Lo stretto legame che l’uomo instaura con il campo scientifico e con quello tecnologico, sul finire del XIX secolo, trasforma in maniera radicale la percezione spazio-temporale, comportando un evidente mutamento di prospettive, e, dunque, di motivi ispiratori dell’arte.

La città, a cavallo tra l’Otto e il Novecento, diviene sinonimo di una modernità sconcertante, una sorta di monstrum con il quale l’uomo si deve confrontare nella sua quotidianità. Volgendo uno sguardo al campo letterario e, più in generale, a quello artistico, la città è comunemente identificabile con l’immagine del grande movimento della folla convulsa e strepitante, che gravita attorno ai caffè, ai grandi boulevards, ai passages. Tutte le grandi capitali europee si vedono radicalmente modificate nel loro aspetto da innovativi piani di ristrutturazione urbanistica, più o meno tutti coevi, che, con molteplici innovazioni architettoniche, rivestono le città di un aspetto avanguardistico, a discapito delle antiche strutture urbanistiche medievali e rinascimentali. Quali sono gli autori della letteratura moderna che per primi raccontano l’esperienza cittadina? Émile Zola, in Francia, Giovanni Verga e Luigi Capuana, in Italia, sono forse i primi scrittori a testimoniare gli – spesso atroci – effetti della vita urbana, dipingendo nei loro racconti un’ampia gamma di episodi impressionanti. Al topos della città-ciminiera, culla di uno degli orfani della letteratura mondiale, Oliver Twist, si sostituisce quello della città-mercato, vivificata dal consumismo della Belle Époque, con i suoi negozi che si moltiplicano a vista d’occhio e le varie Esposizioni universali. Ed è qui, in questo universo mutevole e sfaccettato, che lo scrittore moderno entra in crisi.

Gianfilippo Usellini, La nonna delle case, 1926

Il luogo-emblema del progresso e della civilizzazione è al contempo una fonte d’inquietudine, d’incertezza, di tensione. Nel suo romanzo La curée (1871) Zola raffigura una Parigi insolita e tormentata, vittima della speculazione edilizia; Verga, nei Malavoglia (1881), contrappone allo scenario della campagna quello frenetico e incerto della città, descrivendone la corruzione e l’imperfezione; Luigi Pirandello, agli albori del nuovo secolo, incentra la sua produzione letteraria (in toto) sul tema dell’alienazione umana e dell’incomunicabilità, in gran parte attribuendo le nevrosi e le ossessioni dell’uomo allo sconcertante spirito moderno: nel Fu Mattia Pascal egli per primo descrive la Milano dei tram elettrici, agitata dal continuo fermento della folla, vanificando gli effetti positivi dell’industrializzazione. Anche nella poesia del primo Novecento la natura tende ad estinguersi, lasciando il posto alla città come luogo dell’anonimato che spersonalizza l’individuo e lo destina all’eterno oblìo. Camillo Sbarbaro restituisce l’immagine di una città vuota e sorda, quasi un deserto nel quale il poeta è incondizionatamente solo, nell’aridità della sua anima. Lo stesso tema della solitudine nel caos è presente in Guido Gozzano, Eugenio Montale e Clemente Rebora: quest’ultimo, in particolare, rappresenta la vita dell’uomo come un’allegoria ferroviaria, un «Carro vuoto su binario morto», immagine che rimanda alla figura traumatizzante della città come luogo privilegiato della bête humaine.

Al tema della spersonalizzazione individuale è accostato quello della mercificazione del corpo e della sua spettacolarizzazione; l’immaginario cittadino, da Baudelaire in poi, pullula di figure come saltimbanchi, ballerine e prostitute (inevitabile citare il celeberrimo romanzo Nana di Émile Zola); con Palazzeschi, affiora l’immagine del poeta-clown, che coinvolge il tema con confronto-scontro tra il moderno poeta e l’emergente pubblico massificato della moderna società. Il progresso della città, dunque, lontano da quel dictamen fomentatore tanto caro ai futuristi, lascia un senso di vuoto e d’insensatezza, un sentimento d’isolamento e di emarginazione caratterizzante della società moderna e contemporanea.

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