Benedetti, stupidi dettagli. Nel bene e nel male definiscono la natura delle esistenze, gli obiettivi, la direzione. Risorse necessarie anche se non sempre desiderate, trasformano l’abitudine stanca in esperienze che rendono frizzante la normalità. Facendo discutere, spesso facendo sorridere. Ad esempio, a quanti capita di tirar fuori un portafogli pieno di monetine? In quanti, di fronte al resto della cassa, imprecano al tintinnio ritmato degli spicci? Eppure: con l’anno nuovo gli italiani hanno improvvisamente scoperto le fortune di quei malcapitati bronzini e in molti si sono addirittura mobilitati per difenderne il valore – diremmo – assoluto, quello stesso valore che solo qualche giorno fa significava tasche pesanti e conti noiosi. Dettagli, si diceva. Straordinario come cambino, come ci cambino.

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La riscossa del centesimo è una storia recente, che ha origine lo scorso primo gennaio a partire dalla Legge 123/2017, la quale ha decretato che «tutti i sacchetti ultraleggeri dovranno essere biodegradabili, compostabili e a pagamento per il consumatore»: ed è subito rivoluzione. Triste rinunciare a quei due o tre centesimi previsti dal decreto, difficile separarsi da ciò che prima d’ora sembrava non volersi separare da noi: del resto la nostra vita è un trasversale cammino tra le massime catulliane di amore e odio, e retoricamente non si è mai del tutto coscienti dell’importanza di qualcosa finché non la si perde. Facciamo conto che sia soltanto questo, che il piagnucolio diffuso poggi su romantici stereotipi letterari, su lontane memorie poetiche. Anche perché – senza entrare nel merito di ciò che è giusto e ciò che non – la questione del sacchetto mantiene una sua logica strutturale, volenti o nolenti. Forse in pochi sanno che i sacchetti usa e getta in plastica, in Italia, sono proibiti dall’estate del 2014: da allora, tutti i supermercati hanno sostituito la plastica con la bioplastica – una scelta strategica e non certo casuale – offrendo sin da allora i sacchetti a pagamento al costo di circa dieci centesimi: in buona sostanza, gli italiani pagano da ormai quasi quattro anni qualcosa che soltanto ora, alla luce della normativa entrata in vigore, si lamentano di pagare (seppur di meno).

La scelta di sostituire la plastica con la bioplastica rientra nel processo di sensibilizzazione nel rispetto dell’ambiente su cui molto investe la morale dei governi odierni: la plastica, essendo un diretto derivato del petrolio, ha infatti proprietà altamente inquinanti e si qualifica come materiale ecologicamente molto dannoso.
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La situazione è quasi comica. Per carità, nel suo complesso: non si parla soltanto di atteggiamenti rispetto a questo o a quel tema, ma della tassa in sé, di ciò che essa insieme ad altre che forse nemmeno conoscevamo ha scaturito nelle coscienze di ogni “ribelle”. Esistono tasse sul divertimento, sul sudore, sulle invenzioni (al momento della registrazione del brevetto), esiste addirittura una tassa sull’ombra per chi monta tende, perché con essa invade il suolo pubblico. Abbiamo pensato di chiamarle «tasse della discordia»: oltre a quella del sacchetto – menzionata doverosamente in quanto fatto di cronaca contemporanea – si è pensato bene di menzionarne altre due in particolare che hanno fatto la storia del nostro paese, determinando – nel loro essere dettaglio – il corso degli eventi.

