È un mondo fatto di parole. Lo è sempre stato, tanto più lo è oggi. Per quanto a molti possa sembrare strano, tutti concorderanno nel pensiero che sia inevitabile. Famosa e ormai retorica è la frase di Einstein sull’universo digitale:

Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.

Per quanto, certo, non ci sbilanceremo a contraddire in toto un mostro sacro della modernità, comunque proveremo a confutarlo ad armi pari, facendo cioè ricorso al suo stesso cavallo di battaglia: la relatività. Quel che dice Einstein è vero, ma non sempre e non per tutti. Prendiamo i social network: contenitori di idee e posizioni, immancabili bacini di un’utenza allargata a confini internazionali, dove tutto si mescola quando non si sovrappone, dove persino è misurabile il tono della voce che parla più forte delle altre per guadagnarsi la ragione. Parole, dicevamo: parole digitalizzate. Chi ne resta fuori è perduto, è inevitabile. Ma resta una mera questione di modalità.

Sembra davvero così scontato sottolineare che tutto ciò dipende dalle persone e dal loro modo di approcciarsi alla community? Non diremmo. Perché ad oggi vale il mettersi in coda al giudizio altrui, che come la massa adotta troppo spesso la filosofia del «si stava meglio quando si stava peggio». Ma perché fare di tutta l’erba un fascio? Ormai internet è parte integrante ed inevitabile delle nostre vite, ormai noi siamo internet, dall’acquisto online alle chat di Whatsapp. E se le parole non sono altro che la manifestazione della coscienza, allora condividere un post su Facebook, scaricare un’applicazione o salvare link tra i preferiti equivale un po’ a raccontare sé stessi, comunicando agli altri ciò che siamo e condividendo con essi i nostri interessi.

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Amore social. 56 e 45. Non stiamo dando i numeri – figuriamoci – ma dai numeri vogliamo partire. Volendo scherzare con la smorfia napoletana, traducendo le cifre in concetto staremo parlando di cadute e vini buoni: per traslato, di debacle dovute a sviste, vacillamenti nati da malintesi, proprio come si oscilla dopo una sbornia. 56 e 45 sono le percentuali che raccontano le discussioni delle coppie italiane per l’eccessivo uso dei social da parte dell’altro – la prima – e i litigi legati a messaggi malinterpretati. Sono dati ufficiali che raccontano una vita, la nostra, in cui anche (soprattutto?) l’amore è tra gli ingranaggi necessari al funzionamento della macchina digitale. Tra gli argomenti privilegiati, se pensiamo alle possibilità di approccio offerti dai social. Inevitabile.

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Certo, poi non staremo qui a parlare di quanto sia sbagliato digitalizzare una relazione, mantenendola chiusa dentro ad uno smartphone o prigioniera dello schermo di un pc, va da sé. È però altrettanto vero che serva una certa moderazione nel presentare all’altro o all’altra il proprio web-profile, perché la tecnologia sa rendere il corteggiamento un rituale breve e disfunzionale, traducendosi in «discorteggiamento»: ce lo raccontano gli esiti di ricerche del New York Times, nientemeno. Allora anche qui necessità e relatività sono due biglie che si scontrano sempre, come calamite impazzite: tutto sta nel considerare che strada prenda l’una rispetto all’altra.

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Communities. Il social è dunque la piazza. Quel frastuono ormai quasi silenziato dall’abitudine del vivere è sostituito dal ticchettio di una tastiera, dall’impatto di un’immagine, dal pensiero nascosto dietro l’aforisma. Parole come proiezione di coscienze, dicevamo: per la proprietà commutativa, le piattaforme digitali sono effetto dell’espansione democratica di anime e cervelli. La discriminante del pericolo, ovvero del pensiero anticonformista, è sempre la stessa: relatività. Democraticità non è dire ciò che si vuole dove si vuole e quando si vuole. Democraticità è confronto, tanto meglio se colorato di solidarietà. Prendiamo il caso-Alfie: la community web Alfie’s Hope non è che l’ultima espressione di migliaia di coscienze unite dalla fitta rete di internet: firmata Facebook.

thesun.co.uk

La mobilitazione mediatica sollevata a difesa del piccolo bambino inglese, affetto da una grave e rarissima malattia neurodegenerativa, è stata pazzesca. E si è raccolta prevalentemente lì, in seno a quel bacino d’utenza: una pagina da oltre novemila likes in pochi giorni, seguita da altri diecimila utenti. Una moderna forma di petizione, tutta chiocciole ed hashtag, tutta notifiche e post.

Forse spesso siamo troppo poco abituati, ma i social sono anche questo. Dolci e amari, come le pagine della nostra vita. Dipende dalla piega che scegliamo di dargli. Esatto, per una volta starsene nel mezzo è la decisione migliore: dipende, nessuno ha la verità. Perché l’unica verità siamo noi.

 

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