Per alcuni è l’artista delle “scatoline magiche”, per altri è il curatore della Biennale de La Biche – folle progetto artistico in un’isola sperduta del Pacifico – altri ancora invece lo conoscono come critico di fumetti. Alex Urso è un artista multiforme, eppure solidissimo nelle idee: una formazione filosofica alle spalle, poi l’Accademia di Belle Arti a Milano, a cui è seguita una fuga a Varsavia dove tutt’ora risiede collaborando con istituzioni artistiche locali.

I suoi lavori sono attualmente in mostra presso la Baltic Gallery of Contemporary Art di Slupsk, in Polonia, mentre tra qualche settimana aprirà la sua prossima personale a Breslavia. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare In opposta direzione, il suo ultimo progetto espositivo, nell’attesa di vederlo approdare in Italia.

Un ritratto di Alex Urso

Partiamo dal tuo ultimo progetto: cos’è In opposta direzione?

In opposta direzione è il risultato di una riflessione sul sistema dell’arte contemporanea. Nel complesso è un percorso diviso in capitoli che raccoglie diverse serie di lavori, tra diorami, sculture e collages di grandi dimensioni. Ogni lavoro è l’intreccio di spunti autobiografici e riflessioni sulla storia dell’arte e sui meccanismi socio-politici coinvolti.

 

In particolare, il progetto nasce come reazione rispetto ad alcune tendenze che sta assumendo il mondo dell’arte contemporanea oggi. Vuoi spiegarci meglio le ragioni che stanno alla base di questo progetto?

Il progetto è un tentativo di prendere coscienza della mia posizione all’interno di questo sistema dell’arte. Tutto il lavoro è una reazione nei confronti di alcune dinamiche che vedo intorno – su tutte il bisogno di esporsi e la ricerca di consenso dei giovani artisti. Attraverso questo lavoro ho cercato di capire meglio la mia posizione, che spesso sfocia in ostilità/impossibilità ad adeguarmi a tali dinamiche. È dunque un percorso di lettura del sistema dell’arte, ma anche di conoscimento personale, perché ero alla ricerca del mio ruolo in quello che osservavo.

 

Pensi di star viaggiando in direzione contraria rispetto ai tuoi colleghi, artisti emergenti?

Non voglio né posso sottrarmi al mondo in cui vivo, anche perché è l’unico che conosco. Ma nell’ultimo anno ho osservato con maggiore senso critico quello che mi succedeva intorno: la fame di like, la costante promozione di immagini indipendentemente dalla sostanza, l’ammiccante ricerca di consenso da parte degli artisti emergenti… In opposta direzione è più che altro la definizione di una poetica, di come vedo le cose io, in un processo di maturità tanto professionale quanto personale.

Welcome to the Jungle. Diorama, 17 x 22 x 8 cm © Alex Urso 2017

Credi che un vero artista oggi debba scendere a compromessi con il mondo dei social e con l’aspetto mondano  delle manifestazioni artistiche?

Non credo ci sia una “verità”, ognuno si ritaglia lo spazio nel mondo come vuole e usando gli strumenti che preferisce. I social sono un canale utilissimo, sarebbe sciocco mettere questo in discussione. Quello che ho sentito il bisogno di far notare è qualcosa di meno evidente e forse più complesso, ovvero l’assenza – da parte degli artisti emergenti – del bisogno di andare nella direzione opposta rispetto a quella dove si sta: io l’arte l’ho sempre vista così, come qualcosa che dovrebbe spostare la lancetta della storia un po’ più avanti, anticipando gli umori e i malumori del tempo…

 

E invece?

E invece oggi spesso tutto si risolve nell’accettazione dello status quo, e non perché all’artista davvero piaccia il mondo in cui vive, ma perché in molti casi si è arreso all’idea di essere parte di un sistema dettato dal consenso e dall’approvazione.

 

Al di là degli aspetti critici, la pars costruens del tuo lavoro va ricercata nel passato, nello specifico in quegli artisti che per particolari doti e capacità critiche ritieni in qualche modo autentici e “immortali”.

