Loro, quelli grandi, non se ne vanno mai in punta di piedi. Se ne vanno tra il clamore, sbattendosi la porta dietro, trascinando fastidiosamente una valigia piena di vita, piena di successo, di fama. La stessa che ha fatto rumore per anni, quaggiù, causa di critica e mormorio, frutto maturo dell’albero del sacrificio. E allora è inevitabile che loro, e con loro lui, Philip Roth, se ne vadano così, rumorosamente. Perché spesso il silenzio e la leggerezza sono il sentore di una piatta mediocrità.

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Che poi Roth ha più di un motivo per volgere in baccano la calma del trapasso. Questa vita s’è abbandonata come una principessa, tra le sue braccia, innamorandosi coi suoi racconti, protetta dalle braccia forti di uno dei più grandi maestri della narrativa novecentesca. Ma il principe Roth è rimasto vestito dal solo mantello della gloria, senza il privilegio di una corona in testa: eppure quella chioma ovattata sarebbe stata un’ottima base. E lo sfregio di Stoccolma ha fatto tanto più male perché subìto sul ciglio del traguardo, poco prima che Roth, quaggiù, avesse sbrigato tutte le sue faccende: nel 2016 il Nobel a Bob Dylan – in verità contestato da più parti – è stato il tradimento ad una carriera che avrebbe meritato. La controstoria della principessa che tradisce l’uomo che ama.

Philip Roth ricevuto da Barack Obama
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Difficile inquadrare Roth dentro la cornice di un genere. Il suo è un neorealismo americano di sfondo ebraico che tradisce il debito ai moderni colossi europei, tra spunti metamorfici di Kafka e sedute psicanalitiche di Joyce, tra le identità plurime di Kundera e i labirinti narrativi di DeLillo. Una carriera brillante da professore universitario, stimolata dal benestare della famiglia, apre i suoi orizzonti alla passione letteraria: a partire dal primo investimento, la raccolta Addio, Columbus (1959 e sgg.), un viaggio tra il borghesismo ebraico contemporaneo condito da una satira e un’ironia taglienti. Da qui in poi è tutta una cascata di successi, segnati dal suo stile inconfondibile, quello di chi sa scrivere comunicando e che sa comunicare incitando alla riflessione, a volte polemica, spesso cruda.

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Il mondo lo ricorda soprattutto per Il Lamento di Portnoy (1969), un libro «scandaloso»: ogni mito ha il suo punto forte, e non è detto non possa coincidere col suo tallone d’Achille. Un monologo di Alexander, il protagonista, steso sul lettino dello psicanalista come lo Zeno di Svevo, schiavo di manie compulsive di natura sessuale, vittima impotente di una masturbazione ossessiva, pratica che Roth descrive nei minimi dettagli: una trasparenza senza pudore che la critica ha assurto come marchio di fabbrica. Da qui la sua lingua velenosa s’è allargata progressivamente allo sbeffo della società americana, orgogliosa di un americanismo pieno di forma ma vuoto di sostanza, inutile e anzi dannoso: da Cosa Bianca Nostra (1971) a Il grande romanzo americano (1973), un vortice impazzito che inghiotte una storia di democrazie e destini manifesti e infine la sbriciola a colpi d’inchiostro.

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Forse per questo il bisogno di un alter ego, come fosse un riflesso che proietta la coscienza fuori da noi e fuori dal mondo: nel capolavoro Pastorale americana (1997) Philip Roth è Nathan Zuckerman, Nathan Zuckerman è Philip Roth. Un attento studioso di sé stesso, nutrito dai dubbi dell’esistenza e dagli errori dell’esperienza, e anzi vivo in quanto tale, in quanto somma di incertezze e sbagli.

«Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando».

Così ci domandiamo: cosa rimane, di Philip Roth? Potremmo rispondere così, ecco: l’insegnamento di una vita da dedicare alla ricerca, perché la verità, la giustizia, sanno essere il capriccio di chi s’accontenta della pretesa di capire, quando invece tutto funziona perché nulla si capisca mai, appieno, in fondo.

E a questo punto sembra quasi sentire sbattere la porta. No?