di Gabriele Nicolò

Sul filo del rasoio. Tra vita domestica e vita selvatica. Hanno avuto un ruolo importante i gatti nella vita di Doris Lessing. Sin dall’infanzia. E la sua carriera letteraria, culminata con il premio Nobel (2007), è stata punteggiata dalla presenza di questi felini, spesso accovacciati accanto lei, sul tavolo di lavoro, mentre componeva le sue opere. Ma il rapporto tra la scrittrice britannica e i gatti non è sempre stato all’insegna dell’idillio. Anzi, il contrario. Ad appena tre anni, trovò il suo primo gattino, a Teheran, sua città natale. Era denutrito e Doris dovette sudare sette camicie per farlo accettare in casa dai genitori. Poi quando si trasferì con la famiglia in Sudafrica, ne perse le tracce. Poco dopo, un persiano le morì di polmonite fra le braccia: si erano fatti compagnia, condividendo il lettino, quando Doris stette molto male durante un gelido inverno. Questo toccante spaccato era stato raccontato con vibrante emozione dalla stessa Lessing nel libro, uscito nel 1967, “Gatti molto speciali”, ora ristampato per i tipi della Feltrinelli con un’elegante edizione corredata dalle illustrazioni di Joana Santamans.

La copertina della ristampa del libro “Gatti molto speciali” di D. Lessing, edito da Feltrinelli, pp. 160, (€19,00)

Le esperienze dolorosissime sperimentate con quei due gatti rappresentarono per la futura scrittrice un vero e proprio trauma: tanto per che per ben 25 anni non volle più saperne di averne un altro accanto di cui prendersi amorevole cura. “Dopo una certa età – e per alcuni di noi può accadere quando si è molto giovani – non ci sono più persone, bestie, sogni facce, avvenimenti che siano nuovi: tutto è già successo prima” scrive in “Gatti molto speciali”. E poi sottolinea: “E non c’è dolore, persino, che non sia il ripetersi di qualcosa, da tempo dimenticato, che torna ad esprimersi attraverso una sofferenza indicibile, attraverso giorni di pianto e di solitudine… E tutto per colpa di un gatto, piccolo, magro, moribondo”. Alla luce di queste parole non sarebbe certo azzardato suggerire che la visione del mondo della Lessing sia ispirata anche dal sua amore per i gatti: amore inteso come veicolo di conoscenza che permette, attraverso l’acuirsi dei sensi, di sondare fino alle più remote profondità l’amarezza e il dramma che spesso sedimentano sul fondo di ogni passione e di ogni slancio vitale.

Tuttavia non ci sono solo lacrime nel libro scritto cinquantuno anni fa. C’è spazio anche per il sorriro, e per l’ironia. Protagoniste del racconto sono due gatte che devono convivere, pur detestandosi. Una è nera, pragmatica e materna, l’altra è grigia, molto narcisa, il cui unico scopo è ricevere lodi dagli altri. Essendo priva di istinto materno, verrà operata e sterilizzata. Gradualmente perderà così il suo fascino: sfioriranno la sua grazia e la sua seducente flessuosità. Dopo quella operazione è come se all’improvviso fosse scomparsa “la bella tiranna di quella casa”. E la gatta grigia subisce anche un deterioramento psicologico, divenendo scorbutica e acida. Insomma, si trasforma, come scrive la Lessing con dolce sarcasmo, in una “gatta zitella”.

Doris Lessing e uno dei suoi gatti nel novembre del 1984, all’interno del suo appartamento londinese / (AFP PHOTO/PRESSENS BILD)

La ristampa di questo racconto non può che risvegliare reminiscenze culturali attinenti al mondo dei gatti. Infatti non sono stati certo pochi gli artisti rimasti attratti da questi esseri fascinosi ed enigmatici, che sanno muoversi con passo felpato, con aria quasi indolente, ma sempre pronti, se in cerca di preda, a scatti fulminei. Un’attrazione tanto forte da far sì che alcuni artisti elevarono il gatto a loro musa ispiratrice. Basti pensare a Matisse, che soleva impostare le sue tele seduto sul letto, dove, immancabilmente, era acciambellato almeno un gatto. Nel capolavoro di Manet, “Olympia” (1863), tra i quadri all’origine della pittura moderna, spicca la figura di un gatto nero, che ha la sagoma di una virgola impazzita. E il pensiero corre così a Dalì, che aveva concentrato la sua predilezione per l’ocelot, un felino molto comune in Sud America, assai simili al gatto domestico. Mentre Hemingway poi sentenziava che “ai gatti riesce senza fatica ciò che è negato all’uomo, ovvero attraversare la vita senza far rumore”, Andy Warhol ne collezionò, nella sua casa, ben venticinque: a tutti aveva dato lo stesso nome, Sam.

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