di Lorenzo Maestripieri

«Imparate una nuova lingua e avrete una nuova anima.»
(proverbio ceco)

Che ogni lingua nasconda delle peculiarità uniche non è una novità: la scelta di Conrad di scrivere in inglese ha contribuito alla sua consacrazione nell’Olimpo degli Autori, cosa che potrebbe non essersi verificata altrimenti. Ad oggi, più di un autore produce opere nella propria seconda lingua, preferendola a quella madre; Manzoni stesso, ricordiamo, aveva deciso di “risciacquare i panni in Arno”, per rendere i Promessi Sposi più fruibili,  modificando la propria naturale prosa a beneficio di una di più agevole consumo.

Ciò che è meno noto, per alcuni, è invece l’influenza che questa lingua esercita sul pubblico e sull’autore stesso, trasformandone la forma mentis permanentemente. Basti pensare a quando, per esempio, ci troviamo a “italianizzare” una parola straniera perché non ne ricordiamo il corrispettivo. L’espressione “social network” dà un’impressione ben diversa di “rete sociale”, e dunque è facile immaginare come, anche nella scrittura, l’utilizzo di una lingua implichi uno stile differente, un uso diverso delle parole e degli aggettivi, e persino una diversa evoluzione del pensiero che si vuole comunicare.

Prima di tutto, bisogna partire dal presupposto che le lingue non sono contenitori a tenuta stagna, ma un coacervo di elementi culturali in continua evoluzione che, sotto influenze esterne e interne, si sforza di rappresentare un’unità logica per i suoi utilizzatori.
Quando uno scrittore o autore poliglotta esprime il proprio messaggio tramite una lingua che non è quella natale, dunque, non si limiterà ad adottarla passivamente, ma la fluidificherà inserendovi degli elementi propri della propria esperienza e della propria creatività, temprandola a seconda del pubblico a cui si vuole riferire. Il risultato finale, inoltre, potrebbe essere soggetto a maggiori speculazioni che non un lavoro mono linguistico, perché gli osservatori di diversi milieu potrebbero essere portati a cogliere differenti sfumature nella stessa frase. La traduzione di un gioco di parole (per esempio: “rompere il digiuno con una cipolla”, in arabo) può essere sì facilmente comprensibile anche una volta tradotta, ma solo per i lettori dello stesso retroterra culturale dell’autore. E tuttavia, nel momento in cui l’espressione diviene di dominio linguistico comune, questa acquista una rilevanza nuova e si impone come ponte logico tra due differenti lingue e culture. L’uso di un linguaggio, e la sua conseguente inevitabile modifica, portano dunque a due principali risultati: il primo è, come abbiamo detto, il cambiamento psicologico che avviene nello scrittore, che, alla stregua di un viaggiatore, si vedrà portato a riconsiderare il proprio parrocchialista punto di vista sulle lingue dal contatto con questa nuova esperienza creativa; il secondo, invece, è costituito dall’influenza che l’opera esercita sulla società di cui è parte, nel senso che quest’ultima ne potrà, in presenza delle dovute circostanze, trarre una nuova e inedita sfumatura di senso, applicabile dapprima a un contesto culturale specifico, ma in seguito anche al pubblico nella sua completezza.

«Tutto è bene quel che finisce bene», per esempio, è un portato shakesperiano che, una volta staccatosi dall’opera di cui fa parte, è divenuto eredità collettiva e incredibilmente importante in quanto elemento condiviso all’interno di reami linguistici distinti. Altro esempio di contaminazione culturale linguistica è l’indianizzazione dell’inglese operata nelle opere di Rushdie, che ha indubbiamente contribuito non solo a ampliare il lessico di tale lingua, ma a forgiare una società più vicina al subcontinente che non precedentemente.
Questo rende lo scrittore, dunque, un doppio operatore di integrazione culturale, nel momento in cui egli racconta di realtà lontane dal vissuto personale della società in cui vive, e lo fa adoperando un linguaggio-ponte foriero di nuova sintesi logico-linguistica.

La conclusione, sia chiaro, non è uno sprone affinché tutti gli autori si adoperino ad utilizzare una seconda lingua nei propri scritti; è invece un appello alla flessibilità, perché attraverso le espressioni culturali più variegate (e possiamo introdurvi anche singoli pop come “habibi” del giovane Ghali) il vocabolario nazionale si arricchisca, e con esso anche il patrimonio, in un contesto storico in cui la preservazione di valori “indigeni” lontani dal reale sembra essere tornata sul proscenio fin troppo prepotentemente.

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