Comprendere, accettare e rispettare ciò che è altro da sé non è mai facile: richiede un grandissimo sforzo su tanti fronti e ciò è ancor più vero quando determinate scelte di vita o approcci esistenziali ci appaiono distanti anni luce da noi. Solo attraverso un confronto autentico e un dialogo sincero, è possibile superare certi stereotipi e pregiudizi derivati dalla cultura di massa in cui siamo immersi e abbracciare la diversità, in qualunque forma si manifesti, pur mantenendo le proprie convinzioni e abitudini, o magari modificandole nel modo e nei tempi che si ritengono più opportuni.

Coloro che scelgono di aderire al poliamore sono vittime di vere e proprie stigmatizzazioni sociali, derivate in parte dall’ignoranza su questo fenomeno della contemporaneità, in parte dalla paura, più o meno conscia, che certe pratiche relazionali possono indurre: etichettate come immature, egoiste, incapaci di amare se non addirittura come soggetti affetti da depravazione, perversione e altre patologie psichiatriche, queste persone subiscono una costante discriminazione nella nostra società e il loro modo di vivere l’amore viene giudicato ancora in modo troppo frettoloso e pedantemente moralista.

Nell’attesa di poterci confrontare insieme durante il talk di Parole Correnti, in programma giovedì 13 febbraio dalle 18 alle 20 negli spazi di Industrie Fluviali a Roma, abbiamo incontrato una di queste persone, una giovane donna estremamente coraggiosa e sensibile che si adopera in molti modi per diffondere una cultura consapevole sul poliamore e per far sì che tutti e tutte, indipendentemente dagli orientamenti personali, possano capirci qualcosa di più e farsi un’idea di questa realtà basata su fatti ed esperienze, e non su falsi miti privi di qualsivoglia ragionevole fondamento.

L’abbiamo intervistata per voi.

Il profilo Instagram che hai creato e che gestisci si chiama Polycarenze: da dove viene questo nickname?

Il mio nickname ha una storia simpatica e ridicola allo stesso tempo. Deriva da “Carenza di B12” (ndr vitamina B12), che anni fa era il mio nome d’arte su Wattpad, piattaforma di scrittura creativa. Il tutto perché sono vegana, e stereotipicamente quando una persona onnivora parla di un* vegan*, spesso pensa immediatamente al fatto che manchi la B12. Ad aprile scorso ebbi un “blocco dello scrittore” che mi portò ad abbandonare i miei progetti e mi costrinse a reinventarmi. Da lì, l’idea di mettere in gioco la mia passione per la divulgazione, l’esperienza personale e le mie conoscenze per parlare di poliamore e non monogamie etiche. Volevo un nome che riprendesse un po’ quello precedente, e così è nato polycarenze, che oltre ad essere una rivisitazione, è anche un modo per esprimere quelle che sono le carenze sul poliamore, quello che la gente non sa. 

 

Ti va di raccontarci come hai conosciuto la modalità che offre il poliamore?

A quindici anni tradii per la prima volta, la prima di altre. Non mi vergogno a parlarne, fa parte della mia vita e del mio bagaglio esperienziale. Non mi sono mai sentita appartenente ai canoni della monogamia, tanto meno mi sono mai riconosciuta in quelli che sono i comportamenti mononormati, ma nessuno mi aveva mai spiegato che potesse esserci un’alternativa etica al tradimento, un modo per evitare di far stare male le persone. Mi veniva chiesto di scegliere in continuazione, ed io, semplicemente non avrei voluto scegliere. Avrei voluto stare con entrambe le persone, se solo ci fosse stata la possibilità. Conobbi il termine poliamore appena maggiorenne, una volta interrotta una relazione monogama durata ben tre anni. Da quel momento, ho cominciato a dare un senso a tutto, ho avuto la risposta a tante domande. Cambiai i miei schemi relazionali, decisi che avrei voluto solo relazioni non monogame etiche e consensuali. 

Qual è, allo stato attuale la percezione che secondo te è più diffusa nella società riguardo le persone che scelgono questa filosofia di vita?

Nonostante negli ultimi tempi ci sia stato letteralmente un boom di persone maggiormente interessate alle tematiche riguardanti i vari orientamenti relazionali diversi dalla monogamia standard, noto come i media diano ancora una rappresentazione errata o incompleta di ciò che effettivamente siamo. Spesso appariamo come persone egoiste, incapaci di amare e di prendersi le proprie responsabilità, non pronte per una storia a lungo termine, promiscue. Viene ancora considerato come centrale l’aspetto sessuale, purtroppo. 

Ci racconti l’esperienza più bella che hai vissuto o sentito riguardo il poliamore? E la più brutta?

L’esperienza più bella che ho vissuto è stata la prima volta in cui ho provato compersione. Con “compersione”, si intende un sentimento di appagamento e benessere che si prova nel vedere il/la propri* partner interagire con altr* partner. Essendo abituat* a vivere in una società prevalentemente mononormata e basata sulla cultura del possesso, non si riesce ad immaginare come possa essere possibile una cosa del genere, quindi la prima volta in cui mi è successo mi sono sentita a tratti strana, totalmente in balìa di un sentimento mai provato sulla pelle. È stato potente. Un’altra esperienza che sicuramente trovo sempre molto appagante è quella di vedere i/le mie* partner andare d’accordo, sostenersi a vicenda, volersi bene tra loro. Ed io lo stesso con i/le partner de* mie* partner. In quanto alla più brutta, penso un po’ a tutte le volte in cui io e il mio partner non siamo riusciti a comprenderci al volo nonostante le ore passate a comunicare. In quei momenti ci si rende conto di quanto i limiti delle persone siano diversi, e le difficoltà da affrontare pure. Anche se poi ci si rialza, ci sono e vanno messe in conto. 

Secondo te, qual è l’aspetto del poliamore più difficile da “digerire” per le persone monogame?

La critica che sento porre più spesso riguarda sicuramente l’idea che le persone monogame si fanno rispetto alla “condivisione” del propri* partner con altre persone. Comprendo le paure e le rispetto, in primis quella dell’abbandono e della carenza di attenzioni che ai loro occhi il poliamore può portare, ma mi sento di criticare l’utilizzo del termine “condivisione” o “divisione”, un altro molto usato. Le persone non vengono condivise o tagliate a metà. Ogni relazione instaurata è a sé, diventa un universo a parte, non è un’estroflessione della relazione che viene considerata come “principale”. Le persone non sono numeri, non possono essere divise. L’amore, idem. Più che venir diviso, io sono convinta che venga moltiplicato, perché ogni persona che frequentiamo ci dà qualcosa, costruisce LA storia. 

Qual è la tua personale definizione di poliamore?

Probabilmente, lo strumento che più ha contribuito alla mia crescita personale e che giorno per giorno continua ad alimentarla. Grazie alle mie multiple relazioni e all’attivismo sul campo, imparo sempre qualcosa di nuovo. 

Esistono dei gruppi di sostegno per persone “nuove” al poliamore a cui rivolgersi?

Io vivo a Torino, che ha la fortuna di essere un po’ un’isoletta felice. Qui esiste una comunità poliamorosa molto forte e diversi gruppi d’incontro e condivisione, come pomeriggi dedicati alle tematiche e aperitivi poly. Gli stessi eventi però vengono proposti in varie città, generalmente si parla di città più grandi. Consiglio di cercare su Facebook “poliamore + città d’interesse” per capire se esistono anche in altre città. 

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