Le feste hanno un valore simbolico preciso nella cultura di un popolo, perché costituiscono in molti casi il pretesto attraverso cui parlare di determinati argomenti, o far succedere cose: la Pasqua è stata dalla sua nascita un rituale di dono e condivisione, ma anche evento utile per criticare la società in un momento in cui la ricettività del pubblico si faceva più importante; il Natale è sinonimo di nuovi inizi in tutte le culture in cui si celebra, qualsiasi sia il nome utilizzato; ancora, l’italiana Festa della Liberazione rievoca un processo storico e popolare ben preciso, e come tale è celebrata (letterariamente e non).

La poesia di Ungaretti rende chiara sia la perdita di senso del Natale che la consapevolezza del suo valore primitivo

Tuttavia, sia nella cultura che nella letteratura odierne le feste hanno perso rilevanza, e in altri casi ceduto il proprio valore primigenio, ovvero lo sfondo valoriale che ne connotava la ragione d’esistere. Questo ha portato al progressivo svuotamento della celebrazione: pur essendovi una riunione di persone, l’evento celebrato non acquista una connotazione ulteriore estranea all’incontro stesso. Le persone si lasciano dunque come si sono trovate. Un paio di esempi chariranno meglio queste affermazioni: il primo maggio è per molti “giorno di barbecue”, così come il 2 giugno, quello giusto per andare al mare. Le ragioni storiche e politiche di questi cambiamenti sono da rintracciarsi (brevissimamente) nella secolarizzazione e nell’evoluzione economica foriera di individualismo, cosmopolitismo e relativismo. Questo però, lungi dal rappresentare un cambiamento prettamente positivo, contribuisce a quella che generalmente viene descritta come la mancanza di riferimenti (valoriali e morali) della nostra generazione. La fluidità dei punti di riferimento, che scompaiono o diventano mobili, dunque, sebbene non sia di per sé fattore limitante della società, ha conseguenze che non possiamo ignorare, descritte già in infiniti trattati filosofici e umanistici.

Nel momento in cui dimentichiamo le celebrazioni (religiose o meno) come sinonimo di un processo morale ben preciso, tuttavia, possiamo sostituirvi qualcosa di nuovo dal punto di vista non solo metaforico, ma anche contenutistico? Ci sarà un evento che, come la Pasqua, significhi il passaggio, il sacrificio per un insieme eterogeneo di persone? Non volendo difendere un ritorno a tradizioni che evidentemente non sono più in grado di riflettere la complessità del nostro mondo, quello che si può auspicare  è la nascita di un nuovo sistema valoriale condiviso che sia in grado di metterci tutti in comunicazione. Che cosa vuol dire? Pensate all’Erasmus: un’iniziativa a livello continentale che ha generato non solo la possibilità di creare contatti con altre realtà, e dunque aumentare il cosmopolitismo dei cittadini europei dal punto di vista immediato, ma anche e soprattutto di fornire un sostrato su cui poter fondare una cultura comune, fatta dalle esperienze tipiche dei partecipanti.
Questo fa sì che le persone, pur potendo perdere i contatti con le conoscenze fatte in tali circostanze, possano confrontarsi con chiunque abbia avuto un uguale vissuto; se si pensasse di istituire una festa dell’Erasmus, forse in molti sarebbero felici di parteciparvi e ne comprenderebbero la significazione solidale e conviviale. L’importanza di una “Pasqua” condivisa, allora, si riafferma non più solamente come celebrazione religiosa, ma fondativa al fine favorire l’affermazione di un sentimento moralmente desiderabile, e l’appartenenza a un gruppo che, per quanto eterogeneo, vuole affermare di fondarsi su pilastri comuni.
Se dei nuovi simboli assorbiranno e riformuleranno gli esistenti richiami valoriali, poi, la letteratura e la cultura saranno in grado di riprendere e amplificare l’eco degli eventi correlati, come una volta succedeva e, in misura molto minore, succede ancora, per le celebrazioni religiose; l’importanza finale di un gesto simile sarebbe l’affermazione di un discorso sulla società diverso da quello attuale, che pare insistere sulle sole cose comuni che ora ci rimangono: i social media, una certa esistenza senza riferimento, il disagio concreto e inconsolabile del non essere abbastanza proprio di una intera generazione.

È ovvio che un cambiamento del genere non sarebbe immune da critiche ed ostacoli: per ora è difficile trovare alternative valide a alle feste esistenti, dato che sono ancora quelli i giorni in cui, in ogni caso, le persone tendono a ritrovarsi con maggiore frequenza. Vale la pena però considerarlo, perché quelli a cui manca una bandiera sono pronti a seguire la prima che vedono sventolare, ed è chiaro che l’attuale contesto politico costituisca su più frangenti un rischio grave in questo senso.
Pur preservando le feste ordinarie, perciò, si potrebbe aggiungervene altre, e dunque stimolare un percorso parallelo (non necessariamente alternativo) a quelli già esistenti; la Race for the Cure è un ottimo esempio di festa di nuova generazione, per quanto nata per rispondere a un bisogno specifico.

Un momento della Race for the Cure, un evento importante per creare una coscienza (medica e di genere) comune

Altri esempi potrebbero essere il giorno del Dono, la giornata della Terra, e così via. Se più attenzione venisse concentrata su tali eventi potremmo sperare nel passaggio di un implicito messaggio, e perseguire, indirettamente, gli stessi scopi del passato, ma con maggiore efficienza; questo semplicemente perché, in molti casi, la gente ha solo bisogno di una scusa, per comportarsi meglio.

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