Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito parlare di Teatro dell’assurdo, anche senza sapere, di preciso, di cosa si trattasse. La definizione nasce con il critico Martin Esslin, all’incirca nel 1961, sulla scia del concetto filosofico di “assurdità dell’esistenza” elaborata dagli esistenzialisti Jean Paul Sartre e Albert Camus. Un’esistenza post guerre mondiali, testimone di indicibili orrori e che, per sopravvivere, aspira a trovare un senso, laddove un senso, proprio non c’è: un’esistenza nauseabonda, potremmo dire, parafrasando Sartre. Samuel Beckett, con la sua produzione letteraria, rientra in questa definizione e, anzi, la supera, a modo suo.

Samuel Beckett

Irlandese di nascita, parigino di adozione, Beckett, allievo di James Joyce, nutre un grande interesse per la parola, prima scritta, poi pronunciata, per la parola portatrice di significato ma che, con uno sguardo attento sul mondo, a poco a poco, perde valore.
La produzione beckettiana, infatti, comincia molto prima del teatro, comincia in forma di romanzo, sebbene meno conosciuta. La scelta non è casuale.
Beckett da il via ad un processo di disgregazione dell’ io che della realtà ne prende le forme e ne fa lo strumento ideale per auto-annientarsi. I personaggi di Beckett, di fatti, non hanno un posto nel mondo, hanno perduto la conoscenza e la consapevolezza di sé. Sembrano non sapere di esistere. Difatti, i personaggi di Beckett non vivono ma cercano qualcosa per darsi l’impressione di esistere.

È il caso di Molloy (1951), di Malone muore (1951) e dell’ Innominabile (1953), trilogia (mai pensata come tale dallo stesso autore ma che, per comunanza di temi, si è preferito racchiudere sotto il termine di Trilogia) che conclude la produzione della forma romanzo in Beckett, per dare il via alla produzione teatrale, ben più famosa, che vede Aspettando Godot (1952), Giorni Felici (1961), Finale di partita (1956), L’ultimo nastro di Krapp (1958)¸ Atto senza parole I e II (1956-57).

Happy Days by Samuel Beckett

Il declino dei suoi personaggi, che rispecchia e accompagna il passaggio dal romanzo al teatro è graduale e visibilissimo: l’uomo nasce bipede e cammina sulle sue gambe per poi perdere l’orientamento, vagando, senza sapere dove andare, senza sapere chi sia, realmente. Comincia a strisciare (“In barba al regolamento pensai, ‘che sciocco, c’è lo strisciar per terra’!” dirà Molloy), torna alla sua condizione di verme, ripugnante, spesso sporco e maleodorante; torna alla sua condizione di feto, piegato su sé stesso, senza sapere dov’è il suo inizio e la sua fine.

Il passaggio dal moto alla stasi non è un caso isolato. Nella mancata consapevolezza della propria condizione esistenziale degenerata e degenerativa, l’uomo, incapace di guardare alla sua misera condizione, perde il senso delle sue parole: il linguaggio precipita nell’abisso dell’afasia. Dapprima un monologo, un incessante parlare solipsistico; assenza di punteggiatura; totale afasia.

Waiting for Godot by Samuel Beckett

Il culmine di tale afasia è l’Innominabile, ultimo romanzo di Beckett, in cui, un essere non identificabile, totalmente immobile, su una sedia, con i soli occhi rotanti, parla: è un parlare incessante, senza senso, senza alcuna identità. Tacere o morire, non gli è concesso: comporterebbe una consapevolezza che i personaggi beckettiani non hanno. Difatti, i personaggi beckettiani non muoiono né riescono a smettere di parlare. Sono nel tempo e fuori dal tempo. Non aspettano la morte, non possono; non aspettano una redenzione biblica perché Dio, per loro, è morto (con Nietzsche). È il fallimento di un’epoca.

Parlare, raccontare in forma romanzo, dunque, non ha più senso. Le parole scritte non hanno più peso e Beckett lo sa. Decide di passare, dunque, al teatro. L’orrore della misera condizione dell’uomo necessita di essere mostrata. Nasce il teatro beckettiano, da tutti conosciuti, da pochi amato e rappresentato.
È partendo dall’ abbandono dell’uomo a sé stesso, dalla sua abilità di portare in scena l’assurdità della nauseabonda esistenza umana che, nel 1969, gli viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

Endgame by Samuel Beckett (Hamm e Clov)

HAMM: Non ne hai abbastanza tu?
CLOV: Certo! (Pausa). Di che cosa?
HAMM: Di questo… di questa… cosa.
CLOV: Ma da sempre. (Pausa). Tu no?
HAMM: (avvilito) Allora non c’è ragione che le cose cambino.
CLOV: Possono finire. (Pausa). Tutta la vita le stesse domande, le stesse risposte.
HAMM: Preparami. (Clov non si muove). Va’ a prendere il lenzuolo. (Clov non si muove). Clov.

Finale di Partita

In copertina: un ritratto di Samuel Beckett. Ph. Jane Brown. Fonte: Britannica.com.
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