di Federica Piras

«La satira è una lezione, la parodia un gioco» Vladimir Nabokov

Il 20 giugno del 1762 Sofia-Federica-Amalia, conosciuta al mondo come Caterina “la Grande”, Imperatrice di Russia, sale al trono portando con sé le sue idee illuministe e di rinnovamento sia in ambito sociale che culturale.

L’imperatrice, come primo provvedimento di natura politico-militare, soffoca la rivolta di Pugačëv (1774-75) che vedeva una Russia divisa: da un lato la nobiltà con i suoi privilegi e dall’altra una popolazione sottomessa. Appassionata di politica e dell’amministrazione dello Stato, ispirata dallo Spirito delle leggi di Montesquieu e dal Dei delitti e delle pene di Beccaria, il 30 luglio 1767 emanò il Nakaz (“Istruzione”) indirizzato alla commissione da lei convocata l’anno precedente, per la compilazione di un nuovo codice di leggi destinato a sostituire quello del 1649. Lo scopo principale di questo era non recare pregiudizi alla felicità del popolo attraverso le leggi.
Si occupa inoltre di stimolare il clima culturale del suo Paese: mantiene una corrispondenza con Diderot e Voltaire e si propose di continuare la pubblicazione dell’Enciclopedie, che riscontrava diversi ostacoli in Francia. L’imperatrice, ispirata da vanità e determinazione, si impose di dare alla Russia un ruolo degno del Secolo dei lumi, mediante giuste leggi e riforme innovative.

La sua è un figura innovativa, quella di imperatrice-filosofa che si occupa dell’arte in tutte le sue forme, definendosi matrona delle arti e della letteratura. Soprattutto dopo il 1783, la stampa e la diffusione di libri raggiunsero nuovi progressi per la Russia, grazie alla creazione di numerose tipografie private. Nella prima fase del giornalismo russo gli articoli venivano firmati raramente, spesso senza dichiarare l’originalità dei testi. All’epoca del regno di Caterina, invece, attraverso la pubblicazione di riviste letterarie il pubblico poteva entrare a contatto diretto con la cultura europea, di cui comparivano numerose traduzioni. La pubblicazione di riviste probabilmente distoglieva l’attenzione pubblica dal fallimento dei lavori della commissione, o almeno era quello che credeva l’Imperatrice con l’uscita del suo foglio satirico, lavoro diretto dal suo segretario G.Kozickij, e intitolato Vsjakaja vsjacina (“Un po’ di tutto”). La rivista esprimeva la profonda passione educatrice dell’imperatrice. Dietro lo pseudonimo Babushka si nascondeva il direttore di “Un po’ di tutto”, che aveva come modello il The Spectator inglese (1711-12) di Joseph Adison e Richard Steele. Come base della rivista vi era l’idea che le leggi sono inutili se i costumi sono corrotti, e si proponeva quindi l’ambizioso obiettivo di correggerli. La rivista doveva aspirare a corregge vizi, tenendoli distanti dalle debolezze umane.
In combutta con la rivista di Caterina vi era Il Truten che definiva la satira dell’Imperatrice «un esercizio elegante e alla moda con cui si divertono le persone eminenti». L’autore del Truten era un tale Novikov, inserito da Lenin tra i grandi artefici del socialismo e della rivoluzione. Moralista ironico, all’età di 25 anni abbandona il servizio militare per seguire la sua vera vocazione, con l’uscita nel maggio del 1769 de Il Truten. Nella prefazione, contenuta nel primo numero, esplicita i motivi che lo hanno condotto ad iniziare questa avventura, svalutando sé stesso e citando la pigrizia come elemento fondamentale alla base della sua scelta. Si ripromette di scrivere “molto poco”, ma di pubblicare tutte le lettere e traduzioni che gli sarebbero state inviare, soprattutto quelle satiriche.
La satira è stata la protagonista della scrittura di Novikov: questo genere non rappresenta un elemento nuovo nella cultura russa, già presente nei tempi più remoti nelle favole e nei proverbi. I due rappresentanti più degni del genere furono sicuramente Kantemir, e Sumarokov, di cui lo stesso Novikov nutriva stima e ne condivideva il pensiero che si potrebbe riassumere nella massima «vivere senza essere utili nel mondo significa solo gravare sulla terra».

Il genere satirico russo prende spunto dalla corrente occidentale, che si differenzia dal classicismo francese nella capacità dei russi di deridere e soprattutto di deridersi, e che proviene dal loro scetticismo di fondo. Novikov si differenzia da Sumarokov e Kantemir, in quanto la sua satira prende di mira non i vizi nella concezione astratta, ma mira bensì le sue critiche pungenti alla nobiltà russa che deteneva ogni potere nella società. Tra i motivi ricorrenti della sua satira vi è l’idea di quella uguaglianza naturale di tutti i cittadini, il cedere alle debolezze e alle passioni, la condanna verso i nobili proprietari terrieri o che rivestivano cariche importanti nella Stato. Non meno importante, Novikov nella sua satira sfrutta l’ammirazione eccessiva – quasi morbosa – dei russi verso i francesi, esaltando tutto ciò che era francese; questo atteggiamento si manifestava soprattutto negli ambienti nobiliari. Questa fenomeno inizia a diffondersi attorno alla metà del ‘700, durante il regno di Elisabetta Petrovna, ed è noto anche con il termine di “gallomania”.

Nessuno studioso di quell’epoca riuscì comprendere il pensiero di Novikov riguardo al concetto di “gallomania”, e si vedeva più in lui un radicato sentimento nazionalista che un ritrovamento della vera identità russa nella sua esistenza più pura, che cercava con la condanna della gallomania di porre l’attenzione sulle virtù russe. La satira come genere letterario, dunque, mette a nudo la coscienza di intere società: è un esame completo, quasi necessario per far sì che tutte le maschere cadano giù. È necessaria a noi esseri umani perché siamo parte della satira stessa, parte di quello spettacolo messo in scena ogni giorno con tutte le nostre contraddizioni.

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