“Non ho mai conosciuto nessuna creatura al mondo che amasse così tanto scrivere”

questo è ciò che affermava  Forster a proposito di Virginia Adelina Woolf.
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Nata a Londra nel 1882, era figlia del più celebre critico e storiografo del periodo vittoriano, Leslin Stephen, editore del Dictionary Professional  Biografy.

All’età di 6-7 anni creò con i fratelli un giornalino di casa dove, fin da bambina, passava ore a scrivere.  Non frequentò la scuola ma fu essenzialmente autodidatta. Tuttavia il padre notò fin da subito il talento della figlia e, alla sua morte, Virginia cominciò a scrivere recensioni e a lavorare per giornali.

Intorno al 1911 si trasferì con la famiglia nel quartiere di Bloomsbury, dove un circolo esclusivo di persone condividevano gli stessi interessi, disprezzavano la morale conservatrice ed erano scettici nei confronti della religione. Il modernismo inglese, coetaneo del futurismo italiano, che cercò di distaccarsi dal passato, non ambiva invece a una rottura con la tradizione, ma, anzi, la considerava come fonte di ispirazione, di rielaborazione, un qualcosa  che dà vita a innovazioni oltranziste. La Woolf è alla ricerca della sua scrittura, in questa società in continua evoluzione.

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La casa di Virginia nel quartiere di Bloomsbury

Donna nervosa, perennemente tesa, sposa nel 1913 un brillante giornalista e teorico politico: Leonard Woolf con il quale aprirà la Hogarth Press, casa editrice che pubblicherà gli scritti di Virginia.

Il 3 ottobre 1922, riferendosi all’ Ulisse di Joyce: “La mia grande avventura è Proust. Come se si compisse un miracolo ai miei occhi, m’incateno a quel libro come un martire ad un supplizio. Finalmente è finito.” Dopo venti giorni dalla missiva, uscì il suo primo romanzo sperimentale, La stanza di Jacob e, nel frattempo, riprese a lavorare ad un altro romanzo. Così nel 1925, all’età di quarantadue anni, fece uscire finalmente il suo capolavoro: La Signora Dalloway. Un romanzo dall’impostazione simile a quella dell’Ulisse, la cui lettura per lei era pari ad un’agonia. La storia del libro infatti, dura un solo giorno.
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“ La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei” e così, la giornata ebbe inizio.

Clarissa è, lo dice il nome stesso, Clara o forse Clariss(im)a in quella mattina estiva. Si tratta di una signora cinquantenne, benestante e amante della bella vita. Una donna matura e per bene che deve organizzare la festa che si terrà la sera stessa in casa sua, nella Londra del primo dopoguerra. Passando da un negozio all’altro osserva i volti, i gesti delle persone. Osserva la sua immagine riflessa nelle vetrine. Rivede persone che già conosce e altre che vede per la prima volta e di cui, poi, sentirà parlare la sera stessa.

Parallelamente viene raccontata la storia di un uomo travolto dall’esperienza della guerra. Una crisi nervosa lo condurrà alla pazzia, un progressivo decadimento fisico che Rezia (sua moglie) non sarà in grado di placare. Si chiama Septimus Warrel Smith ed è lo spettro dell’uomo che era. Rifiuta il futuro e sceglie la morte. I due quella mattina, si sfioreranno ignari uno dell’altro, diversi e lontani eppure così simili e vicini. Stanchi, a loro modo, della vita che conducono.

Nella lettura ci si accorge di scivolare continuamente tra discorso diretto e indiretto, di passare da un carattere all’altro, per esprimere al meglio tutto i diversi punti di vista dei personaggi. Infatti, la Woolf sostiene di voler togliere la voce al narratore onnisciente di stampo vittoriano per far sentire la voce diretta dei personaggi. Un’altra caratteristica tipica del romanzo modernista è  lo sfondo: un ambiente mondano, descritto con sorprendente naturalismo.

Il racconto continua. A rompere l’apparente equilibrio è la visita di un amore giovanile: Peter Walsh. L’antico amore sopito non è affatto morto. Comincia così il flusso di memoria nonché il flusso di coscienza da lei definito moment of being, dove emerge la figura di Sally, una ragazza oggetto di una violenta passione adolescenziale (la vita di Virginia, infatti, fu punteggiata da passioni omosessuali  femminili). Tutto poggia sulle spalle di Clarissa ed è come se la protagonista fosse investita da un’onda che invece essere costituita da acqua, è fatta di ricordi. I ricordi giovanili si affastellano l’uno sull’altro ed emergono gli interrogativi indissoluti e l’emozione di quell’amore mai consumato.
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Un altro personaggio di grande spessore è quello di Elisabeth, l’amica della figlia. Una ragazza cattolica, povera ed estremamente orgogliosa che guarda, con occhi di sdegno, il modo di vivere dell’alta borghesia. Pensieri, dubbi, ricordi, felicità e disperazione ma anche piccoli aspetti di una vita che assumono importanza all’improvviso. Infine, lo scorrere delle ore. Lo scoccare delle lancette del Big Ben. Il sole che tramonta. Il ricevimento e, con questo, la fine della giornata. L’intreccio di voci dà origine a un risultato estremamente raffinato.  Un vero e proprio concerto musicale del quale Proust è un orchestratore. La limpidezza di questa coralità viene espressa nella parte finale, dove tutte le battute contribuiscono alla definizione dei vari personaggi.

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Nicole Kidman nei panni di V. Woolf nel film The Hours

La Woolf, scrittrice accorta di straordinaria eleganza e bellezza, utilizza a ritroso la memoria che influisce sull’immaginazione e che la riporta alle proprie esperienze adolescenziali. Lo possiamo notare soprattutto nell’ossessione per la follia, molto presente nel libro. Nella figura di Septimus  Warrel, ad esempio, che, avendo perso la lucidità mentale dopo la guerra, manifesta disturbi e segnali tipici di insanità mentale, a cui riesce a porre fine solo con il suicidio.

Nel corso della sua vita, Virginia Woolf ebbe delle violente crisi depressive. Crisi che bene o male erano sempre gestibili quando si presentavano sporadicamente e bastava uno stato di alienazione o un po’ di tranquillità per superarle. Venerdì 28 marzo 1941, la depressione, però, si fece insopportabile e,per propria scelta, decise di farla finita affogandosi nel fiume, lasciando in eredità al marito Leonard, un’ultima lettera.

La figura di Septimus in Mrs Dalloway, dunque, potrebbe rappresentare l’emblema della sua ossessione personale.

Nicole Kidman nella scena finale di The Hours

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