È una bellissima giornata di sole, una delle ultime di questa strana estate, e con la splendida Momusso,“illustronauta” di professione, abbiamo chiacchierato spensieratamente del suo lavoro e della sua vita ponderando sui massimi sistemi davanti a un sano succo di frutta.

Con le sue illustrazioni dalla profondità semplice di chi la vita la ascolta davvero, è riuscita a conquistare il cuore di moltissimi followers e anche noi: abbiamo così scoperto una persona sensibile, curiosa, sempre vigile ma dolcissima, proprio come il suo animale guida: la volpe.

Martina Lorusso, in arte Momusso

Chi è Momusso?

Martina Lorusso è una cosa, Momusso un’altra. Momusso è la parte migliore di me, quella coraggiosa, quella che si affida al problem solving. C’è un problema? Momusso entra in gioco! Martina Lorusso invece è la parte più fragile. Potrebbe risultare che Momusso sia una maschera, in realtà è un mezzo con il quale incanalo quello che non riesco a capire.

Questo tuo sdoppiamento c’entra qualcosa anche con la tua passione per le piante grasse?

Sì, certo! Rispecchiano le due parti di me, Momusso mi protegge. Un tempo ne avevo 27 poi non so che è successo ma sono morte tutte. Mi piacciono perché sanno difendersi, hanno le spine però dentro sono fragilissime perché sono succose, sono piene di acqua e quindi per difendersi dal nemico hanno trovato questo escamotage. Un po’ come l’uomo, che deve formare una corazza dal mondo esterno per sopravvivere.

Cosa ti ha spinto a diventare illustratrice?

È nato tutto da una mia esigenza personale, quella di fare una ricerca introspettiva e cercare di sfogare qualcosa che avevo dentro. Mi piaceva molto fotografare ma in quel momento la fotografia non riusciva a esprimere quello che effettivamente provavo. Allora mi sono detta “proviamo a disegnare” e tutto è venuto spontaneo. Diciamo che io uso i vari canali secondo il periodo che sto attraversando e di quello che voglio davvero comunicare.

Da qui la nascita del “vocabolario sentimentale”, l’abbinamento di immagini e parole create ad hoc per emozioni che non ne hanno.

Sì, due anni fa ho avuto questa esigenza di trovare le parole per esprimere delle emozioni che non ne avevano. Quando tu riconosci qualcosa e lo visualizzi, quella cosa fa meno paura. Attraverso i social sono riuscita a trovare quest’unione e mi sono resa conto che questa esigenza non la sentivo solo io. Alcune persone si sono addirittura tatuate qualcuna delle mie illustrazioni! Significa che ha funzionato, che si sono riconosciute in un simbolo. È strano perché è come se accompagnassi le persone nella loro vita e loro ogni volta che guarderanno quel simbolo si ricorderanno che hanno una gran forza dentro.

A proposito di social, tu sei molto attiva soprattutto su Instagram. È un canale che pensi ti abbia aiutato a veicolare le emozioni e a esprimerle, trovando consenso negli altri?

Sì. Però non è consenso, è cercare di trovare dei punti in comune. Adesso i social sono visti anche come dei canali un po’ costrittivi: non si parla più dal vivo, non c’è più uno scambio di sguardi, non c’è più una comunicazione diretta ma tutto è filtrato. Dato che c’è questa carenza di rapporti dal vivo, uso i social per far si che poi alla fine ci si incontri davvero.  Dato che stiamo attraversando un periodo che a livello sociale annienta la sensibilità, c’è solo polemica e odio non incanalato, vorrei ragionare con le persone su questa cosa e su come poter cambiare.

Usi i social anche per collaborazioni lavorative?

Il mio profilo Instagram è diventato un curriculum, praticamente, quindi alla fine i lavori li trovo tramite social. Però non lo uso principalmente per quello. Per esempio ora come ora metto meno illustrazioni perché sono impegnata in un altro progetto che mi richiede un altro tipo di attenzione verso l’altro. Parlando di comunicazione, e l’illustrazione è comunicazione, adesso non sento l’esigenza di dover disegnare ogni giorno, mi prendo del tempo per usare un altro tipo di comunicazione. Io non sempre sono felice e non sempre ho la voglia di condividere le cose che faccio, perché devo prima viverle. È tutto molto fragile, anche nel lavoro, e questa sensazione di fine mi dà proprio la carica.

Quindi il “vocabolario sentimentale” era legato a un certo periodo della tua vita che stavi attraversando?

Esatto. Come dire, se prima era un’esigenza perché mi mancava la parola dell’altra persona per riuscire a creare un collegamento, adesso quel collegamento c’è e deve solo attuarsi. Vorrei che tornasse a essere un’ abitudine sana quella di scambiare idee, soprattutto di parlare di sentimenti, perché lo vedo ancora come un tabù. La gente non ha la voglia o la libertà di potersi esprimere perché di solito trova un muro di intolleranza. Sembra esserci la voglia di non capire l’altro, forse perché significa che prima bisogna capire se stessi ed è un lavoro un po’ lungo e difficile.

Momusso

Tu sei una girovaga, ti piacciono molto i treni. Senti la necessità di avere un punto fermo oppure questo tuo girovagare ti porta a sperimentare cose nuove e quindi vorresti sempre essere in movimento?

Io so che quando vado in un posto trovo una parte di me che ho lasciato lì l’ultima volta e rimetto insieme dei pezzi. Girare mi dà sicurezza, se c’è qualcosa che devo capire basta che prendo un treno e vado e poi il viaggio è come se riuscisse a mettere in ordine tutti i pensieri, mi dà anche la carica per continuare a evolvermi, perché ovviamente non mi fermerò qui. A 26 anni ci si inizia a fare già domande di vita: chi sono, cosa voglio fare, cosa sto facendo, lo sto facendo bene…

Come base hai Milano. Perché Milano e non un’altra città?

