C’è un gioiellino a Roma, nascosto da colline artificiali. È situato nel cuore di Villa Torlonia, nei pressi del quartiere Nomentano: si tratta della Casina delle Civette.

Su commissione di Alessandro Torlonia, venne costruita da Giuseppe Jacopelli nel 1840.  Per più di cinquanta anni presentò una costruzione rustica fino a che, nel 1908 il nipote Giovanni affidò i lavori a Enrico Gennari, trasformandola così  in una sorta di “Villaggio Medievale”.  Vennero inserite finestre, loggette, porticati e torrette decorate da maioliche e vetrate colorate.  Qui Giovanni visse indisturbato fino al 1938. Durante la Seconda Guerra Mondiale, però, nuvole nere si addensarono sulla Casina  fino a che non venne acquistata dal Comune di Roma. Fu così che tornò a risplendere, grazie al restauro realizzato negli anni ’90. Aperta al pubblico, diventò da subito meta degli amanti del mistero e dell’arte, anche se sono molti ancora coloro che ne ignorano l’esistenza.

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Si tratta di un’abitazione senza tempo, particolarissima, che rompe ogni cliché. Un posto magico e surreale, dove chiunque entri, non può non uscirne ammaliato. La forma a “T” della Casina, sembra accogliervi ogni volta a braccia aperte ma è all’interno che cela la sua parte migliore. Figure semplici sembrano evolversi e prendere vita in complicati disegni e forme di piante e fiori. Le vetrate raffiguranti pavoni, rondini in volo, lucciole vaganti come fantasmi georgici, arricchiscono ogni angolo. Realizzata da Dullio Cambellotti nel 1914 è la vetrata delle civette.

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È probabile che l’artista, conoscendo la cultura e la lingua greca grazie ai suoi numerosi viaggi compiuti nell’Ellade, abbia tratto ispirazione proprio da lì per il nome e per il tema di questa sua stravagante dimora. E se così fosse, sarebbe dunque possibile che il termine civetta sia stata ripreso dall’epiteto glaucopide che caratterizza, per antonomasia la dea greca Atena. Del resto Glaukos è la dea “dagli occhi della civetta” e come tale, si fa archetipo della sacralità e della sapienza; vedendo al buio, inoltre, diviene allegoria della ragione, poiché i suoi occhi trafiggono le tenebre dell’incertezza. Ma la civetta non è solo un simbolo di ragione e di sapienza; questo animale, infatti, è stato spesso associato anche a elementi negativi: spesso demonizzata e ora, anche simbolo delle streghe; il che spiegherebbe i gusti alquanto discussi di Giovanni, definito da molti, amante del macabro.

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Eppure quei contrasti tra luci colorate e ombre quasi paradossali, l’odore del legno massiccio, le splendide pitture, il lucernario che illumina dall’alto quasi a purificare le anime peccatrici, riempiono i sensi umani. Quest’onda d’urto a base di stile liberty sconvolge con eleganza. Catapulta  in un quadro di palpitante sospensione lo spettatore, che, nobilitato dallo stesso spettacolo furtivo, si rispecchia nei dettagli curati e preziosi degli interni e vi trova un’armonia suggestiva. Un silenzio penetrante, la vita che passa in un attimo, il succedersi delle quattro stagioni. Gli uccelli che migrano verso il tramonto, perché ancor troppo giovani per restare al buio, e tutti quei fiori stilizzati sulle vetrate danno essenza e vivacità alle piccole e graziose stanze di cui è composta la casina.

 

Foto di a.lefts

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