di Chiara D’Andrea

Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore? E’ questa la domanda a cui ha voluto rispondere la critica musicale Giulia Cavaliere nel suo libro d’esordio “Romantic Italia”. Per lei che ha scritto di musica per Rolling Stone Italia, IL Magazine, Linus, Esquire Italia e Il Mucchio Selvaggio, questo libro rappresenta “un lungo viaggio nell’amore raccontato e raccolto da chi ascolta”. Un percorso musicale ricco di cui sono protagoniste le canzoni italiane che hanno saputo raccontare, in modo originale, le diverse fasi dell’amore.

La copertina del libro “Romantic Italia” di Giulia Cavaliere, edito da minimum fax

 

Nell’introduzione del libro racconti che il tuo primo incontro con la canzone d’amore italiana è avvenuto nell’infanzia, un momento in cui non si ha una piena consapevolezza delle relazioni sentimentali. Me ne vuoi parlare?

Da bambina si è trattato di un imprinting più che di una reale affezione alla canzone d’amore che si è manifestata quando avevo un’età più consapevole. Nell’introduzione ho raccontato un episodio in particolare, ritornando con la mente a quando la mia babysitter Lucia mi portava nelle balere di provincia per sentire sua figlia cantare. In questi luoghi dai nomi particolari (La Buca, Antares, Sandalo cinese) dove si balla il liscio e si ascolta molta musica, ho cominciato a prendere contatto con il mondo linguistico e sonoro della canzone d’amore.

 

Riferendoti a “Mistero” di Enrico Ruggeri hai scritto che oltre ad essere stato il primo e forse l’unico pezzo rock ad aver trionfato al Festival di Sanremo è un brano che hai conosciuto prima ancora di averlo ascoltato. Cosa intendevi?

Parlando di “Mistero” ho usato una definizione inventata da me: “premusica”. Con questo termine ho voluto far riferimento a tutti quei brani musicali che incontrano l’ascoltatore (perché ne sente parlare o perché una persona cara li ascolta) prima ancora che questi li scelga consapevolmente.

 

Non hai scritto il classico libro di musica, non ci sono ad esempio le descrizioni tecniche oppure le testimonianze degli artisti di cui parli. Come definiresti “Romantic Italia”?

Mi piace parlare di “Romantic Italia” come di un libro di narrativa musicale. Ho cercato di fare qualcosa di diverso rispetto a quello cui siamo abituati in Italia: non sono andata dall’autore o dal cantante per intervistarli ma ho preferito partire dal punto di arrivo, concentrandomi sulla storia dei brani e sulla loro ricezione. Un approccio insolito se penso al nostro paese, ma non così particolare altrove. Ad esempio Lester Bangs – uno dei più importanti critici musicali di tutti i tempi – quando scriveva si soffermava molto sulle vicende umane legate alla musica.

Nel tuo libro riporti le aspre critiche che il giovane Lucio Battisti ricevette da parte della stampa dopo la sua esibizione al Festival di Sanremo nel 1969. Il brano presentato era “Un’avventura”, tuttora molto ascoltato e amato. Credi che oggi la differenza di opinione tra critica e pubblico sia ancora presente?

Nel libro cito il severo giudizio che Natalia Aspesi diede a Battisti, riferendomi ad un momento storico in cui la critica era molto diversa da quella odierna (ad esempio scrivevano di musica non i critici musicali ma i giornalisti che si occupavano di cultura). Secondo me poi è giusto considerare che si possa sbagliare nella valutazione di un prodotto musicale. Battisti è oggi un artista riconosciuto anche a livello internazionale ma credo che giudicarlo e riconoscerne il valore agli esordi non fosse affatto semplice.

Riguardo poi alla distanza tra il pubblico e la critica, certamente esiste ancora. Dal mio punto di vista è importante che il critico valuti la musica sulla base del suo gusto e delle sue competenze, senza però ignorare totalmente quella che è l’opinione del pubblico. Credo sia un limite non prendere in considerazione la ricezione della musica.

