Minuziosissima documentazione storica, raffinata ricerca etno-antropologica e iconografica, indagine sociale volta a porre in evidenza le tematiche più cogenti dell’oggi: sono questi i pregevoli ingredienti che, ben mescolati e amalgamati da mani esperte, voce camaleontica e profonda consapevolezza drammaturgica, restituiscono al pubblico spettacoli indelebili.

E poi c’è un fattore misterioso, che ha radici arcaiche e che esemplifica tutta la magia ipnotica del teatro di figura: la presenza visibile e invisibile dell’artista che è, allo stesso tempo, corpo in scena e mente registica, artefice esclusiva dell’opera nel pensiero, nella forma e nel suo divenire sostanza. 

Di tutto questo, e di molto altro, è fatto il virtuosismo di Marta Cuscunà.

Dopo la straordinaria trilogia sulle resistenze femminili, composta da È bello vivere liberi! (dedicato alla resistenza politico-poetica della partigiana Ondina Peteani), La semplicità ingannata (ispirato alla vicenda delle clarisse di Udine, monache ribelli del Cinquecento) e Sorry, boys (costituito dalla rielaborazione dello scandalo di Gloucester), la ricerca teatrale di Cuscunà si rinnova e si espande attingendo, stavolta, al patrimonio mitologico: nel suo ultimo lavoro, Il canto della caduta, l’oggetto narrativo è l’antico mito di Fanes, appartenente alla tradizione culturale delle Dolomiti ladine, rielaborato alla luce delle nuove istanze proposte dall’archeomitologia.

Tradizione e innovazione, memorie antiche e riflessioni attuali si fondono in perfetto equilibrio anche dal punto di vista tecnico: i corvi animatronici di Paola Villani, già creatrice delle incredibili teste mozze di Sorry, boys, inducono a una strana suggestione che sa di distopia imminente. 

Marta Cuscunà è giovane, anagraficamente e anche dal punto di vista dell’estetica teatrale che costruisce; eppure, c’è in lei una stratificata sapienza, una rara ed elegante perizia che desta molta curiosità. 

E allora l’abbiamo intervistata. 

Come è nata la tua passione per il teatro? 

È nata grazie ai miei genitori che al tempo delle superiori mi proposero di fare l’abbonamento a teatro insieme a loro. All’epoca il Teatro Comunale di Monfalcone affiancava alla stagione di prosa classica, la rassegna di teatro contemporaneo e civile contrAZIONI, che per me è stata una rivelazione. Poi ho iniziato a seguire un corso gratuito di teatro che l’amministrazione comunale offriva agli adolescenti di Monfalcone, ideato e condotto da Luisa Vermiglio, attrice e regista professionista: è stata lei, per prima, a farmi capire che il teatro poteva essere un mestiere. Purtroppo, a Monfalcone, entrambe queste esperienze non esistono più.

Quali sono stati e quali sono attualmente i tuoi punti di riferimento artistici e culturali?

Ho avuto la fortuna di incontrare dei Maestri che hanno condiviso con me le loro tecniche e i loro saperi: tra questi, Joan Baixas, con cui ho studiato i linguaggi del teatro visuale, José Sanchis Sinisterra, con cui ho studiato drammaturgia, Christian Burgess con cui ho affrontato la costruzione di progetti inediti. In Italia, Giuliana Musso è un punto di riferimento per quanto riguarda il teatro d’inchiesta e la commistione tra linguaggi teatrali e scienze sociali. L’incontro con il lavoro artistico della regista brasiliana Christiane Jatahy è stata una scoperta illuminante. Da dieci anni collaboro con Centrale Fies, il centro di arte performativa di Dro che, grazie al progetto Fies Factory, è la mia casa artistica e il luogo dove nutro di stimoli la mia ricerca.

