Dello scrittore portoghese José Saramago, e in particolare del suo leggendario romanzo Cecità, si è parlato molto negli ultimi mesi, citandolo, interrogandolo, scorgendoci parallelismi con la realtà e cercandoci una soluzione o almeno una possibile consolazione al tragico contesto in cui ci siamo ritrovati a vivere. In Cecità, infatti, Saramago racconta di un mondo in preda a una terribile epidemia che rende gli uomini ciechi, e lo fa senza compromessi o censure, senza escludere praticamente nulla, raffigurando gli esseri umani nelle loro vesti peggiori come in quelle migliori. In un’epoca sempre più post-umana, Saramago non ha fatto altro che arrovellarsi appunto sulla stessa identica domanda: che cos’è un uomo? Potremmo definirlo insomma uno scrittore profondamente umano, in senso sì narrativo ma anche più personale. C’è una famosa massima latina, di Terenzio, che si può associare a Saramago, e che afferma: “Homo sum, humani nihil a me alieno puto” (“Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me”). Scrivere degli uomini significa scrivere di sé, e viceversa. Così, leggendo i suoi romanzi, si ha sempre questa impressione di strana familiarità, di totale immedesimazione. C’è qualcosa, nelle sue storie, che definire verità sarebbe forse eccessivo, ma che sicuramente conduce ogni suo lettore a conoscersi più a fondo, a scavar-si in profondità. Nel bene ma anche nel male.

José Saramago

José Saramago a Siena nel 1999. Fonte: Wikimedia Commons.

Scrivere per dare risposte

Alcuni romanzi di Saramago partono da quelle che potremmo chiamare domande universali. Eccone tre esempi: cosa succederebbe se diventassimo tutti ciechi? Cosa succederebbe se gli uomini smettessero all’improvviso di morire? Cosa succederebbe se mi imbattessi per caso nel mio doppio? Stiamo parlando dei tre antefatti di Cecità, Le intermittenze della morte e L’uomo duplicato. Sono, queste, domande che, magari con lievi variazioni, ognuno di noi si è trovato a porsi almeno una volta nella vita. Sono domande condivise, smisurate e perciò vaghe, e oltretutto espressione di alcune delle paure più ataviche dell’essere umano: la perdita della vista, l’incomprensibilità dell’eternità, il terrore per il proprio doppio. L’incredibile capacità immaginifica di Saramago, la sua grandezza di scrittore, sta proprio nel fatto che lui, a queste domande, riesce a rispondere. Ma come? Semplice, raccontando una storia. La letteratura, si dice, aiuta a farsi domande, non a darsi risposte. La paradossale peculiarità di Saramago è che lui tenta di invertire questo assioma che sta alla base di ogni racconto, con la forza però del racconto stesso.

Raccontare miti

Le storie di Saramago possiedono l’energia delle parabole, sono degli autentici miti contemporanei. Potremmo definirlo, allora, uno scrittore di miti. Il valore del mito, d’altronde, è proprio quello di svelare raccontando: spesso una storia può spiegare un concetto meglio di un’indagine approfondita su di questo. I romanzi dello scrittore portoghese, alla stessa maniera delle vicende mitologiche, si muovono in parallelo alla filosofia ma finiscono per non incrociarla direttamente: Saramago affronta la domanda dell’essere che sta alla base del pensiero filosofico, ma lo fa essendo un narratore puro. Se non l’avete mai fatto, aprite un suo libro: lo divorerete, non riuscirete a staccarci gli occhi di dosso. È la potenza, sconcertante, primigenia, di ascoltare una bella storia, di imparare qualcosa attraverso una storia.

C’è un che di infantile – in senso positivo – nelle sensazioni che si provano a leggere Saramago, come un crescente alone di curiosità e di incanto. Di fronte alle sue pagine ci scopriamo tutti ignari del mondo che ci sta attorno, tutti avidi di fiabe e miti che ce ne raccontino un pezzettino, come in uno svelamento magico. Eppure la sua è una mitologia del tutto laica. Anche nelle vicende più fantastiche, e perfino in quelle ispirate alla religione cristiana, si percepisce comunque uno scarto, una pesante assenza: l’uomo di Saramago è solo, esposto alle sue debolezze e alle sue meraviglie. In Il vangelo secondo Gesù Cristo, uno dei suoi libri più controversi, lo scrittore portoghese presenta la figura di un Gesù del tutto umano, mentre Caino, romanzo del 2009, è una rivisitazione dell’Antico Testamento dal punto di vista del fratricida Caino, che però in questo contesto si erge a eroe, a unico ribelle contro un Dio sanguinario e ingiusto.

Saramago, uno scrittore irripetibile

Si potrebbe anche dire che Saramago è uno scrittore di letteratura fantastica – molti suoi libri riprendono infatti alcuni topos di questo genere letterario –, ma bisognerebbe intendersi su cosa sia, propriamente, il fantastico. In Saramago, l’abbiamo detto, la fantasia che sta alla base di una qualche domanda irrisolvibile finisce sempre per concretizzarsi nella minuziosità di un racconto. Il fantastico, allora, è forse il lato paradossale ma più vero – più complessivo – della realtà, un inconscio collettivo fatto di simboli e di mostri, oltre che un mezzo per indagare questa realtà il più a fondo possibile. Una fantastica epidemia di cecità può essere l’emblema di ogni altra epidemia; l’immagine stessa della morte che decide di non agire più nel mondo rivela da sola tutta la miseria dei sogni degli uomini, tutte le loro paure e le loro speranze. Torniamo, ancora una volta, al mito. Saramago concretizza l’universale, e l’irrompere del fantastico probabilmente è l’unico modo per destreggiarsi tra la piccolezza delle nostre individualità e l’infinito insorgere del destino condiviso.

Potremmo definire Saramago in mille altre maniere: scrittore coraggioso, blasfemo, forte, pericoloso, torrenziale… in fin dei conti, a soli dieci anni dalla sua morte, forse non possediamo ancora la giusta lucidità – o meglio, le giuste distanze – per comprendere a fondo l’opera del narratore portoghese. Quello che possiamo affermare con certezza è che Saramago è stato uno scrittore irripetibile, diverso da tutti gli altri, unico per stile, tonalità di voce e tematiche. Non possiamo fare altro che continuare a leggerlo, e a rileggerlo, e facendo questo a scoperchiare i meccanismi alla base dell’esistenza nostra, dei nostri amici e degli sconosciuti. Il tutto, ascoltando delle storie appassionanti col desiderio di un bambino imprigionato in un mondo di adulti.

In copertina: rielaborazione grafica dell’immagine di copertina del romanzo “Cecità” di José Saramago, edito da Feltrinelli.
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