Non ho mai pensato di essere un fustigatore di costumi. Credo di essere, più semplicemente, un cronista del mio tempo. Non mi sento tradito da quello che ho scritto.

La sua figura ha percorso quasi tutto il secolo breve con la verve di chi ha qualcosa (anzi, tanto) da donare al mondo: scrittore, giornalista, autore teatrale e cinematografico, e critico televisivo, Achille Campanile è stato l’intellettuale che più ha contribuito alla formazione di una certa coscienza umoristica tutta italiana.

Con un fermo rifiuto nei confronti dell’etichetta di “umorista”, che trovava riduttiva e poco adatta a sé, (indiscutibilmente si tratta di un aggettivo che non poteva in alcun modo calzargli nella sua semplicità) il poliedrico Campanile, in veste di scrittore, ha dedicato la sua vita all’interpretazione di una società che ha egli stesso ha visto cambiare in maniera radicale.

Nato il 28 settembre 1899 a Roma, già a vent’anni Achille Campanile si faceva spazio nel mondo del teatro, dando vita alle “tragedie in due battute”, atti teatrali di piccola portata finalizzati a mettere in luce i paradossi dell’umanità del suo tempo. La sua scrittura degli esordi non passò inosservata di fronte a notevoli personalità come quella di Anton Giulio Bragaglia, impegnato nello sperimentalismo avanguardistico novecentesco.

Fonte: www.artapartofculture.net

Nonostante suo padre, lo sceneggiatore e regista di film muti Gaetano Campanile, desiderasse per lui una carriera remunerativa, il giovane Achille mostrò da subito un’inclinazione alla scrittura letteraria, che si rivelò nel tempo una vera vocazione. Iniziò a lavorare nel 1918 nel mondo del giornalismo, sulla testata Tribuna: successivamente intrattenne collaborazioni anche con Idea NazionaleTravaso, Il resto del Carlino e La Gazzetta del Popolo.

…ero triste all’idea che avrei dovuto fare delle navi. Pensavo che sarebbero andate a fondo subito, non sarei riuscito mai a fare una nave che stesse a galla. Poi, fortunatamente, questa idea fu abbandonata. E si pensò di farmi fare il diplomatico: pareva una bella professione, si viaggia, si sta sempre nelle feste. Ma pure questo cadde.

Il suo stile icastico è sicuramente lontano dagli schemi tradizionali: ogni dettaglio linguistico e sintattico è attentamente ponderato, con la massima attenzione nei confronti dell’aspetto lessicale. L’effetto è quello di una scrittura cristallina e al contempo fortemente vivace e pungente: riecheggiano nei suoi testi le voci pirandelliane, in particolar modo quelle più strettamente legate alle riflessioni sulla psicologia e sul progresso, quindi sulla modernizzazione. Luigi Pirandello lo ammirò, così come lo ammirò Eugenio Montale. Ciononostante, buona parte della critica accademica minimizzò la portata intellettuale di Campanile, discostandosi dalla sua poetica.

Non credo che il mondo sia cambiato in peggio. è che noi siamo portati a considerare sempre con diffidenza le cose nuove e ad avere una visione idilliaca del passato. Chiamiamo quelli che ci hanno preceduto “i nostri buoni vecchi” e magari alcuni erano fior di canaglie, peggiori di quelle d’oggi.

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Dalla metà degli anni Venti, per un decennio, Campanile diede vita ad alcuni dei suoi romanzi, e le sue spiccate doti di scrittura affascinarono da subito il pubblico dei lettori: molti dei suoi scritti fecero apparizione anche su celebri quotidiani italiani come La Stampa, La Gazzetta del Popolo e Milano Sera in tranches, prima di arrivare nelle librerie. Dopo il romanzo giovanile (famoso) Ma che cosa è questo amore, edito nel 1927, vennero pubblicati Se la luna mi porta fortuna, Giovinotti non esageriamo, Agosto, moglie mia non ti conosco, In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto). Il ritratto che ci perviene è quello di uno scrittore instancabile. Gli fu assegnato due volte il Premio Viareggio, con La Tribuna nel 1933 e con Manuale di Conversazione nel 1973.

Morì il 4 gennaio del 1977 a Lariano, dove si era ritirato per vivere gli ultimi anni della sua vita.

La sua immagine di scrittore ci rimanda certamente al tema dell’umorismo. Troppo spesso confuso con la comicità, l’umorismo (ci teneva a ribadire Campanile) è un sottile filo interpretativo di ogni situazione umana, una chiave di lettura tutta soggettiva utile alla comprensione della realtà. E non sempre fa ridere.

Proprio dell’umorismo Campanile ha fatto il punto forte della sua scrittura, consegnandoci il ritratto di un Novecento italiano combattuto tra modernità e tradizione, tra nuove generazioni consumiste e vecchie abitudini, tra senso di rivalsa e nostalgia: fai di tutto, tranne lo scrittore, si sentì dire lo scrittore da suo padre, quand’era solo un ragazzo.

Eppure in quella strada così temuta e pericolosa, così sovversiva e poco conveniente, Achille Campanile trovò il suo posto nel mondo.

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