Nel gennaio 1979 Giorgio Manganelli pubblica un libro curioso, che fin dall’inizio si presenta sotto forma di un ibrido, a metà tra esperimento e tradizione, esiguità spaziale e universalità. Pochi mesi dopo quel testo conquisterà il Premio Viareggio, e nel tempo si imporrà come una lettura imprescindibile, dotata di un fascino ambiguo e singolare. Stiamo parlando ovviamente di Centuria. Cento piccoli romanzi fiume, tra le opere più conosciute di un autore, Manganelli, che è certo uno scrittore difficile – qualunque cosa questo voglia dire –, e che proprio per via della sua diversità si è sempre mosso un po’ defilato all’interno del canone della letteratura italiana novecentesca. Il suo Centuria è un libro insieme semplice e complicatissimo, ed è ingannevole, totalmente privo di appigli, come una navigazione su un mare calmo che però nasconde la tempesta. La genesi dell’opera, davvero particolare, svela già molte cose: Manganelli, racconta lui stesso in un’intervista, lo buttò giù in un paio mesi, avendo a disposizione alcuni fogli per macchina da scrivere un po’ più grandi del normale e sfidandosi a comporre testi narrativi che non superassero ognuno la lunghezza di uno di quei fogli. Centuria è infatti una raccolta di cento racconti, o meglio, di cento romanzi fiume, tutti numerati e tutti brevissimi, lunghi cioè poco più di una pagina di libro.

Né racconti né romanzi

Prima di tutto, però, è doverosa una domanda introduttiva: in che senso romanzi di una pagina? Qui si tratta propriamente di cento racconti, o meglio, di cento micro-racconti, un genere letterario che oggi appare ben consolidato e dotato anche di una sua tradizione. Tuttavia, al lettore è chiaro fin da subito che per definire Centuria non ci si può affidare ad alcun genere prestabilito. Anche parlare di cento romanzi è in fondo sbagliato, e possiamo solamente associarci alla misteriosa nomenclatura dataci dall’autore, quella di romanzi fiume, oppure, per semplicità, riferirci ad essi come vere e proprie centurie numerate – quasi una cifra stilistica tipicamente manganelliana, che non è racconto e non è romanzo, ma in fondo un po’ di tutti e due. Ogni centuria riesce infatti, nella sua brevità, a condensare il significato di un universo intero. In poche righe Giorgio Manganelli reinventa un mondo, ci inserisce dei personaggi e gli dà delle leggi – di solito folli –, e subito dopo ricomincia da capo, andando avanti così per cento volte. Ognuna di queste storie potrebbe espandersi all’infinito, per mille pagine, e la loro paradossale brevità le fa come risuonare, rispecchiare in se stesse, presentandole infine come piccoli e complicati enigmi di cui trovare il significato ultimo sembra un compito impossibile.

Un libro misterioso

Ma di cosa trattano questi romanzi fiume? Sicuramente del nostro – strano, assurdo, incomprensibile – universo, ma anche di universi altri. C’è per esempio, nella centuria numero quattro, la storia di un signore che trova la formula irrefutabile dell’esistenza di Dio e che poi finisce per dimenticarsela;  oppure quella del signore che si sveglia una mattina, di buon’ora, si prepara accuratamente, si siede su una sedia e infine si sbriciola; c’è, nella centuria numero sessantanove, un astrologo che legge nelle stelle il giorno in cui incontrerà la donna della sua vita ma che poi, sempre dalle stelle, scopre che la sua morte è segnata per venti giorni prima di quell’incontro fatale; c’è poi un fabbricante di campane che deve costruirne una che suonerà per il giorno del giudizio, e un uomo che scorge un unicorno alla fermata dell’autobus. Quasi sempre i personaggi principali delle centurie sono dei semplici e banalissimi signori senza nome, degli uomini incolori, malinconici, che si trovano ad affrontare situazioni tragicomiche e paradossali. Questi signori ci assomigliano molto – non sono altro che l’uomo di massa, perennemente insoddisfatto, uguale a tutti gli altri, che ogni tanto si trova a cogliere nel mondo un bagliore di salvezza, oppure di condanna –, ma ci appaiono anche distanti. C’è nella loro fredda cecità qualcosa di mostruoso, di in-umano, come nella centuria numero tredici, per esempio, dove un uomo attraversa una via con in mano la propria testa. Gliel’hanno appena tagliata e, immaginando la naturalezza della sua camminata, al lettore non potrà che sfuggire un piccolo brivido di terrore sulla schiena.

Copertina di Centuria di Giorgio Manganelli

Edizione Adelphi, euro 13.

Gli universi di Manganelli

In Centuria l’assurdo non viene mai risolto dai personaggi, e la realtà non viene affrontata ma soltanto subita. La brevità delle storie è quasi un inno all’incompiuto, all’incomprensibile, e i romanzi fiume sembrano legati l’uno all’altro da un collante mistico e religioso. In effetti a volte si nomina Dio, un Dio che però è lontano e misterioso, che probabilmente non esiste, e che se esiste è forse più simile al diavolo. Leggendo si ha l’impressione che Manganelli non stia facendo altro, in fondo, che raccontarci le declinazioni diverse di uno stesso luogo, l’inferno, e che scomponendolo, nascondendocelo, sottoponendoci a degli indovinelli senza risposta, si stia quasi prendendo gioco di noi – e anche di se stesso.

Capita, leggendo Centuria, tentando vanamente di comprenderlo, che ci si imbatta in situazioni surreali che pure, in qualche modo, non fatichiamo a riconoscere come intime, collegate cioè alla vita vera, alla nostra vita – e questo non può che farci interrogare profondamente sul significato dell’inferno, su quanto in fondo ci sia familiare. Il fatto è che all’interno di poco più di una pagina Manganelli inserisce un universo intero, cioè un insieme infinito di possibilità, e il sottotitolo del libro avrebbe potuto essere tranquillamente Cento collezioni di piccoli universi. Le centurie, i romanzi fiume, ti cadono addosso con la forza di un torrente, inondandoti di domande, facendoti specchiare, angosciandoti. Sono storie da noi totalmente aliene e allo stesso tempo personali. Parlano di noi senza parlare di noi, oppure non parlano di noi parlando di noi.

Ossessioni manganelliane

Per quanto le vicende raccontate siano tra le più diverse, in Centuria i temi comuni sono molti, anche se forse più che di temi dovremmo parlare di ossessioni. Giorgio Manganelli ci racconta di killer che non uccidono e di fantasmi che non fanno paura, di città infernali e di draghi e cavalieri. Un motivo sempre presente è quello dell’amore, un amore mai corrisposto, oscuro, non adatto a trovare la gioia ma più che altro a svelare lampi di una malinconica verità. L’amore, qui, non conduce alla salvezza. C’è una bellissima centuria che spiega bene tutto questo, nella quale un uomo e una donna si amano per tre giorni e poi smettono di amarsi, soltanto che lui smette di farlo venti minuti prima che lo faccia lei. Quell’insensato scarto temporale crea tra i due un abisso, una ferita enorme e non risanabile, la stessa che sta al centro di ogni amore narrato in questo libro.

Centuria, col suo stile erudito e al contempo fluido, è un libro che si pone in continuità con la tradizione novellistica – pensate alle cento novelle del Decameron – ma che poi sovverte tutto, posizionandosi in una zona isolata, solitaria. Leggere Centuria è un’esperienza irripetibile di indagine su se stessi, sul mondo, sul significato più nascosto del fare letteratura, oltre che sul valore, spesso sottovalutato, della brevità.

Immagine di copertina tratta da Pixabay.
© riproduzione riservata