Il viaggio inteso come spostamento fisico dell’uomo che si incammina verso l’ignoto per esperire, crescere, conoscere; il viaggio come imprescindibile iter spirituale necessario all’animo umano per venire a contatto con le più profonde percezioni dell’infinito.

Queste le due declinazioni che Jack Kerouac conferiva al tema del viaggio quando scriveva nel 1957 On the road, il celeberrimo romanzo autobiografico che ha riscosso e continua a riscuotere un successo planetario distinguendosi come il più compiuto manifesto della Beat Generation e della narrativa contemporanea in toto.

A dare impulso a questa singolare generazione di autori che annovera i nomi di Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs e Neal Cassady, è stata in Italia la scrittrice Fernanda Pivano, che scompariva esattamente un decennio fa, il 18 agosto 2009, all’età di novantadue anni.

Fernanda Pivano. Fonte: www.artapartofculture.net

Allieva di Cesare Pavese, famosa per aver tradotto in lingua italiana per Einaudi la Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters nel 1943, la Pivano, strettamente legata alla cultura americana, è stata una delle più grandi intellettuali del Novecento italiano: proprio grazie al suo infaticabile lavoro, Fernanda (detta “Nanda”) è riuscita a compiere la grande missione di divulgare la letteratura statunitense e di alimentare l’interesse nei confronti di questa, valorizzandone tutte le peculiarità con le sue grandi doti da pensatrice. Certamente, il legame viscerale con il suo mentore ha giocato un ruolo decisivo nella ricca carriera di Fernanda Pivano, anche traduttrice di Addio alle armi di Ernest Hemingway e del capolavoro di Walt Whitman, Foglie d’erba: basti pensare che nel 1941 si laureò in Lettere con una tesi di laurea su Moby Dick di Herman Melville.

Che la Beat generation in Italia sia stata, al di là dell’opera della Pivano, poco approfondita, è risaputo. All’orizzonte di questa ondata culturale, letteraria, poetica, musicale, e sociale (identificabile come un movimento davvero eterogeneo), nata negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, c’è la potenza dell’ignoto unita alla sete di esperienza: incuriositi dai “paradisi” delle droghe e dell’alcool, coinvolti nella libertà di una sessualità panica e profondamente affascinati dalla spiritualità delle religioni orientali, i ribelli della Beat generation rifiutano ogni genere di imposizione, discostandosi prepotentemente dai legami con la tradizione.

Fernanda Pivano. Fonte: www.letteratu.it

Beat, aggettivo scelto da Kerouac stesso, non si deve intendere come termine per indicare una generazione oppressa e sfiduciata e dunque “abbattuta”, ma piuttosto come sinonimo di una condizione di beatitudine assoluta, una beatitudine svincolata dal piano reale e tuttavia intimamente autentica, coltivata nel pacifismo e nell’autenticità dell’uomo, nella totale sua indipendenza dinnanzi al materialismo e alle futilità del mondo. Kerouac ha definito questa corrente culturale giovanile con queste parole:

«La Beat generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo»

E proprio così potrebbe essere sintetizzato il senso del percorso del protagonista e narratore di On the Road Sal Paradise (alter ego dell’autore) e del suo compagno Dean Moriarty, che per mezzo della loro spontaneità e della loro rinuncia trasgressiva alla società di massa scoprono un’altra vita, un’altra realtà. La scrittura di Kerouac è evocativa, tersa, reale: nella resa letteraria dei paesaggi americani incontrati dai due giovani durante i percorsi in autostop e gli spostamenti in autobus, e nella trasposizione delle percezioni umane, soprattutto, l’autore raggiunge livelli di maestria.

«Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno oooohhh»

Nel 1966, durante il suo soggiorno in Italia, Kerouac rilascia un’intervista che rimarrà nella storia, proprio a Fernanda Pivano. In un evidente stato di ebbrezza, l’autore dapprima si complimenta con l’intervistatrice per la sua bellezza, e in seguito si pronuncia in merito alla sua produzione da romanziere e alla sua poetica: tre anni dopo, Kerouac scomparirà all’età di quarantasette anni.

Più che per il contenuto della conversazione, l’intervista è significativa perché rappresenta a pieno la personalità eclettica e ingovernabile dello scrittore, la sua indole anticonformista, effervescente, travagliata: l’indole di uno dei personaggi più iconici della letteratura del Ventesimo secolo.

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