Ci sono incipit che valgono interi romanzi; altri ancora che ci illudono di trovarci di fronte a un libro meraviglioso e che vengono smentiti già alla seconda pagina; ci sono incipit che si dimenticano subito e altri che si rammentano a distanza di anni. Alcuni incipit, poi, riassumono in un paio di righe tutto il senso di un romanzo, o addirittura di una corrente filosofia o di un certo periodo storico. Quello de Lo straniero (1942) di Albert Camus è sicuramente uno di questi ultimi. Iniziare una storia come lo scrittore franco-algerino la inizia nello Straniero è un po’ come incontrare una persona per la prima volta e scoprire che questa è nuda, quando di solito i romanzi non sono altro che una lenta opera di svestizione, quasi che il cuore delle cose non si possa rivelare subito alla vista, e debba rimanere – almeno per un po’ – nascosto. La maggior parte delle volte ci accorgiamo che un libro è davvero vivo solamente quando ci aggiriamo intorno a metà della storia: gli scrittori sono giocolieri, alternano vicende a suggestioni, significati a intuizioni, lasciandoci intravedere il senso di una vicenda per poi eluderlo in fretta, celarlo. Ma Lo straniero è un caso a parte. Quelle prime tre righe ci svelano già tutto, subito, senza averci chiesto il permesso: si tratta allora di un incipit impudico, illogico, quasi barbarico, che contravviene alle buone norme della lettura e del decoro. Così, queste poche e brevissime frasi tanto sconvolgenti sono uno dei più grandi incipit della letteratura del Novecento. Eccole qui, nella traduzione di Sergio Claudio Perroni:

«Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Non significa niente. Forse è stato ieri.»

In queste righe vediamo riassunta in una sola ed emblematica immagine tutta la terribilità della filosofia dell’assurdo che è il nucleo incandescente al centro del romanzo. Veniamo tutti al mondo come stranieri, ci spiattella subito in faccia Camus: le leggi del mondo, le sue trame e necessità ci sono totalmente estranee, ed estranea ci è soprattutto l’idea – ma sarebbe meglio dire la realtà, la concretezza – della morte. Nelle dure parole di questo incipit si profila allora la profonda e primaria sfasatura tra regole umane – quelle che ci aiutano a tenerci in vita: la distinzione tra i giorni, tra l’oggi e lo ieri, e soprattutto l’amore, in questo caso quello per una madre – e quelle dell’universo, che è muto, indifferente, implacabile. La morte, la mortalità, vanno contro ogni nostra cellula, sono irrazionali, incivili, e soprattutto del tutto incomprensibili. Se il mondo non ha senso, che importa se la mamma del protagonista è morta oggi oppure è morta ieri? Cosa importa all’universo tutto che lei, semplicemente, è morta?

Edizioni Bompiani 2019, trad. di Sergio Claudio Perroni. Euro 14.

Albert Camus è stato uno dei più importanti e dibattuti intellettuali del Novecento: narratore, destabilizzatore, pensatore, premio Nobel per la Letteratura nel 1957. Nel pieno del clima esistenzialista dell’epoca ha teorizzato sia filosoficamente che letterariamente il suo personale concetto di assurdo, spronando però anche alla lotta per vivere sempre al meglio, perfino se impantanati dentro questa macchina tanto irrazionale e feroce. È proprio dall’indifferenza del mondo che nasce la necessità della ribellione, soprattutto per mezzo della solidarietà e della collaborazione, dei valori dell’umanesimo, della battaglia contro ogni ingiustizia. Così, in un passo memorabile de L’Uomo in Rivolta Camus scriveva, stravolgendo il cogito cartesiano: “Mi rivolto, dunque siamo.”

Il protagonista dello Straniero, Meursault, sembra essere però fatalmente immerso nell’insensatezza dell’universo, come imprigionato per sempre in una trappola tanto implacabile da cui è inutile anche tentare di venire fuori. Sembra che Meursault non provi alcuna emozione: è apatico, freddo, insensibile al proprio dolore come alle proprie gioie. La prosa asciutta, chirurgica di Camus è anch’essa un atto provocatorio, di sfida ma pure di resa. Le parole si susseguono come un’amara sentenza, o forse come un lunghissimo epitaffio su una mostruosa tomba comune. Sono parole ipnotiche proprio perché brutalmente nude, quindi vere, insopportabili. L’estraneità al mondo di Meursault è in fondo familiare a qualunque lettore, a qualunque uomo, anche il più ingenuo: Meursault vive, lavora, fa l’amore, soffre, ma è come se non facesse niente di niente. L’assurdità pervade ogni cosa come un morbo gelido. Nella parte centrale del romanzo, in un folle e insensato climax, Meursault finirà per uccidere un uomo senza alcun motivo. Forse è il caldo di Algeri, dove il romanzo è ambientato, a confonderlo, a rendere tutto ancora più sconosciuto e intollerabile. Meursault spara all’uomo, anche quando questo è ormai a terra, anche quando ormai è morto. Lo uccide e basta. Non c’è spiegazione. E la prosa fredda di Camus non gli fornisce alcuna giustificazione, né alcuna colpa.

Albert Camus. Fonte: Wikimedia Commons.

La perenne apatia, il senso di disfatta e inevitabilità tanto presenti in ogni riga del romanzo, risultavano già chiari da quell’incipit scandaloso, dove la morte della madre veniva accolta come una notizia di poco conto. Se l’universo non prova alcun sentimento, se non prova amore, né odio né senso di colpa, a che scopo dobbiamo farlo noi?, sembra chiedersi Meursault. A che scopo amare e soffrire, a che scopo avere paura? Lo straniero è una lettura fondamentale, un classico moderno imprescindibile anche se doloroso. Le sue parole sconvolgono e destabilizzano: dopo averlo letto – ma forse dopo aver dato un’occhiata anche solo alle sue prime righe – ci si ritrova a pensarsi una persona diversa. Almeno per il breve tempo della lettura non si può che smettere di mentire a se stessi. Camus ci ricorda che siamo tutti stranieri: al mondo, agli altri e soprattutto ai nostri dolori. Ma questa non dev’essere in fin dei conti una pura constatazione, una dichiarazione di sconfitta, quanto uno scossone, un impulso a reagire, a vivere davvero la nostra esistenza, in tutta la sua contraddizione, in tutta la sua mancanza di senso. Dobbiamo diventare Meursault – ma forse lo siamo già – e poi smettere di esserlo. Riconoscere la nostra fragilità potrà essere così l’inizio di una grande storia, cioè della propria storia.

In copertina, un ritratto di Albert Camus. Fonte: Pinterest.
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