Come la maggior parte degli autori spagnoli, Pedro Calderón de la Barca può vantare un’esistenza piuttosto avventurosa. Nato a Madrid il 17 gennaio del 1600, la madre lo iscrive al collegio dei gesuiti da dove poi partirà per frequentare legge nella prestigiosa università di Salamanca. Cristiano profondamente devoto, la sua opera si colloca durante la fase finale del Siglo de Oro della civiltà spagnola. Sotto il regno di Filippo II, figlio di Carlo V, la Spagna aveva dovuto più volte dichiarare bancarotta. La penisola iberica versava in una crisi economica costante a causa di una struttura sociale che si ostinava a salvaguardare i privilegi di classi abbienti quali aristocrazia e clero. Le imposte dirette e indirette venivano alzate per far fronte ai vizi e all’opulenza delle corti spagnole e l’oro proveniente dalle colonie non bastava per saldare i debiti contratti con i bancari fiorentini.
Calderón de la Barca trae enorme beneficio dai servigi offerti alla corte di Filippo IV, nipote di Filippo II, che gli garantirà un guadagno vita natural durante. Al contrario di Lope de Vega, padre del teatro barocco spagnolo, Calderón non si allontanerà mai da una posizione sociale privilegiata. Sia il suo stile elegante che i suoi temi ispirati dalla vita religiosa sono imputabili alla sua appartenenza ai livelli più alti della gerarchia sociale.

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Palazzo Escorial, Madrid From Wikimedia Commons.

Ciò non significa che la sua vita non abbia alcuna contraddizione. Nel 1621 viene accusato di omicidio e costretto a fuggire in Germania, dove rimane cinque anni. Una volta tornato a Madrid, viene condannato e imprigionato per oltraggio a un chierico . Nonostante questi due episodi, riesce a scalare anche la gerarchia militare, di grande peso all’interno della Spagna barocca. Filippo IV lo ordina cavaliere dell’ordine di San Giacomo e, come tale, prende parte alla campagna di Francia e alla guerra di Catalogna.
Come se le sue avventure non fossero abbastanza, nel 1651 viene paradossalmente ordinato prete, ma solamente dopo aver convissuto con una donna che gli dà un figlio.

Una scena da “La Vita è Sogno”, adattamento teatrale di Juan Mayorga, regia di Helena Pimenta, Compagnia Nazionale di Teatro Classico. Fonte: Wikimedia Commons.

Pedro Calderón de la Barca si muove all’interno del teatro barocco spagnolo, tutt’oggi punta di diamante della letteratura iberica. Segue le orme di Lope de Vega, autore estremamente innovativo che era riuscito con una maestria invidiabile a portare le contraddizioni dell’animo umano sul palco. Con questa eredità, Calderón si addentra in un terreno minato. Riprende e studia Vega, decidendo di inserirsi nella tradizione barocca e di rinnovarla con il suo stile raffinato e depurato dagli eclettismi tipici di autori come Luis de Gòngora. Scrive oltre 70 pezzi teatrali, soprattutto auto sacramentales, genere che mette in scena i misteri eucaristici. Venivano drammatizzati in particolare durante le celebrazioni per il Corpus Christi, festa spagnola che esalta la doppia natura di Gesù Cristo, uomo e divinità al contempo. I personaggi rappresentati dagli auto sacramentales sono quindi figure allegoriche che rimandano alle virtù cristiane e ai vizi del secolo. Calderón è tutt’oggi considerato il maestro di questo genere teatrale e la sua fede viene rinvigorita dalla stesura di queste pièce.

