Demagogo e dittatore o idealista e devoto alla causa rivoluzionaria della Repubblica fino al supremo sacrificio? Protagonista di spicco della Rivoluzione francese e del regime del Terrore, Maximilien de Robespierre continua, dopo oltre due secoli, a sottrarsi a una precisa definizione. E gli storici, in particolare, non cessano di interrogarsi, nel fare un bilancio della sua vicenda politica, sul lascito di un’esperienza che comunque poggia almeno su una certezza: quella di Robespierre, forse alla pari con Napoleone, fu un figura affascinante e misteriosa. E proprio per questo ancora oggi la malia che da essa emana intriga e inibisce risposte definitive a incalzanti interrogativi. Anche il libro di Jean-Clément Martin, con la traduzione di Alessandra Manzi, “Robespierre” (Roma, Salerno Editrice, 2018, pagine 269, euro 22) si configura come la tessera di un variegato mosaico in cui il ruolo storico di quest’uomo rifugge da un’interpretazione codificata e unilaterale. Eloquente, al riguardo, è il sottotitolo del volume: “Dal tribunale al Terrore: successi, esitazioni e fallimenti dell’Incorruttibile, anima o enigma della Rivoluzione”. In pochissime parole è perfettamente espresso l’ondivago diagramma che tratteggia la sinuosa figura di Robespierre.

 

Non a caso lo storico francese Marc Bloch dichiarava: “Robespierristi, anti-robespierristi, vi supplichiamo umilmente: diteci soltanto chi fosse Robespierre”. E come evidenzia Martin nell’introduzione, ancora agli inizi del ventunesimo secolo l’ombra di Robespierre incombe sulle discussioni politiche, sui programmi televisivi, persino sui videogiochi, “senza che si sappia mai però come interpretarla”. E desta curiosità constatare che la municipalità socialista parigina, rileva l’autore, non ha ancora trovato il coraggio di dedicargli una via della città. Mentre alcuni sindaci sottolineano l’opportunità di togliere il suo nome alle strade che gli sono intestate. Nella sua città natale, Arras, oltre cento anni fa, si era pensato di erigere un museo che sta ancora aspettando la posa della prima pietra. Insomma, osserva Martin, almeno per quanto riguarda Robespierre, “sembra evidente che la Rivoluzione non sia ancora terminata”. E resta difficile spiegare perché questa considerazione valga solo per lui. Oggi, infatti, si può tranquillamente discutere della violenza di Marat, della venalità di Danton e della frivolezza della regina Maria Antonietta, senza che tali valutazioni provochino automaticamente schieramenti apertamente ostili e fieramente contrapposti. Ma non appena si evoca Robespierre, evidenzia l’autore, subito la sensibilità dei francesi viene scossa. In questo scenario fluido e nebuloso, c’è chi, tuttavia, non è stato insidiato dal dubbio: la filosofa e storica Hannah Arendt ha additato in Robespierre, sfrondando l’intreccio di dinamiche e sviluppi, l’unico, vero responsabile del fallimento della Rivoluzione francese.

Robespierre, afferma Martin, è stato un dittatore postumo e in tal senso si configura come l’alter ego di Napoleone, dittatore autentico. Ma mentre quest’ultimo curò in ogni minimo particolare la costruzione della propria leggenda, Robespierre la leggenda l’ha subita, sebbene involontariamente. Entrambi, comunque, sono “accostabili”, perché ciascuno qualifica un periodo eccezionale della storia di Francia, la Rivoluzione l’uno e l’Impero l’altro.

 

Su Robespierre, nell’ambito della storiografia, pesa e non poco l’epiteto di “mostro”. Nelle “Considération sur la France” (1796) Joseph de Maistre, in merito alle brutalità che caratterizzarono il regime del Terrore, addossava una responsabilità limitata a Mirabeau e a Marat, per lanciare invece un vero atto d’accusa contro Robespierre, definito “genio infernale”. Sulla stessa lunghezza d’onda si pose Mme de Stael, che nelle “Considèrations sur les principaux événements de la Révolution francaise” (1816) dichiarava che della stagione del Terrore “nessun altro nome resterà oltre a quello di Robespierre”: e tale considerazione non è certo da intendere come un complimento o una lusinga.

Dal canto suo Jean-Clément Martin adotta, nell’esprimere un giudizio su Robespierre, una posizione di equilibrio. Non ha voluto riconoscere in lui il solo responsabile della violenza rivoluzionaria, anche perché niente, sia negli archivi sia nella memorialistica, permette di affermarlo; al contempo non ha inteso magnificare la sua dottrina politica e la sua visione storica, che tra l’altro non è mai giunta a stabilire un pensiero strutturato attorno a principi originali e coerenti. Ma Martin non nasconde certo il fatto che Robespierre fece la sua parte, e non marginale, nella repressione di quanti venivano giudicati controrivoluzionari. “Fu senza dubbio – scrive l’autore – tra coloro che inventarono la rivoluzione, ma lo fece, come tutti, senza esserne pienamente cosciente, il più delle volte senza dominarne gli sviluppi e ancora meno le conseguenze”. E Martin si chiede: “Sapremo mai quali furono davvero le sue intenzioni in quei quattro anni di rivoluzione? Certamente no, perché non è affatto sicuro che avesse una chiara idea delle cose. Ma i suoi amici, poi divenuti suoi avversari – chiosa l’autore – non è che ne avessero una migliore”.