Trovandomi a voltare le spalle a quello che non mi piaceva del presente, mi è sembrato naturale rifugiarmi nell’esempio di autori storicizzati, artisti che sono riusciti a sopravvivere alla storia anche senza necessariamente accettare le dinamiche dominanti del loro tempo. Non santifico questi autori e non mi interessa confidare nella loro integrità morale. Quello che conta per me è che il loro lavoro sia rimasto.

La maggior parte dei lavori che girano sui social oggi, invece, fanno il ping pong tra Juxtapoz e Hyperallergic, prendono millemila like prima di volare via, dispersi nel turbinio mediatico. Questo è il punto che mi premeva sottolineare: l’incapacità di percepire la vanità del sistema contemporaneo. Volevo creare un dialogo tra me e questi supereroi del passato per capirne il distacco e il differente modo di intendere la pratica artistica.

Welcome to the Jungle. Diorama, 17 x 22 x 8 cm © Alex Urso 2017

Nella serie “Welcome to The Jungle” la natura e gli animali occupano un ruolo di primo piano all’interno delle creazioni realizzate. Cosa rappresentano e in che modo questi si rapportano agli artisti e alle istituzioni museali scelte?

Welcome to the Jungle è la serie cardine di tutto il progetto: un’insieme di 15 diorami. In ognuna di queste scatole di legno ho incastonato delle figure di carta raffiguranti artisti che per formazione e ricerca considero dei riferimenti per la mia esperienza d’artista. Questi artisti sono posti all’interno di una sorta di scenario naturale, con animali che li circondano, alternandosi o interagendo tra loro. Come sfondo invece c’è l’immagine di una istituzione artistica, sovrapposta a sua volta alla foto di una giungla.

L’intenzione era quella di creare una sorta di scenario selvaggio, dove gli artisti venissero rappresentati come elementi di una giungla ostile, in cui farsi spazio e mantenere salde le redini della propria ricerca. La giungla è, naturalmente, il mondo dell’arte, tanto seducente quanto pieno di rischi e pericolose tentazioni. C’è chiaramente ironia in tutto questo, e soprattutto gioco.

Welcome to the Jungle. Diorama, 17 x 22 x 8 cm © Alex Urso 2017

Collages e diorami sono elementi costanti del tuo percorso artistico. Come mai hai scelto proprio questo linguaggio?

Non so, è venuto fuori da solo. In accademia ero stanco della superficie piatta della tela, volevo soluzioni diverse. In futuro verrà fuori altro, già sta succedendo. Si cerca sempre.

 

Di nascita e formazione italiana, oggi vivi e lavori a Varsavia. Cosa ti ha spinto a  trasferirti in Polonia? Cosa pensi della scena artistica e culturale polacca odierna?

Sono a Varsavia da cinque anni. Qui ho frequentato l’ultimo anno in accademia nel 2012, e qui è dove mi sono affacciato professionalmente sul modo dell’arte. Lavoro con istituzioni locali, porto avanti progetti curatoriali, collaboro con realtà a cavallo tra l’arte italiana e quella polacca.

La scena artistica nazionale in questi anni ha passato fasi diverse: dal boom e dal fascino iniziale (tutti parlavano di Varsavia come la nuova Berlino) si è passati ad una situazione a mio avviso più statica, in parte dovuta al drammatico cambiamento politico avvenuto nel 2015. Il paese continua a mantenere una vivacità culturale interessante, ma indubbiamente se la politica suggerisce chiusura ed estremismo, la cultura è la prima a risentirne.

 

Welcome to the Jungle. Diorama, 17 x 22 x 8 cm © Alex Urso 2017

Il tuo progetto è attualmente esposto alla Baltic Gallery of Contemporary Art di Slupsk (Polonia), mentre a maggio approderà in una personale alla Galleria Entropia di Breslavia. Credi che avremo la fortuna di poterlo ammirare anche in Italia a breve?

Immagino di sì. Per ora ci sono solo contatti e possibilità all’orizzonte. Ma sono cose segretissime che per ragioni diplomatiche e di sicurezza adesso devo nasconderti.

 

Per conoscere meglio il suo percorso artistico e le sue opere, visitate il sito: www.alexurso.com

 

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