Sulla stampa internazionale, in questi giorni, si è registrato un proliferare di articoli in difesa dei giornalisti, a motivo delle accuse loro rivolte, sia dal mondo intellettuale sia dal mondo politico, riguardanti, in sostanza, un’interpretazione e una divulgazione dei fatti non sempre corretta, talvolta addirittura apertamente faziosa. Dal “Pais” al “The Times”, dal “Washington Post” al “Guardian” si annoverano commenti che, pur riconoscendo la “colpa” di alcune penne al soldo di ideologie standardizzate e di interessi di parte, ribadiscono, con il corredo di variegate argomentazioni, l’antico e inossidabile principio della libertà di stampa. Non mancando comunque di biasimare l’eventuale deriva di tale libertà, che rischia di tracimare e di diventare arbitrio, travalicando così gli argini di un’informazione obiettiva e imparziale.

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Questo scenario, che vede i giornalisti sul “banco degli imputati”, evoca, a ben guardare, la suggestiva eco del tormentato rapporto fra Honoré de Balzac e il mondo del giornalismo.” Se la stampa non esistesse, non bisognerebbe inventarla” tuonava lo scrittore francese nel condannare – giornalista egli stesso, nonché editore -le brutture del quarto potere. Quando nella primavera del 1825, l’editore Canel propose a Balzac, che versava in serie difficoltà economiche, di entrare nella sua società cercando di valorizzare i profitti della pubblicazione delle opere di Molière, La Fontaine, Corneille e Racine, lo scrittore – che aveva già lanciato strali, in alcuni libri, contro editori senza scrupoli e giornalisti “imbrattacarte” – non potè non accettare , affermando di essere passato finalmente dalla parte del pubblico, cioè di aver dimenticato “l’homme de lettre” per far posto all’”homme de lettres de plomb”. Ma il progetto ebbe vita breve:le vendite non decollarono mai e così la società si sciolse. Uno smacco per Balzac che, a onor del vero, credeva nel ruolo dell’editoria in funzione del progresso della società delle lettere. E la delusione si trasformò in critica velenosa. “Sono un uomo che non ammette la sconfitta”, diceva di sé. E nel pamphlet del 1843, dal titolo “Monografia della stampa parigina”, si scaglia contro la categoria dei giornalisti rei, secondo lui, di “fare le scarpe” ai veri scrittori con “articoli scopiazzati qua e là” che usurpano il legittimo onore legato a opere letterarie dal respiro epico.

Le staffilate non risparmiano nemmeno i critici, “bellimbusti” in grado in grado di stroncare un grande libro a seconda dell’umore che hanno nel giorno in cui scrivono. Ma l’attacco in grande stile viene condotto nelle “Illusioni perdute” (1837 – 1843), quando lo scrittore denuncia che il giornalismo è diventato “uno strumento dei partiti” e che, successivamente, da strumento si è degradato in commercio. Per poi dichiarare: E come tuti i commerci, è senza fede né leggi”. E in un crescendo di accuse Balzac scrive: “Ogni giornale è una bottega dove si vendono al pubblico le parole del colore che vuole. Se esistesse un giornale dei gobbi, dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi”. E il rischio più grave, ammonisce Balzac, è che i giornali finiscano per “uccidere le idee”. E il male sarà commesso “senza che nessuno sia ritenuto colpevole”.

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