Sesso debole, dite? Macché. Non lo è più, meglio, non lo è mai stato: nell’immaginario comune, forse, di chi ne sottovaluta estro e determinazione, coraggio ed intraprendenza. E se il cinema ci racconta spesso la vita nella sua versione virtuale, allora la dimensione della pellicola traduce il contesto migliore per raccontare in filigrana una storia vera, fatta di passione, di stile, di emancipazione. Parliamo delle donne, come si sarà intuito, delle donne e del grande schermo, dal momento che quest’anno Cannes ha deciso di rendere un particolare omaggio alla femminilità proponendo come uno dei temi centrali del festival quello della presenza della donna nell’industria cinematografica. Affascinante.

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Il cinema come una sorta di metafora della vita, si diceva. Allora attraversare velocemente gli ultimi settant’anni proponendosi l’obiettivo di studiare da vicino l’evoluzione del protagonismo femminile è utile per specchiare il cammino della donna nella società moderna, dagli albori del consumismo alla globalizzazione formato social. In questo senso Cannes, eccellenza della cinematografia, rappresenta un testimone d’eccezione, che può raccontarci tanto. A partire dalla sua stessa struttura, diremmo, che vede in media un quinto delle donne in rappresentanza della giuria votante: fu Gaby Morlay, nel 1951, la prima donna presente in commissione.

L’attrice francese Gaby Morlay

Numeri modesti, come quelli che informano sul ruolo di regista – addirittura dal 1946 solo il 4.7% dei film in gara sono stati diretti da una donna, oggi a concorrere per il premio finale ci sono 3 registe donne su 21 registi totali – nonché sulla vittoria finale – nella storia del festival solo quattro donne hanno vinto il premio di Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura, per un totale pari ad uno striminzito 4%. Ma allora in che modo è possibile parlare di protagonismo in rosa? Le cifre non rendono giustizia al dato di fatto, certo. Ma è bene partire da due presupposti: se da una parte questi numeri sono in crescendo, dall’altra i numeri in sé non sono tutto. Perché certo un sentimento, una coscienza dirompente – tanto più decisamente a seguito degli scandali targati Weinstein – non sono quantificabili: siamo testa e cuore, prima ancora che unità.

Ecco allora spiegate le Termopili dei giorni nostri: ottantadue, erano ottantadue donne con ruoli diversi a sfilare qualche giorno fa sul red carpet, a rivendicare rispetto ed uguaglianza. Erano ottantadue, nei fatti, come i film di registe presentate fino ad oggi al concorso: erano trecento, nella mente di chi ama fantasticare, e sembravano avanzare col mento alto e il portamento fiero di quel pugno di spartani che incuranti della minoranza alzavano gli scudi e puntavano le lance. Da Claudia Cardinale a Cate Blanchett, da Jasmine Trinca ad Agnes Varda: è stato definito da tanti “l’assalto al cielo” della Croisette, una pacifica occupazione della scalinata più famosa del mondo che profuma già di storia.

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«Le donne non sono minoritarie nel mondo, eppure la nostra industria dice il contrario. Chiediamo alle istituzioni di organizzare attivamente parità e trasparenza nelle istanze decisionali», le parole della Blanchett. Ah, allora esiste uno squilibrio tra la realtà e la sua virtualizzazione cinematografica, allora la sagoma in filigrana non segue perfettamente le curve della figura frontale, nonostante tutta questa grande voglia del cinema di raccontare. Forse per questo il Festival aveva da quest’anno lanciato un primo grande segnale per rimediare a questa sottorappresentazione, decidendo per una giuria forse per la prima volta davvero femminile, di cui proprio la Blanchett sarà presidente.

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Non solo, perché il dibattito sociale sull’emancipazione è passata anche attraverso il vettore della moda: ancora Cate Blanchett e Penelope Cruz hanno voluto indossare abiti riciclati dalle precedenti edizioni in risposta all’iniziativa dell’anno della moda sensibile. Come a dire che le donne sono insieme vittime e testimoni, insieme bersagli e portavoci: in sostanza, l’apologia del tutto. E allora è quasi sbagliato pensare che iniziative come #MeToo, che fanno il paio con altre quali la nostra #NonUnaDiMeno e che quest’anno stanno riscuotendo una particolare partecipazione, si limitino a dar voce a chi voce non ne ha. Piuttosto, si dica che sono megafoni pensati per svegliare dal sonno della comodità fatidici benpensanti maschilisti, che ancora pensano alla donna come ad un bel soprammobile.

Il segreto è alzare la voce in un mondo in cui c’è troppo rumore. Il segreto è salire le scale senza restarsene ad aspettare ascensori ai piani terra: salire, per le strade della vita come per le colline di Hollywood. Tra la realtà e la sua versione cinematografica.

 

 

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