti dal tuo, capisci che è difficile abbandonare l’impostazione del movimento della mano. È una sorta di traduzione fisica del nostro pensiero.
La mia ispirazione viene da tantissime cose molto lontane da me.
Tutta quella parte cinematografica dai primi Cronenberg (“La mosca”, “Il pasto nudo”, etc.), i primi film di RidleyScott alla fantascienza, e pittori come Beacon Ligabue. Quel blocco artistico è quello che mi ha influenzato di più. Guardavo anche molto Giger.
Ci sono anche ispirazioni indirette: guardi una scena in stazione che non c’entra nulla ma che ti fa scattare qualcosa nella testa che traduci successivamente in un disegno.
Sono figlio del mio tempo e i miei segni, come nel periodo dei surrealisti e dei futuristi, prendono un certo tipo di grafica e di linguaggio tipiche del mio tempo, quindi legate al fumetto e alle illustrazioni.

© NemO’s

C’è, invece, un artista contemporaneo con il quale ti piacerebbe collaborare? Come vedi il collaborare con un altro artista?

Le collaborazioni le vedo come un qualcosa di molto interessante. Mi è capitato di collaborare con persone con le quali non avrei mai pensato di collaborare in quanto non erano nei miei radar, e ho scoperto un sacco di cose nuove.
Per cui, non saprei dirti con chi vorrei collaborare: attraverso queste esperienze, ho imparato veramente tanto in più rispetto a qualcuno che vedevo più affine al mio modo di intendere il disegno.
Le collaborazioni sono importantissime e ti dirò di più: ho imparato tantissimo, soprattutto, collaborando con qualcuno che non sapeva disegnare.
Mi è capitato di fare diversi laboratori con bambini e ragazzi. Molti input sono usciti anche da lì.

Nonostante sia un paradosso, è normale anche perché entrando in contatto con realtà diverse, queste realtà riescono a darci di più rispetto a quelle più affini.

Assolutamente! È proprio come dici tu.
Paradossalmente, le collaborazioni che mi piacerebbe intraprendere sono con persone che ne sanno meno, in quanto più istintive e più genuine. Altrimenti tutto si riduce in un qualcosa di prevedibile e sterile.

© NemO’s

C’è un’opera, di cui vai fiero? O un’idea a cui sei riuscito a dare forma e colore proprio come volevi tu?

Una cosa sulla quale lavoravo da tanto, che poi è una tecnica che era già stata analizzata da altri artisti, addirittura da Andy Wharol, è la tecnica della carta che si spoglia dal muro. È una tecnica che è già stata sperimentata anni prima attraverso aspetti diversi e complessi dal punto di vista della ricerca artistica.
Andy Wharol realizzò la famosa copertina dell’album dei Velvet Underground: se compravi il vinile potevi sbucciare la banana raffigurata.
Questa è un’idea che sono riuscito a trasferire sui miei lavori, cercando di farla mia.
Improvvisando sempre non sai mai cosa farai all’effettivo (ride, ndr).
E poi sono sempre molto esigente sulle cose che faccio, quindi non sono quasi mai soddisfatto.

© NemO’s

Ti volevo proprio chiedere qual è il tuo rapporto con le tue opere ultimate: sei soddisfatto o entri in una sorta di conflitto interno?

Ho sempre queste depressioni post partum (ride, ndr).
Cresce questa sorta di melanconia: una volta finito un lavoro, le mie aspettative rimangono un po’ deluse. È come mangiare e non essere mai sazio. Hai piacere nel mangiare ma non raggiungi quella sensazione di sazietà, hai sempre la sensazione che manchi  qualcosa.
E lì, non capisci se hai bisogno di riempire lo stomaco o è la qualità del cibo e dell’acqua a non soddisfarti.

In molti si domandano dove finisce il vandalismo e dove inizia la street art. Dov’è il confine tra queste due cose, per NemO’s?

