In un celebre passo di Altre Inquisizioni, Borges si interroga sui legami tra Wakefield, un racconto di Nathaniel Hawthorne, e la poetica di Franz Kafka. O meglio, sull’influenza che Kafka ha avuto su quel racconto. Piccola precisazione: quando Kafka nasce, Hawthorne è morto da quasi vent’anni.

Scrive Borges: «Wakefield prefigura Franz Kafka, ma questi modifica, e affina, la lettura di Wakefield. Il debito è scambievole; un grande scrittore crea i suoi precursori. Li crea e in certo modo li giustifica».

Alla fatidica domanda «Cos’è la letteratura?», Borges sembra rispondere che essa è una storia di relazioni impossibili. Nei rapporti tra scrittore e scrittore, libro e lettore, testo e critica, non esiste alcuna linearità; nessuna progressione. Il gioco delle influenze si dirama in un labirinto imprevedibile, che assomiglia a una ragnatela tesa e in perenne oscillazione. Ne è prova l’esperienza borgesiana per eccellenza: quella della lettura. Quando si legge un libro nel presente, lo si fa attraverso le dinamiche e i paradigmi di quelli letti nel passato, e questo è ovvio; ma quanto, sulla lettura attuale, incidono quei libri che si confida di leggere nel futuro prossimo o che invece si sa già che non si leggeranno mai? E quanto influisce il libro presente sulla scelta dei libri che verranno? E ancora, quanto può far luce una poesia scovata oggi per caso su quel romanzo incomprensibile letto vent’anni fa? Come mi apparirà lo Zarathustra di Nietzsche sapendo che presto leggerò Delitto e Castigo, e se oltretutto qualche tempo fa mi sono innamorato del Deserto dei tartari? Una combinazione inedita, incrociata. Una relazione impossibile. 

Allora letteratura, per Borges, è un inevitabile viaggiare nel tempo, e non solo attraverso le vicende, le tristezze e le avventure di personaggi inventati e lontani dal nostro qui e ora. Leggere è viaggiare in un tempo che è nostro, personale, in definitiva privato. La biblioteca di un lettore riflette e insieme predice ciò che egli è, che è stato, che ancora non può essere e che forse non sarà mai. Tutto legato da un’alchimia di carta, colla, inchiostro. «Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; / io sono orgoglioso di quelle che ho letto», scriveva Borges. 

A proposito di relazioni impossibili: conoscete la storia di Pierre Menard e del suo folle progetto? Mi riferisco ovviamente allo splendido racconto di Borges contenuto in Finzioni. La storia è questa: Pierre Menard è uno scrittore del XX secolo che vuole riscrivere il Don Chisciotte. Ma attenzione, non intende proporne una versione moderna o personale, né tantomeno copiare l’opera originale – assolutamente no. Menard vuole scrivere il Chisciotte tale e quale a come l’aveva fatto, più di tre secoli prima, Miguel de Cervantes. Il che significa mettersi nella condizione di immaginare, ordinare e infine scrivere quelle stesse identiche parole.

Edizione Adelphi a cura di Antonio Melis, euro 12.

«Non volle comporre un altro Chisciotte – ciò che è facile – ma il Chisciotte. Inutile specificare che non pensò mai a una trascrizione meccanica dell’originale; il suo proposito non era di copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel de Cervantes».

Qual è la relazione impossibile tra Pierre Menard e Cervantes, allora? Sicuramente non è semplice immedesimazione. D’altronde, se Cervantes fosse nato e vissuto nel XX secolo – anche sotto le false spoglie di Menard –, non avrebbe certo scritto il Chisciotte per come noi lo conosciamo. Il Pierre Menard autore del Chisciotte non è infatti Cervantes: è piuttosto uno scrittore con un forte gusto dell’anacronismo, che utilizza un linguaggio totalmente diverso da quello dei suoi contemporanei, e che conosce molto bene lo spagnolo arcaico. La chiave per comprendere questo racconto è riuscire a immaginare che un’opera chiamata Don Chisciotte non sia mai stata scritta, che Miguel de Cervantes non sia mai esistito, o che, se pure sia esistito, non abbia fatto lo scrittore. In questo mondo parallelo, nella prima metà del ‘900, un tale di nome Pierre Menard comincia la stesura del Don Chisciotte.  

Entusiasmante, vero?

L’universo borgesiano è infinito, potenziale, tanto che sarebbe quasi più opportuno parlare di universi. Ci sono sempre ulteriori combinazioni, incastri, vite di cui nemmeno sospettiamo l’esistenza. Dove vanno a finire i libri che non sono stati scritti e non saranno scritti mai? C’è un posto, magari una biblioteca, che potrebbe contenerli tutti?

Per definire l’aggettivo borgesiano si fa spesso ricorso all’idea di finzione. Tra il Chisciotte di Cervantes e quello di Menard, qual è l’originale? Nell’infinita biblioteca di Borges – cioè il mondo, l’universo intero –, tutto è falso, la copia di un’altra copia. Riflettendoci, la prima relazione impossibile è forse quella tra i due concetti di infinito e di razionalità. Nel racconto La biblioteca di Babele, lo scrittore argentino immagina che lo spazio non sia altro che una biblioteca formata da un interminabile numero di volumi di 410 pagine, che contengono ogni possibile combinazione di caratteri. Una biblioteca, simbolo per eccellenza dell’ordine, può contenere l’infinità? I greci consideravano negativa la nozione filosofica di infinito, proprio perché questo, non avendo limiti, non poteva essere definito attraverso la ragione. Borgesiano allora significa: che tenta di scrivere l’infinito. È un cortocircuito, un paradosso. La sua non può che essere una scrittura di finzioni sopra altre finzioni: l’infinito non ha origine né verità; non è un guizzo né uno sprazzo di luce divina; non è caos ma ordine impossibile. All’interno della biblioteca di Babele si perde facilmente la strada e non si distingue il falso dal vero semplicemente perché falso e vero non esistono. 

«Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli, comprende tutte le possibilità», scrive Borges nel Giardino dei sentieri che si biforcano. «Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo; in alcuni esiste lei e io no; io altri io, e non lei; in altri, entrambi».

Borges ha studiato il tempo, o forse è meglio dire che l’ha inseguito e si è ritrovato inevitabilmente perso in un labirinto. È bello immaginare la sua opera come il tentativo titanico di trovarne l’uscita. Ma forse i suoi racconti non fanno altro che ripetere in eterno un quesito irrisolvibile, tremendo e insieme canzonatorio: esiste davvero, un’uscita?

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