I Sick Tamburo non parafrasano la realtà, non decantano sentimenti e non scavano nel profondo dell’essere umano. Il loro minimalismo cantautoriale non è disarmante, anzi, dà soluzioni offrendo le armi necessarie per combattere lotte interiori e battaglie contro forze più grandi di noi.

Sick Tamburo @ Ufficio Stampa Big Time

I Sick Tamburo vanno oltre l’esistenzialismo dell’uomo nel mondo, sono puri portatori di una voce squillante. E con essa, infatti, hanno chiamato all’ascolto migliaia di concittadini che solo due mesi fa, si sono uniti a loro, e quindi ai Prozac, per il vuoto incolmabile dovuto alla scomparsa di Elisabetta Imelio, cantante e bassista del gruppo legata da una profonda amicizia, in particolare a Gian Maria Accusani. Un legame fraterno che il frontman ci descrive ripercorrendo letteralmente le tracce della loro storia, questa volta riproposta in chiave punk melodico.

 

Back to the Roots (Forse è l’amore) è il nuovo album in arrivo pregno di storia tamburiana che ci è stato anticipato con il lancio della versione inedita di “Un giorno nuovo” di cui Gian Maria Accusani ci parla accuratamente, con una mano sul cuore, durante l’intervista.

“Un giorno nuovo” è la perfetta sintesi di ciò che avete da raccontarci: irrompe con ancora più forza in un momento come questo e come quello che avete vissuto.

Esatto, l’originale è nato per la malattia di Elisabetta come augurio di speranza. Oggi, questo testo assume ancor più valore, perché non si riferisce solo alla situazione che lei stessa ha vissuto, ma anche a quella in cui ci troviamo adesso. Il progetto Back to the Roots è un rifacimento di una serie di nostre canzoni in punk melodico. Abbiamo voluto che il nuovo singolo uscisse esattamente il giorno del 4 maggio per la fine del lockdown, proprio perché “Un giorno nuovo” si presta, oltre che per il motivo originale, a ciò che di epocale stiamo vivendo, e credo che un messaggio del genere sia un bisogno più che un auspicio.

Nessuno meglio di voi, infatti, può cantare le parole “c’è freschezza nell’ aria e una sorta di amara malinconia”

Puoi dirlo forte.

Gian Maria Accusani © Paolo Degan

L’omaggio ad una compagna che sarà sempre presente, è ciò che vi ha spinti ad un ritorno alle origini?

Sì, sia alle origini del gruppo, ma anche alle mie in veste di chitarrista, essendo nato come batterista. Quando ho preso la chitarra per la prima volta, ho iniziato proprio con lo stile con cui ora proponiamo una nuova versione di “Un giorno nuovo”, il punk melodico. Adesso, dopo tanti anni, mi sono ritrovato a suonare nella stessa maniera con cui lo avrei fatto venti anni fa, e questa cosa mi ha portato una gran ventata di energia e di entusiasmo. Ho pensato sarebbe stato bello fare un regalo anche ai fan, ma soprattutto a me che mi trovavo in un momento di difficoltà abbastanza importante. Così, ho dato vita a questa parentesi e all’idea del tour che si chiamerà, ovviamente, con lo stesso nome dell’album. Poi è successo quello è che è successo, ma per me andare avanti significa tenere per mano Elisabetta, sempre. Intanto abbiamo fatto uscire il singolo e quando si potrà, riuniremo tutti i brani in Back to the Roots Tour, almeno per la prossima estate, spero.

Come mai la scelta di incidere tra parentesi uno dei vostri primi inediti, “Forse è l’amore”, accanto al titolo del nuovo album?

Perché è la storia del gruppo, e questo gruppo ha come collante prima che la musica, l’amore nel senso più esteso del termine. Sono stati dieci anni, e non solo, di un volersi bene talmente intenso che ho voluto rimarcarlo specialmente in questo momento, in onore di Elisabetta, l’altra parte dei Sick che non c’è più fisicamente. Ma come vedi c’è ancor più di prima, perché in quelle parole tra parentesi (Forse è l’amore) c’è lei.

Questa idea di famiglia, in voi più che in molti altri, si è sempre avvertita anche per il dualismo con i Prozac: c’è una continuità che non si è mai slegata.