In “Romantic Italia” prendi in esame le canzoni d’amore del passato e del presente e ti soffermi tanto su quelle più conosciute che su quelle meno note. Qual è stato il tuo criterio di selezione?

Tutti i brani presenti nel libro li ho scelti perché reputavo avessero degli aspetti interessanti. Parlare delle canzoni d’amore del passato e del presente è stato per me un modo per soffermarmi sull’evoluzione o sull’involuzione della musica, per vedere in che modo è cambiata la scrittura e la composizione dei brani. Le canzoni che ho selezionato, inoltre, corrispondono a due criteri: si tratta di pezzi che descrivono un momento particolare dell’amore oppure che hanno introdotto degli elementi di novità nella storia della musica d’amore.

 

Spessissimo citi Ivano Fossati nel tuo libro. Ne parli sia come cantautore sia, soprattutto, come autore di brani d’amore che sono stati interpretati da cantanti donne. Il tuo intento era di evidenziare l’importanza del suo lavoro autoriale?

Fossati è l’artista più presente nel libro. Ho scelto di soffermarmi sul fondamentale contributo che ha dato al lancio di cantanti donne alla fine degli anni Settanta (penso al caso di Anna Oxa su tutti). Fossati, che ha fatto della relazione tra autore e cantante donna uno dei perni della sua carriera artistica, ha scritto dei pezzi incredibili che furono magistralmente interpretati dalle artiste che accettarono di cantarli. Mi piaceva dunque mettere in luce questo connubio perfetto.

 

Un cantautore al quale non si può non pensare quando parliamo di canzoni italiane d’amore è Luigi Tenco. Cos’ha rappresentato per te la sua musica?

Come ho scritto nel libro, Tenco è il primo autore che ha raccontato l’amore da un punto di vista analitico, parlandone in modo quasi scientifico. Nei suoi brani si interroga su cosa succeda all’uomo quando si innamora e su come perda se stesso (ne parla ad esempio in “Mi sono innamorato di te”). Lo considero un artista innovatore perché si è concentrato sui meccanismi dell’amore, adottando un approccio diverso rispetto ai suoi contemporanei che hanno invece parlato d’amore in maniera descrittiva. Le canzoni di Tenco non raccontano le relazioni sentimentali, ma lo stato d’animo di chi è innamorato.

 

La notte è protagonista in molti brani che citi nel tuo libro. Cosa ne pensi del legame tra l’amore e la dimensione notturna?

E’ vero in molti casi la notte emerge come il tempo dell’amore che possiamo legare alla sessualità oppure alla riflessione. Non avevo fatto caso a questa occorrenza della notte nelle canzoni citate nel libro, sicuramente però posso dirti che è un momento intenso e poetico, legato al pensiero d’amore. Non credo però che la notte sia l’unica dimensione di chi è innamorato. Anzi, ti direi che secondo me quando si comincia a pensare all’amore di giorno, è lì che siamo veramente fregati!

 

Hai deciso di parlare di “Nel ristorante di Alice” dell’Equipe 84, non certo li loro pezzo più noto. Perché l’hai scelto?

Mi piaceva dare spazio ad un pezzo di cui mi sono innamorata qualche anno fa e che mi ha colpito in primis dal punto di vista musicale. Il brano fu inserito nel disco Stereoequipe (1968), un lavoro esterofilo frutto dei numerosi viaggi compiuti dal leader del gruppo Maurizio Vandelli. Riferendomi a questo brano ho coniato un’altra definizione ovvero “fintallegro”, proprio perché si tratta di un brano con un testo triste accompagnato da una musica vivace. Questo contrasto rappresenta per me in pieno il pop.

 

Il tuo libro si può considerare un invito ad ascoltare più attentamente le parole di una canzone?

Si, mi piace pensare che “Romantic Italia” possa condurre il lettore a considerare  degli aspetti della canzone italiana d’amore su cui non si è mai soffermato. Non sempre si presta attenzione alle parole o si cercano dei significati nascosti quando si ascoltano dei brani musicali. Con il mio lavoro ho provato a far emergere degli elementi meno noti delle canzoni italiane d’amore.

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