 

IL DETTAGLIO DELL’ALIMENTAZIONE: LA TASSA SUL MACINATO (1869). L’Italia è ancora una bambina di soli sette anni, eppure ha già il carattere frizzantino di chi litiga e se la va a cercare. Pochi anni dopo la proclamazione ufficiale del Regno, la situazione finanziaria del nostro paese era assai grave e insidiosa. Su iniziative di Quintino Sella e Luigi Federico Menabrea – due uomini della Destra liberale – si palesò dunque la necessità di raccogliere denaro “facile” per risanare il deficit statale: qual miglior modo, se non il tassare l’alimento primario dei nuovi, incoscienti “italiani”? Venne introdotta così un’imposta indiretta sul quantitativo di cereali macinato, calcolata in base al numero di giri della ruota macinatrice registrati da una sorta di contatore meccanico che veniva installato all’interno dei mulini. Inutile specificare l’ondata di diffuso malcontento, da parte di una popolazione che si nutriva quasi esclusivamente di pane, costretta a spesare uno Stato sconosciuto attraverso un’imposta gravante su un loro naturale, fisiologico diritto che si trovava ad essere prezzato da una cifra minima di 50 centesimi al quintale per le castagne fino ad un massimo di 2 lire al quintale per il grano. Chiaramente seguirono insurrezioni e sommosse, certo un po’ diverse dall’attuale crociata nel sacro nome dei bronzini.

La lotta per il “pane” fu un trasversale cavallo di battaglia delle classi popolari: questa è una foto d’epoca scattata durante il cosiddetto Biennio Rosso (1919-20) ad una manifestazione di protesta organizzata dall’Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra. All’indomani della Grande Guerra la crisi economica in Italia fu tanto profonda da determinare sollevazioni di massa, nelle città così come nelle campagne.
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IL DETTAGLIO DEL MATRIMONIO: LA TASSA SUL CELIBATO (1927). È risaputo che il proposito del fascismo fosse quello di plasmare la popolazione a immagine e somiglianza del regime, forgiando uomini e donne in camicia nera, cittadini gerarchici e disciplinati nel segno delle dottrine promosse dal Duce e dai suoi fedelissimi. Pertanto il governo mussoliniano favoriva il sacramento del matrimonio, motore del progresso demografico, incentivando al contempo la natalità attraverso un’apposita tassa che scoraggiava il celibe d’età compresa tra i 25 e i 65 anni, costretto al pagamento di una cifra diversa a seconda dell’età cui si aggiungeva un’aliquota proporzionata alle sue possibilità censitarie. La famosa tassa sul celibato rimase in vigore fino al 1943, quando cioè l’allora capo del Governo Pietro Badoglio decise di abolirla. A dispetto di ogni ottimistica previsione, quest’imposta si rivelò fallimentare, dal momento che durante gli anni della tassazione l’Italia fascista fece registrare un significativo decremento delle nascite.

Data la premessa di cui sopra, è facile intuire quanta importanza rivestisse il dare alla luce neonati, figli di due madri, la propria naturale e la patria fascista, futuri combattenti e militanti o dignitose, potenziali loro madri e mogli. Per questo motivo la figura della donna era rivestita, durante il regime, di un’aurea sacrale, lodata nelle sue qualità di nutrice ed educatrice dei fascista del domani.
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L’apologia della discordia, dunque. E sembra proprio che tutta questa scelleratezza legislativa sia concentrata nel Bel Paese. Non è affatto così, anzi. Torniamo per un attimo alla questione delle buste di bioplastica: non siamo l’unica nazione ad aver preso questa iniziativa così “drastica”, in questo siamo semplicemente i più ecologisti della concorrenza. Si capisce, è difficile accettarlo quando ci sono i centesimi di mezzo: ma – perlomeno generalmente – in un paese civile e che si dice al passo dell’avanguardia (anche ambientalista) europea, almeno questa sensibilità dovrebbe sempre costituire un motivo di vanto. Il fatto che si parli di questo provvedimento come di una manovra ordita a vantaggio di monopoli è disinformazione, perché la produzione di sacchetti non è monopolizzata ma gestita da diverse aziende sul territorio. Insomma, siamo liberi di pensare e comportarci come crediamo sia giusto, pur sempre nel rispetto delle regole, anche di quelle che ci indica la cultura, che traduce il sapere, il non smettere mai di informarsi senza alcun vincolo pregiudiziale.

Benedetti, stupidi dettagli: in generale, quelli sì che non hanno prezzo. Né tasse.

 

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