Il volto “pensieroso e malinconico” di Sonja, l’eroina di Delitto e castigo, non è nato sulla pagina scritta, ma su un foglio da disegno. Come pure gli occhi “truci” di Svidrigalov, il “cattivo” del romanzo e nemico del protagonista, Raskol’nikov, sono stati tratteggiati con una matita prima di diventare uno degli elementi distintivi dell’opera. La grafica, insomma, costituì la parte fondante del processo creativo di Dostoevskij: dall’immagine alla parola.

I suoi Taccuini, gremiti di schizzi e bozzetti, rappresentarono la fase aurorale dalla quale sarebbe poi sgorgata la pagina scritta. I disegni non furono intesi dallo scrittore russo come una distrazione o un divertissement per ingannare il tempo, nell’attesa dell’ispirazione: come, invece, fu il caso di Puskin, il quale era solito riempire una messe di fogli con i profili di amici e con le silhouette di belle donne quale atto rituale diretto a superare il classico blocco della pagina bianca.

Negli appunti, fitti e disordinati, di Dostoevskij, il disegno svolse, al contrario, un ruolo centrale: l’immagine presiedeva alla creazione letteraria del personaggio, suggerendone e modellandone i tratti somatici e caratteriali. E tra i fogli da disegno che documentano la complessa e dinamica genesi di Delitto e castigo spicca il ritratto di Napoleone, “uomo al di sopra dei comuni mortali”, cui si ispira lo scapestrato Raskol’nikov (prima dunque della fase della maturità e dell’espiazione) per elaborare la teoria dei pochi eletti, i quali – nel nome di una distorta e inquietante concezione del bene comune – avrebbero il diritto di uccidere i “pidocchi”, ovvero la plebaglia e gli emarginati, che infestano l’umanità.

In copertina: Fëdor Michajlovic Dostoevskij in un ritratto di Wassili Perow (1872). Fonte: Wikimedia Commons.
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