Sì. Devo ammettere che tutti i gruppi sono un po’ famiglia, ma i Sick Tamburo credo lo siano in una maniera quasi esagerata. Io e Elisabetta abbiamo fatto un percorso insieme dal primo giorno musicale, ma che è soprattutto un percorso di vita. Non ci siamo mai persi, neanche un secondo. Anche quando si è ammalata e non poteva suonare in tutti i concerti per via delle cure, in realtà, eravamo ancora più uniti di prima: si dava tanto da fare, ha avuto un ruolo ancora più grosso di prima. E se non è famiglia tutto questo, non saprei cos’è.

Prima che di amore, paura, malattia e molto altro, nei vostri testi avete sempre parlato di accettazione.

Sì, posso dirti che da un lato non è facile, ma è anche vero che nel contempo trattare queste cose mi aiuta. Subire una perdita significa comunque fare un percorso di accettazione, e credo che questo sia il mio. Potrebbe sembrare più doloroso rievocare queste cose, ma in realtà mi rendo conto che Elisabetta è qui.

Dici bene, abbiamo sempre parlato di accettazione, e se adesso non lo mettessi in pratica, sarebbe come se avessi cantato delle stupidaggini per tutti questi anni.

Gian Maria Accusani © Paolo Degan

“Apriamo gli occhi che abbiamo” è una frase che come tante altre nelle vostre canzoni, sprona ad attingere dalle proprie forze, e non andarle a cercare altrove.

Esatto, diciamo cose che sono semplici da un lato, ma nella loro semplicità talmente vere che non c’è tanto altro da andare a guardare. Queste sono parole che tutti hanno a disposizione, e cercare altro in questo momento per noi è inutile. Andiamo tutti alla ricerca di chissà che cosa, quando ciò che ci serve per andare avanti ce lo abbiamo sotto gli occhi.

Siete portatori di una voce squillante, che offre una soluzione piuttosto che una fuga o una poeticizzazione dei sentimenti. Oltre a questo, cosa pensi vi differenzi dal modo di parlare d’amore dei neo artisti?

Non sono un grande esperto dei neo artisti, ma posso dirti dal canto mio che parlo come se parlassi ad un mio grande amico. Credo che arrivi un messaggio di verità, ed è, in fondo, quello che poi mi dicono sempre tutti.

Non dico mai una cosa perchè faccia effetto, dico solo ciò che penso come lo penso, è una mia caratteristica, che non so se sia meglio o peggio, non sta a me dirlo. Fatto sta che non cerco il sensazionalismo, non cerco la bella frase: cerco di dire esattamente quello che sto provando, e questo è il mio stile.

A proposito dell’album del 2017, “Un giorno nuovo”. Ne hai parlato come un luogo privo di quei filtri dell’educazione che da sempre ci accompagnano. È questo ciò che ha creato un filo conduttore nelle storie che raccontate?

Se c’è una cosa che odio, è fare le cose in base a come ti dicono che andrebbero fatte, e questa è la continuità dei nostri meccanismi, e rimarranno sempre così: intrisi di libertà.

C’è da dire, inoltre, che la scrittura dei brani è molto legata alla mia persona – scrivendoli io stesso -, a quello che mi sta attorno e a ciò che ho vissuto. In tutto questo c’è sempre stata Elisabetta, in virtù di un rapporto di unione carnale che abbiamo avuto: lei c’è sempre dentro tutti questi brani, perché era ed è ancora parte della mia vita. Diciamo che le canzoni dei Tamburo hanno tanto di Gian Maria ed Elisabetta dentro. Questo progetto stava nascendo a gennaio, lo avevo condiviso con lei che ne era la maggiore sostenitrice, poi sfortunatamente non l’ha visto uscire, ma sono sicuro che da qualche parte lei stessa lo guiderà.

Questo, infatti, è un regalo per te, ma anche per coloro che ti seguono. Di cosa pensi ci sia bisogno in ogni giorno nuovo, di ognuno di noi?

Ti dico una cosa legata alla pandemia. La prima cosa che ho pensato è che nonostante questa catastrofe, c’è la possibilità che l’uomo possa ripulirsi di tutta la pattumiera che ha in testa, di adoperarla come un’occasione per risanarsi, come i cieli e le acque che sembrano esser più puliti. Quello che potrebbe succederci di buono è che noi facciamo la stessa pulizia dei mari e dei cieli, nel nostro cervello. Credo che, così come questa malattia sia epocale, anche lo slancio del genere umano possa esserlo.

Nelle tue parole si avverte dell’ottimismo, e in linea con la nuova uscita, una forte speranza.

Beh, la natura ci ha dato dimostrazione di come in due mesi si sia ripulita, e noi, facendo parte della natura stessa, potremmo fare altrettanto.

Immagine di copertina © Paolo Degan
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