di Arianna Bordi

«Forse la vera fotografia totale, – pensò,
– è un mucchio di frammenti d’immagini private,
sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni.»
“Italo Calvino, L’avventura di un fotografo”

Due artisti, due mezzi di espressione differenti, due epoche diverse, ma la stessa identica voglia di raccontare. L’intento di entrambi è profondo: eliminare i limiti contenutistici, ciò di cui si può scrivere e quello che si può fotografare. Non esistono soggetti migliori o peggiori, come non esistono sentimenti giusti o sbagliati.

Walt Whitman è stato un innovatore, un pioniere, una ventata di libertà per un’America che ancora doveva scoprire se stessa. Ha ispirato e continua a ispirare con le sue parole eterne, prive di ogni forma di giudizio o rigore formale. Un poeta post-mortem, of the transition of the soul as it loses its integrity. È stato in grado di schierarsi contro il perbenismo del puritanesimo, oltrepassando il consentito e diventando portavoce di quello che era il suo stare al mondo. Le sue poesie sono opere vive, foglie di una pianta che continua a crescere mettendo radici in ognuno di noi. Uomo, donna, schiavitù, libertà, anima, corpo, lavoratore, intellettuale fanno parte di un’uguaglianza che esalta la straordinarietà del normale, del quotidiano.

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Il poeta Walt Whitman

Diane Arbus è una tra i tanti fotografi americani con uno sguardo sul mondo aspro, vivo, così stonato rispetto al gusto dell’art pour art europeo; uno sguardo che riporta una visione personale del mondo, un insieme di storie cariche d’imperfezione. Morta suicida nel 1971, iniziò come fotografa di moda per poi dedicarsi a progetti personali, esprimendo subito un forte interesse nei confronti degli emarginati dalla società. Celebrata – nonché criticata – anche in vita, ha acquistato  – come spesso accade – grande popolarità solo dopo la sua morte, diventando una vera e propria icona di culto.

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Diane Arbus, “Self-Portrait”, 1945

W. Whitman e D. Arbus credevano nel potere comunicativo della loro arte; è legittimo sia presente la libera interpretazione di un contenuto artistico, ma è il demiurgo, il modellatore di quell’opera che vi canalizza pienamente tutto il suo intento. Si tratta di lanciare un messaggio, tendere una mano, e sperare che venga afferrata con lo stesso sincero interesse che noi avevamo messo nel compiere quel gesto. Tutto può essere bello a modo suo, proprio perché è qualcosa di diverso – sometimes, there’s so much beauty in the world I feel like I can’t take it, like my heart is just going to cave in.

Le sensazioni, le emozioni, i brividi che Whitman ha riportato su carta, senza filtri, senza allegorie o metafore e i freaks di Diane Arbus, gente che esiste ed è sempre esistita – ritardati, ermafroditi, vecchi su una sedia a rotelle, un bambino che piange – e che merita di essere ritratta in quanto essere umano che, nel suo piccolo, avrà sempre qualcosa da comunicarti.

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“Girl in a Shiny Dress”, NYC, 1967

Queste due incredibili personalità le ho volute associare insieme, fondendo insieme tutto ciò che è per me fonte d’ispirazione quotidiana, gli aspetti di quella che io chiamo l’America che mi piace.

Un uomo e una donna, maledettamente belli nel loro esserci stati.  A modo loro e basta, senza inutili compromessi.

 

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