Questo è un argomento molto interessante che è stato sempre portato avanti in maniera erronea.
Il vandalismo è la street art: non c’è un confine in quanto la street art è vandalismo.
Viene chiamata street art perché è quell’aspetto del vandalismo che è stato contestualizzato ed entrato a far parte della vita culturale e quotidiana delle città.
Bisognerebbe chiedersi, piuttosto, fino a quando a la street art veniva considerata vandalismo? E perché?
I grandi passi che sono stati fatti adesso riguardano la giunta comunale che ti chiama per ridare vita ad un palazzo. Ma quella lì non è street art, è muralismo. Proprio come faceva Diego Riveira in Messico o Rothko, che erano delle vere e proprie commissioni su grandi superfici, con quella tecnica.

La parola street art, che cerco di non usare mai, è un termine di cui si è abusato spesso ed è stato usato per indicare cose molto diverse, e anche per fare di tutta l’erba un fascio.
La “street art” vera, tra mille virgolette, è proprio quella delle origini: dell’entrare in una fabbrica abbandonata o di fare un pezzo su un muro perché, in quel momento, quel muro ti dice una determinata cosa.
Adesso la street art mainstream che viene compresa dai Comuni e accettata dalla comunità, non è street art, o per lo meno non come la intendo io.
Per me rimarrà sempre quella “vandalica” ma non con l’accezione negativa. Più che vandalica, ti direi spontanea.

Che tipo di musica ascolti mentre disegni?

Ascolto molta musica.
Una cosa che ho sempre fatto in passato, oggi un po’ meno, è annotare dietro ad un disegno tutta la playlist che avevo ascoltato mentre disegnavo. Se ascoltavo un brano tre volte di seguito, annotavo anche il numero di riproduzioni.
Questo proprio per cercare di ricostruire l’atmosfera sonora per chi comprava o vedeva una mia opera, in modo da farlo entrare, in parte, nel processo creativo.

Una sorta di ricetta.

Bravissimo, degli ingredienti emozionali, se vuoi. Un percorso guidato sensoriale.

Quali sono i tuoi riferimenti?

Spazio molto. Dieci anni fa ascoltavo moltissimo i Radiohead ma solo alcuni album come Amnesiac, quelli un po’ più introspettivi.
Ascolto molta musica cantautorale sudamericana, musica elettronica come Bonobo e Mogwai per poi passare a quella trip hop come Tricky e Massive Attack.
Adoro  anche molti compositori di colonne sonore: tralasciando il più classico Hans Zimmer, ti direi lo stesso Jonny Greenwood che ha scritto la colonna sonora del film “Il petroliere” o anche Clint Mansell che ha scritto diverse musiche per i film di Darren Aronofsky.
Se devo ideare qualcosa, devo per forza fornirmi di questi ingredienti.

Prossimi progetti? Stai lavorando a qualcosa?

In realtà, ho in progetto due cose: una è quella di pubblicare semestralmente o annualmente, in forma autoprodotta, da vendere e distribuire, dei fascicoli di bozzetti e schizzi che ho fatto in quei sei mesi o in quell’anno; e poi vorrei lavorare ad una pubblicazione di un libro bello spesso e complesso, ma è un qualcosa che avverrà nei prossimi anni.

Ultima domanda: la tua identità è celata in quanto figlia di quella cultura underground da cui sei partito?

Viene da tanti aspetti. Tutto ciò che ha a che fare con questa sorta di clandestinità artistica, viene usata molto anche in ambito musicale e letterario.
Intendila come una sorta di azione clandestina che ha bisogno di un nome d’arte.
Tra l’altro sono una persona molto timida e non voglio mai essere al centro dell’attenzione: è un qualcosa che non riuscirei a fare anche se non facessi questo mestiere.

Preferisci mettere davanti quello che fai piuttosto che la tua immagine.

Il mio fisico è un involucro casuale che è stato creato dai miei genitori ma è dato dal caso. La mia identità reale è quella che mi sono costruito e che mi sono scelto durante il mio percorso.
In realtà, assomiglio molto di più a quello che disegno che al mio fisico.

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Immagine di copertina: © NemO’s
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