Milano è bella perché è una città europea, molto aperta al resto del mondo ed è anche un punto di passaggio. È molto dinamica, quindi mi ci trovo bene perché ho tutti i mezzi a disposizione. Però l’ho scelta per caso: io stavo a Verona e avevo fatto solo un tirocinio a Milano, poi ho perso casa a Verona e ho pensato “mi trasferisco a Milano, qualcosa accadrà!”. Infatti di lì a poco Indipendente Concerti mi ha chiamato, ho fatto un colloquio e poi ho fatto l’I-Days. Ancora dovevo laurearmi, ho rimandato la laurea fino a che potevo.

Hai avuto collaborazioni importanti con alcuni artisti, penso a Brunori Sas e Niccolò Fabi, ma anche con aziende come Martini. Come sono nate queste collaborazioni? Ce ne saranno altre?

Sicuramente ce ne saranno altre perché io non mi fermo, però adesso sono focalizzata su un altro progetto editoriale quindi mi sto cimentando in cose diverse. È stato molto spontaneo. Io ho sempre fatto dei disegni regalo perché mi sentivo di farlo. Sentivo una canzone o una frase che mi piaceva e mi veniva spontaneo disegnarla ma in maniera molto semplice perché io non sono brava a disegnare, non ho la tecnica. Le conoscenze che ho sono di grafica quindi abbastanza semplici, ma il fatto forse di essere semplice riesce ad arrivare a tutti. Io vorrei che l’illustrazione potesse essere fruibile a tutti non solo a esperti del settore, io vorrei che veramente possa essere un mezzo che incida nelle persone. Per Martini per esempio ho fatto una campagna che servisse ad avvicinare i giovani al rito dell’aperitivo Martini che fa parte della storia italiana. Per me è stato un onore! È successo tutto per caso, ma questa è la vita: più fai, più le cose ti accadono. E se non succede niente non è un problema.

Momusso per Martini

Questo nuovo progetto che hai in cantiere… puoi accennarci qualcosa?

È un insieme di tutto quello che è successo in questi ultimi 5 anni, non posso dire molto però ci sto lavorando e tra un po’ di tempo uscirà qualcosa. Ci vorrà un po’.

Nel mondo di oggi che è frenesia pura, tu vedi la noia in modo positivo o negativo?

Molto positivo perché so che in quel momento sta succedendo qualcosa in me e non è banale. Non la definirei nemmeno noia, ma una pausa o un momento di raccolta. Sono molto ricettiva quindi so che prendo molto dall’esterno, come una spugna. Poi quando mi attivo rivedo le cose che ho vissuto perché si materializzano nel disegno o nel progetto che vado a affrontare. Adesso, ad esempio, non sento la necessità di rinchiudermi in un ufficio ma ho bisogno di essere libera, di assecondarmi. Poi si vedrà.

Potresti mai vivere senza musica?

No, assolutamente no. Dà ritmo a tutto, fa uscire le mie emozioni, è come se riuscisse ad accompagnarmi in questa ricerca. Forse questo mio esternare sempre le emozioni potrebbe risultare quasi una sorta di spasmodica ricerca di qualcosa di effimero che non esiste. So che sono fragile, so che sono sensibile. Sfrutto questa cosa per fare qualcosa di più grande di me che coinvolga più persone possibili. Non sempre tutti i difetti vengono per nuocere anzi secondo me sono delle caratteristiche che bisogna esaltare.

Non solo musica, però. Ultimamente hai collaborato anche per l’Orvieto Cinema Fest. Il cinema per te è una cosa nuova, come ti sei trovata?

Mi è piaciuto moltissimo perché è ancora un altro mezzo per comunicare che è fatto per immagini in movimento, fotografia in movimento. Le ragazze dell’Orvieto Cinema Fest mi hanno raccontato il progetto e io mi sono innamorata, ho detto “si assolutamente ci sono!”. Ho immaginato questo occhio con una pellicola che crea il simbolo dell’infinito, che racchiude dei mondi anche interiori, perché quando si guarda un film si mettono in gioco le emozioni e l’esperienza verso quelle emozioni. È per questo che i film coinvolgono. Sono sincera, vorrei sperimentare questo ambito.

David Lynch by Momusso

Tra 10 anni come ti vedi?

Un giorno avrei detto: in una casa luminosa, con tante piante grasse e dei gatti. Adesso non è più così. Mi vedo con una persona a fianco che mi lascia libera di essere me stessa così come io lascio libero lui di essere se stesso. Mi vedo penso felice, poi ovviamente la vita riserva grandi sorpresa non sempre positive. Non mi vedo in solitudine però, c’è una prospettiva di vita vera adesso. Non esiste nessuna figura che mi sta accompagnando adesso, ma sento proprio in me questa voglia di amare e non mi fa paura, non mi vergogno. Sono arrivata al punto di dire che sono contenta di quello che sono anche se so che domani sarò diversa.

Un consiglio per i ragazzi: in questo mondo precario e cinico, secondo te i giovani cosa dovrebbero fare per cambiare le cose?

Io partirei dal singolo. Bisognerebbe avere un’accortezza nell’aumentare la sensibilità perché quando si ha la sensibilità si è molto più ricettivi rispetto a quello che succede e agli altri. Si diventa molto più attenti e curiosi. Se si dà la speranza a una persona di poter raggiungere un obiettivo, si danno i mezzi per farlo, le cose potrebbero cambiare perché si ha una prospettiva più ampia. Sono convinta che oggi ci voglia coraggio, ad esempio, a rimanere nella propria città.