La funzione, cioè l’uso che si fa di un’opera, non basta, anche la bellezza è utile. Ci sono opere del passato, certe chiese, certi palazzi, che oggi sono utilizzate in modo diverso, sono sopravvissute pur cambiando la loro funzione: ancora oggi le usiamo, le frequentiamo. Questo succede perché ciò che è rimasto non è l’utilità che avevano all’epoca, ma è la bellezza; la bellezza e la poesia sono sopravvissute al tempo.

Oscar Niemeyer

da Il mondo è ingiusto, Milano, 2012

 

Il pensiero dell’acclamato architetto brasiliano Oscar Niemeyer (1907-2012) può stimolare una riflessione sul ruolo di Roma nel corso del tempo e sulle sue conseguenze. Le reminiscenze che troviamo della città sono riflessi di tutto ciò che essa ha vissuto e permettono di attivare una riflessione sul tempo  che è intangibile – notando quanto esso sia intrecciato alle nostre esperienze sulla Terra, come esseri umani, pensanti e sensibili. Essendo così, abbiamo bisogno di una produzione fisica di questa sensibilità del mondo, anche come forma di eredità per la posteriorità, dato che la nostra esistenza è finita e limitata. Così, possiamo capire un po’ più facilmente la produzione instancabile di castelli, palazzi, monumenti, libri, canzoni, poemi e città intere, come tracce personali o collettive del nostro passaggio nel mondo.

Queste tracce le troviamo a Roma dappertutto.

C’è qualcosa di magnetico in questa città, che commuove sia i suoi abitanti sia i milioni di turisti, e questo accadde per la permanenza della bellezza e del suo incanto, come diceva Niemeyer: “Questo succede perché ciò che è rimasto non è l’utilità che avevano all’epoca, ma è la bellezza; la bellezza e la poesia sono sopravvissute al tempo.” Questa permanenza provoca una ibridazione della estetica urbana romana che caratterizza l’identità visuale della città.

Uno dei punti più interessanti quando si analizza Roma nel suo formato ibrido tra passato e presente è realizzare come essa si contraddistingua dalle altre metropoli dell’antichità. Se facciamo la comparazione con Atene (Grecia) oppure con il Cairo (Egitto), ad esempio, incontriamo il Partenone, o le piramidi di Giza e altri siti archeologici chiaramente separati dal resto della città, delimitati così in uno spazio circoscritto, distante dalla città abitata. Questi monumenti, come quelli di Roma, sopravvivono tuttora. La differenza la incontriamo nel modo in cui essi si mescolano con la città: i primi, separati fisicamente dall’agglomerato urbano, sono costruzioni situate in una posizione elevata, poiché in quei casi la separazione territoriale presuppone una delimitazione di tipo artistico e ideologico (come ad esempio, nei casi dei musei, i limiti di sicurezza delle opere d’arte), mentre a Roma tutto si mescola assieme e la divisione tra tutto ciò che è considerato sublime e il mondano e caotico non esiste.

Colosseo, ©foto di Andrea Fanelli

L’elevazione divina dei monumenti storici a Roma si mescola con tutto il resto della città, e in questa miscela visuale si crea una ironia di significati: allo stesso modo in cui gli elementi divini vengono “mondanizzati” per ciò che li circonda, essi sacralizzano l’ambiente urbano, in un eterno ciclo di resinificazione dello spazio.

La contemplazione dei monumenti romani è quasi infinita, dato che quando si cammina attraverso il suo centro storico, ad ogni passo si può avere il piacere d’incontrare costruzioni millenarie integrate al quotidiano e all’ambiente “popolare”. A volte integrate talmente tanto che il significato della costruzione può cambiare. La resinificazione accade spesso in questa città, dove a volte immobili centenari in un certo periodo della storia hanno abbandonato la loro funzione iniziale per diventare negozi, come fu il caso del Teatro di Marcello, i cui archi, nella metà del sec. XVIII, furono utilizzati come spazio commerciale, o come nel caso di Palazzo Bocconi (una volta sede del Governo) a Via del Corso, oggi utilizzato come il grande magazzino targato Zara.

Questa mescolanza trasforma Roma in un caso unico, nel senso che lo spazio urbano fonde assieme passato e presente, senza che si faccia una separazione formale o “rispettosa” delle memorie del passato.