“Così io, dando credito ai fatti divini che mi pronosticavano con vaticini estremi mali,
risolsi di tenere rinchiusa la belva che era nata, per vedere se un saggio poteva riuscire a dominare il volere delle stelle.”
Re Basilio, La Vita è Sogno

Tuttavia, l’opera che l’ha consacrato nell’Eden degli autori classici è senza dubbio La Vida es Sueño (La Vita è Sogno), pubblicato tra il 1636 e il 1637. Il tema su cui riflette il pezzo teatrale è il contrasto tra fato e libero arbitrio, uno dei più cari a Calderón. Questa contraddizione nasce da una profonda fede cattolica e da una speculazione filosofica che continuerà a interessare molti autori spagnoli anche nei secoli seguenti. Sigismondo è figlio di Basilio Re di Polonia ed esperto di astrologia. Alla sua nascita, il padre legge nelle stelle che il bambino porterà disonore alla famiglia e al regno intero. Così, decide di rinchiuderlo in una torre sotto il controllo di Clotaldo, mentre dichiara al popolo che la madre e il neonato hanno incontrato la morte durante il delicato momento del parto. Clotaldo educa il bambino, che si fa grande senza aver conoscere il mondo al di fuori della sua gabbia d’oro. Tuttavia, Basilio decide di mettere alla prova il giovane perché riesca a cambiare il suo destino. Lo fa condurre alla reggia, dove Sigismondo si comporta da sanguinario tiranno. Basilio imputa l’atteggiamento del figlio alla predizione degli astri e non all’angoscia provata da un giovane uomo che sperimenta per la prima volta il mondo. Sigismondo viene dunque narcotizzato e riportato nella torre, dove Clotaldo lo aiuta a convincersi che ciò che ha vissuto è stato solo un sogno. Il ragazzo inizia così a confondere il sogno con la realtà, perchè l’estrema verosimiglianza del sogno lo getta nel terrore più profondo. L’atto finale dell’opera vede il popolo acclamare Sigismondo come erede al trono, al posto di due cugini alquanto impopolari. Il ragazzo si libera dalla torre e combatte una battaglia che gli permetterà di ottenere il potere. Tuttavia, il suo comportamento non sarà più tirannico. Decide invece di non cercare vendetta nei confronti del padre perché non desidera negare agli altra la felicità che è stata strappata a lui per molto tempo. Sigismondo prende in mano le redini della sua vita, decidendo di diventare l’artefice del proprio destino e non più la vittima di circostanze esterne.

Il paradosso della scelta nella società contemporanea. From Wikimedia Commons.

La dicotomia tra fato e arbitrio continua ad appassionare ancora oggi. D’altronde la speculazione intorno al tema nacque con lo scontro di due teologi del calibro di Erasmo da Rotterdam e Martin Lutero. In molti hanno provato a rispondere all’interrogativo che suscitano le scelte. “E se?” Questa è una delle domande che ognuno si è posto almeno una volta durante la propria esistenza. “La storia non si fa con i se e i ma” è un detto popolare che sottolinea l’impossibilità di sapere se scelte differenti o un loro ordine cronologico diverso avrebbero portato al medesimo risultato. Nonostante la proprietà commutativa ripetuta allo sfinimento fin dalle elementari, ci chiediamo ancora se cambiando l’ordine degli addendi il risultato possa cambiare.
La speculazione cattolica sostiene che Dio abbia già definito un destino per ciascuno, ma che nemmeno l’Onnipotente possa schierarsi contro la libertà dell’individuo. Addirittura per Kierkegaard l’uomo che sceglie è più libero di colui che si nega alla necessità della scelta, ma è meno libero di colui che accetta la volontà di Dio. La scienza ha invece provato più volte che la personalità e persino l’aspetto fisico vengono influenzati da fattori esterni sui quali non possiamo esercitare alcun controllo. Se non possiamo controllare neanche chi siamo, come facciamo a controllare le nostre scelte? Come facciamo a essere artefici del nostro destino come Sigismondo?
Le teorie di Bernays sulle pubbliche relazioni e sulla pubblicità hanno ulteriormente dimostrato come anche le scelte che reputiamo libere possano essere in realtà influenzate. Gli algoritmi di Google, Amazon e dei social networks non fanno altro che avvalorare questa tesi nell’epoca digitale.
Il dibattito continuerà a tormentarci per molto tempo ancora, ma l’opera di Calderón ci delizierà nel mentre. L’acutezza e il tormento dei monologhi di Sigismondo sono molto più di una magra consolazione per l’impossibilità di rispondere in modo definitivo a questa e a parecchie altre domande.

In copertina: un’illustrazione raffigurante Pedro Calderón de la Barca, Fondo della Biblioteca Nazionale di Siviglia. Fonte: Wikimedia Commons.
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