Dal 26 al 28 Gennaio, nei locali della Superstudio di Milano, si è svolta la Affordable Art Fair (AAF), che ha avuto il fine di far esplorare ai suoi visitatori le nuove tendenze artistiche con l’obiettivo, come si intuisce dal nome stesso, di renderle avvicinabili da tutte le fasce di potenziali interessati. L’accesso a tutti gli espositori è stato accompagnato dalla possibilità di usufruire di una visita guidata che ha fatto conoscere gli artisti agli avventori, e l’arte contemporanea ai suoi fruitori. La regola principale dell’esposizione è stata, per le opere in vendita, quella di non avere un prezzo maggiore si seimila euro: tutti dunque hanno potuto, almeno in principio, acquistare qualcosa per la propria collezione. Sono ben ottantacinque le gallerie d’arte che hanno sfruttato l’evento per mettere in mostra i propri artisti, provenuti da ambienti locali ed internazionali.

Le cifre sembrano confermare la solidità dell’idea: rispetto al 2016, l’edizione del 2017 ha portato un 10% in più di incassi, e quella del 2018 confermerà probabilmente tale trend positivo. Come si situa una tale iniziativa all’interno del panorama artistico contemporaneo, e, più in generale, in rapporto allo status della cultura italiana? Stante l’ultimo rapporto del Ministero dei Beni Culturali, nel 2017 si è avuto un incremento dei visitatori museali del 10%, con un numero assoluto che si aggira attorno ai 50 milioni di persone. Questo significa che gli italiani rimangono interessati alla cultura e all’arte, ma, probabilmente, percepiscono il fattore economico come possibile ostacolo alla loro fruizione: non è un caso che, negli anni della crisi economica e quelli immediatamente successivi, si sia avuta una sostanziale stagnazione del numero di visitatori annuale, o una crescita legata quasi prettamente ai siti culturali ad ingresso gratuito. Di base, poi, a molti pare ancora che l’arte non sia faccenda da classe media, e il fatto stesso che, in generale, essa dovesse in passato essere prodotta tramite committenti, l’ha sempre resa appannaggio esclusivo degli strati sociali più alti. In breve, si ha ancora una separazione tra la nascita (e lo studio) dell’arte e buona parte della popolazione.

Fonte: https://www.lilacgallerynyc.com/affordable-art-fair-nyc-spring-2015/

Eppure l’arte, come concetto, interessa tutti, e i numeri del MiBACT lo confermano; allora cos’è che manca? La possibilità di contribuire alla produzione artistica e culturale nonostante le possibilità limitate. Un evento come L’AAF rompe la convenzione sociale che vuole che l’arte sia limitata alle tasche di pochi, e che lo stimolo alla creazione debba trovarsi obbligatoriamente nelle Accademie o nei grandi committenti: tutti possono partecipare al sostegno degli artisti, e le visite guidate hanno l’esatto scopo di riparare quella frattura che esiste tra le opere contemporanee e la popolazione. Importante è notare che l’arte stessa aveva rotto la credenza che un’opera potesse solamente provenire dal profondo studio e sacrificio, avvicinandone dunque la natura all’ordinario: dal dadaismo in poi, in effetti, la provocazione e la produzione in serie hanno fatto il proprio ingresso nel panorama creativo, svellendo i concetti di unicità e irreplicabilità delle opere.

Se, dunque, ad oggi tutti possono produrre arte, almeno in teoria, è anche ora che si risolva il bisogno di un ponte tra artista e “consumatore”, specialmente quando quest’ultimo non trova l’ambiente artistico familiare. L’evento in corso a Milano è un primo passo, ma altri ne dovrebbero seguire, e le istituzioni potrebbero giocare un ruolo importante nell’intera questione. Due ostacoli principali si frappongono tra l’arte contemporanea e la popolazione: Il primo è il fatto che, pur accettando un tetto al prezzo delle opere, l’artista debba, ancora oggi, vivere di ciò che fa; per quanto possa sembrare scontato, e per quanto l’opera possa non abbisognare del ricorso ad elaborati metodi creativi passati, le necessità del creatore rimango le medesime, e con esse, dunque, il costo finale di un’opera; il secondo è legato al fatto che, pur se la creazione artistica non necessita obbligatoriamente di studio, inteso questo nell’accezione presentata precedentemente, la fruizione dell’opera ha bisogno di una spiegazione, di un’introduzione, che non può limitarsi alle iniziative sporadiche, ma deve rinvenirsi in una più vasta educazione alla creatività contemporanea.

Poche sono le opere che si spiegano da sé, e il rischio di ridurre un’opera a ciò che si vede è renderla poco più che mobilio, oggetto d’arredo. In conclusione, l’AAF si è dimostrata la giusta occasione per scoprire in quale direzione si stia volgendo il mercato artistico contemporaneo, che non può (e non deve) sopperire alla mancanza strutturale di un canale di collegamento tra il mondo dell’arte e la realtà della popolazione che di questo poco si intende.

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