Per ben quattro incantevoli notti Pietroburgo accoglie il Lettore de Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij, opera-specchio di un breve e architettato ragionamento sulla esistenza solitaria, propria del Sognatore, giovane dai tratti disillusi la cui voce narrante avvince l’immaginazione di chi si accosta a questo racconto dai tratti rivelatori. A vele spiegate verso la ricerca – tipicamente giovanile – di una qualche verità ultima in un mondo individualista e troppo lontano dalla sua mente trasognata, il protagonista si trascina per le strade della città, come per quelle del suo animo, con addosso un’inquietante indole di auto-commiserazione che lo spinge a intessere attorno alle sue speranze un’aura misantropica:

«Per me era stato terribile rimanere solo, e per tre giorni interi avevo vagato per la città in preda a un’angoscia profonda, senza capire assolutamente che cosa mi stesse capitando.»

Sin dalle prime pagine, tuttavia, Dostoevskij sembra rassicurare il Lettore, inclinandolo verso la percezione di una via di fuga che il destino sta riservando al protagonista, verso la rivelazione della presenza di un appiglio salvifico, quasi necessario all’avanzamento della storia: nel caso del nostro Sognatore, la felice visione ha il nome di Nasten’ka, pacata diciassettenne che irrompe nella sua vita assumendo l’aspetto di un gentile alter ego. Il fatale incontro tra i due si rivela essere un’insolita occasione di complicità e di spensieratezza, l’ideale rimedio per l’insoddisfazione dell’animo:

«Due minuti, e mi avete reso felice per sempre. Sì, felice; perché dovete sapere che forse m’avete riconciliato con me stesso, avete risolto i miei dubbi… Forse anche a me accadono momenti simili…»

Il Sognatore e Nasten’ka scoprono insieme la condivisione di un universo di pensieri nascosti; quanto più il protagonista avverte di essere affine alla giovane, con la quale discorre dei suoi innumerevoli dubbi e delle sue aspettative, tanto più cresce in lui un presentimento di debolezza e di fugacità, che avvolge in un crescendo il suo ritrovato buonumore:

«Adesso, mentre siedo accanto a voi e vi parlo, provo terrore al pensiero del futuro, perché nel futuro ci sarà di nuovo la solitudine, di nuovo tutta quell’inutile vita ammuffita; non avrò nulla da sognare quando già nella realtà sono stato così felice accanto a voi!»

Le notti bianche

Maria Schell e Marcello Mastroianni in una scena dell’omonimo film del 1957 diretto da Luchino Visconti.

Il sentimento nostalgico, inteso nel senso più oceanico del termine, è radicato nelle pagine del romanzo e tra queste germoglia progressivamente, assumendo varie connotazioni: liberato dalla voce del protagonista, questo desiderium funziona da motore di svelamento dei pensieri utopistici di un’anima turbata che decide di raccontarsi, raggiungendo una compiutezza viva e drammatica. Può realmente un incontro giovanile e fortuito cambiare per sempre la nostra vita? Quello de Le notti bianche è un Dostoevskij malinconico, e talora prodigo di emotività, che lascia spesso riecheggiare nel suo stile chiaro e ricercato – adatto a ogni età – idee tipicamente esistenzialiste. Le quattro notti, così, trascorrono in maniera fulminea per il Sognatore, per Nasten’ka e per il Lettore, i quali, trascinati in un chimerico turbine di aspettative e di attimi appassionanti, hanno il dono di vivere una surreale esperienza meditativa.

F. Dostoevskij, Le notti bianche (traduzione a cura di S. Prina), Milano, Feltrinelli, 2015.

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