Nonostante tutto, questo non è necessariamente un elemento negativo per la città, poiché questa mescolanza di stili ed epoche diverse ha permesso un contatto perenne con il passato e con l’antichità, il che trasforma Roma in un vero e proprio museo all’aperto. Il prestigio culturale che Roma possiede rispetto alle altre città italiane o europee è immenso, ma nonostante questo dato, forse per la quantità di tesori e fonti di risorse storiche e artistiche che oggi, nel secolo XXI non è stata esaurita, si verifica una mancanza di apprezzamento, un fallimento per l’eccesso. Una volta che si incontra la storia in ogni angolo, questa stessa storia viene trattata con una certa trascuratezza, sempre tenendo a mente che la storia di Roma è anche la storia della civiltà occidentale.

Il governo, così come i suoi abitanti, non si prendono cura del proprio patrimonio culturale e dei frutti che questo può dare alla propria regione. Non è lo scopo di questo articolo segnalare i difetti e gli insuccessi dell’amministrazione della città ma, invece, identificare le cause che ci hanno portati alla situazione attuale. Possiamo tracciare un parallelo con le città europee più piccole, come Lille (Francia) e Bruges (Belgio), ad esempio, che non hanno minimamente l’estensione culturale e territoriale di Roma ma che, nonostante questo fatto, approfittano dei propri reperti e rovine nel modo più intelligente possibile, il che si traduce in un buon utilizzo della cultura e della storia locale – anche se limitata – la quale può essere pienamente condivisa. Questi fanno buon uso della loro piccola collezione e del modo in cui essa è messa in funzione, acquisisce valore e diventa notevole, permettendo un grande apprezzamento.

Ma nonostante l’immensità dei suoi problemi, Roma ci offre piaceri incontestabili e uno di loro è la possibilità di intenso contatto con numerose manifestazioni di bellezza riunite in un luogo unico. Gli italiani, sempre circondati da stimoli estetici, bellezze naturali e architettoniche, alimentano lo sguardo di ammirazione per il Bello. Allo stesso tempo, vivono in uno spazio spesso disarmonico e spazialmente disorganizzato, effetti collaterali sia del tempo sia della cattiva gestione oppure del proprio caos urbano.

“La bellezza è costituita da un elemento invariabile e eterno, la quale quantità è troppo difficile da determinare, e un elemento relativo, circostanziale, che è, se vogliamo, successivamente o in combinazione, il tempo, la moda, la morale, la passione.”

Charles Baudelaire

Nonostante l’immenso peso artistico che è parte integrante della cultura romana e italiana è inevitabile non notare come questo patrimonio culturale spesso non sia ben curato né apprezzato. Le bellezze che gli italiani hanno nel proprio Paese, come l’arte, la cultura, la storia, i suoi luoghi e le tradizioni devono da loro esser meglio custodite, mantenute e per lo più spettacolarizzate affinché non vengano trattate con indifferenza, come spesso accade. Secondo l’architetto Renzo Piano “La bellezza è il nostro più grande ‘asset’. È chiaro che l’Italia dovrebbe investire nella bellezza, invece lasciamo da parte questo capitale, lo trascuriamo, lo viviamo con poco entusiasmo. Il nostro paesaggio è bello perché antropizzato.”

Il Vittoriano, ©foto di Andrea Fanelli

E si percepisce con grande facilità la mancanza di interesse e di cura con cui si trattano tutte le manifestazioni della bellezza, vista l’immensa offerta di queste dispiegata in tutto il territorio italiano. “Per noi in Italia la bellezza è così straordinariamente diffusa che è diventata assuefazione, la gente la vive con distrazione, senza accorgersene” continua Piano.

Tuttavia la bellezza per gli italiani dovrebbe essere trasformata nella consapevolezza che questo è il più grande patrimonio del Paese, in modo da cominciare a favorire e incoraggiare ulteriori sviluppi in questo settore, grazie alla rivalutazione del primato di questa, che è, come abbiamo già detto in precedenza, poco esplorato.

Oggi ci sembra un bel giorno per riflettere sui problemi e anche sulla misteriosa bellezza di questa città che da 2.770 anni mimetizza l’eternità in un attimo e che nonostante tutti i suoi fallimenti, continuerà ad aeternum a farci meravigliare della sua bellezza.

Foro Romano ©foto di Andrea Fanelli