Quanto manca è un cortometraggio che tratta un tema doloroso, complicato. Qual è stata l’origine della tua idea?

L’idea-madre non è proprio mia, è un’idea che ho ri-adattato e portato a contaminazione. Non volevo indagare la malattia della protagonista attraverso una riflessione sulla morte, ma la morte attraverso la malattia e quello che “malattia” può significare nelle diverse accezioni. Quanto manca non è altro che la metafora temporale su cui ho voluto muovere la crisi di un rapporto amoroso e figure espressioniste come quella del dottore. Ovviamente poi tutto regge sulla figura ambigua e catartica del prete, sulla spettacolarizzazione del funerale e sulla protagonista “malata” che partecipa ad esso. È un tema doloroso ma anche comico, per come ho voluto intenderlo, ovvero uscendo dal realismo tout court e avvicinandomi al paradosso che varca la nostra esistenza. Idealizzo tanto la sofferenza da considerare la morte un intervallo della vita e la vita un grande scherzo della morte. Per questo la risata finale del dottore cancella tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento e riporta la materia a uno stato di quiete primordiale.

Il 19 gennaio ha avuto luogo la prima proiezione ufficiale del corto, a Spoltore. Raccontaci di questa esperienza.

I riflettori non li ho mai amati, e a malapena riesco a parlare delle mie cose. Tutto quello che faccio è nascondermi dietro l’ambizione e la scrittura. L’incontro col pubblico non è stato molto facile, soprattutto perché alcune considerazioni non riesco a tollerarle. Credo che l’Analisi del film vada studiata già dal primo Liceo, perché è vero che l’empatia arricchisce lo spettatore, ma spesso lo porta a un’interpretazione fuorviante e melensa. Detto questo, Quanto manca non esenta da errori e difetti; ma sono felice perché ha dei picchi che riescono a minimizzarli. A parte quanto detto sopra ho ascoltato diverse opinioni esterne che mi hanno inorgoglito e altre relative a dei dubbi che già avevo e su cui rifletterò per migliorare. La prima volta non la dimentico, ma l’emozione la vivo con ansia e blocchi. Riesco ad emozionarmi più quando ci ripenso prima di andare a dormire.

Com’è nata la tua passione per la regia?

Venendo dalla scrittura è stata una passione automatica. Considero la regia una scrittura del film, o almeno questo è come riesco a immaginarmela. La sceneggiatura rappresenta un po’ la letteratura del film, e questa viene sublimata attraverso la drammaturgia. Se poi consideriamo la regia, il montaggio e la recitazione, le “altre scritture”, dove ogni elemento influenza l’altro, ci accorgiamo di essere davanti a un grande testo. Per questo è molto difficile.

Tra i tuoi modelli del mondo cinematografico, quali sono stati quelli che hanno segnato maggiormente la tua formazione?

Diciamo che è nato tutto con Fellini. Prima d’allora ero legato solamente al cinema post-moderno e contemporaneo americano. Ma la vera scintilla c’è stata con Godard e Bergman. Ricordo che in tre giorni vidi Fino all’ultimo respiro, Come in uno specchio e Pierrot le Fou. La mia vita cambiò in tre giorni. Poi la storia è andata avanti e potrei citarne tantissimi, anche perché non sarebbe giusto per me che vivo in un altro secolo. Però diciamo che quei tre giorni rappresentarono l’innamoramento col cinema. Capii che esisteva una dimensione autoriale a cui potevo e volevo appartenere.

Raccontaci i tuoi progetti per il futuro.

Autoprodursi è stato un suicidio economico e mentale. Sapere che tutto quello che guadagni per mesi devi investirlo nel tuo lavoro mi ha totalmente consumato (ma era necessario). Quindi ora sono un po’ esausto, anche perché a livello umano non è andata benissimo. Ho già scritto un altro corto che probabilmente girerò ad agosto e ho un lungometraggio con delle basi già definite, ma per quest’ultimo non basterebbe neanche una rapina. Quello su cui punto maggiormente è la mia tesi di Laurea, su cui sto lavorando ormai da mesi e che vorrei pubblicare. Come disse qualcuno: nulla è sicuro, ma scrivi.

© riproduzione riservata