Il teatro di figura è una delle tradizioni più consolidate nell’ambito delle arti sceniche, soprattutto in Europa. Potremmo dire che costituisce un patrimonio classico della nostra cultura teatrale. Come mai hai scelto proprio questo linguaggio teatrale?

Roberto Scarpa, allora direttore di Prima del Teatro-Scuola europea per l’arte dell’attore, mi consigliò di frequentare il corso di teatro visuale condotto dal regista catalano Joan Baixas. Alla fine del workshop, Joan mi disse che questi linguaggi sembravano essere la mia strada e che, se ne avesse avuto la possibilità, mi avrebbe invitato a lavorare con lui a Barcellona. Così è stato e da allora non ho più smesso.

Come si può coniugare una tecnica così antica con le tendenze della contemporaneità?

Non mi sono mai posta questo problema. Joan Baixas, con cui ho studiato, ha sempre avuto un approccio poco legato alla tradizione e più orientato verso la contaminazione delle arti, delle tecnologie e dei linguaggi. 

Come è nata la trilogia delle resistenze femminili e quali sono i motivi che ti hanno spinto a dedicarti per tanto tempo a questo tema?

Sono partita dalla mia esperienza personale perché la discriminazione di genere era una realtà che sperimentavo quotidianamente, nel privato ma anche nelle dinamiche lavorative. Sono questioni per le quali cerco di impegnarmi come attivista e il teatro è uno degli strumenti che ho a disposizione per portare avanti la lotta.

Il canto della caduta nasce da un mito, negli spettacoli precedenti invece ti sei ispirata a storie reali. Che differenza c’è tra il mettere in scena fatti storicamente documentati e costruire invece uno spettacolo che ha come nucleo di partenza un racconto mitologico?

Come  dice Ulrike Kindle, la ladinista che ho incontrato per studiare il mito di Fanes, non esiste popolo che non abbia un suo patrimonio peculiare di racconti mitici che narrano le origini dell’universo, degli dei, dell’ordine sociale e offrono immagini a paure e domande ancestrali. Chi siamo, da dove veniamo, qual è il nostro destino? Il pensiero mitico quindi non è mai accidentale ma emerge all’interno di un preciso sistema e riflette una struttura concettuale. Il mito di Fanes, secondo l’antropologa Kläre French-Wieser, racconta tre passaggi importanti dell’essere umano: il passaggio dal diritto materno al patriarcato, da un sistema pacifico a uno belligerante e ,infine, dalla cultura del totem -quella dei popoli cacciatori, ancora in simbiosi con la natura, che riconoscono nell’animale totemico il proprio antenato- alla cultura della miniera e dell’estrazione dalle montagne.  Il mito di Fanes sembra essere il racconto perduto di come eravamo, di quell’alternativa sociale auspicabile per il futuro dell’umanità che viene presentata sempre come un’utopia irrealizzabile. E che invece, forse, è già esistita. 

Marta Cuscunà, “Il canto della caduta”. Ph. Daniele Borghello.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sto iniziando a lavorare alla nuova produzione che debutterà nel 2021 e che dovrebbe occuparsi di ecofemminismi. Siamo ancora all’inizio e a fine ottobre io, Marco Rogante (assistente alla regia, ndr) e Paola Villani (scenografa, ndr) saremo in residenza artistica a Lisbona per la costruzione del primo prototipo di pupazzo, grazie al progetto europeo i-Portunus.

Marta Cuscunà sarà in scena con Il canto della caduta martedì 10 settembre alle ore 19 alla Pelanda di Roma, nell’ambito del festival di performing arts Short Theatre (biglietto intero euro 10, ridotto under 30 euro 7).

Per conoscere le date successive della sua tournée nazionale e internazionale, è possibile consultare il seguente link.

In copertina: un ritratto di Marta Cuscunà, ph. Alessadro Ruzier. Il video “Making of Il canto della caduta” è stato realizzato durante la residenza artistica negli spazi di Fies Factory/Centrale Fies.
© riproduzione riservata