Un testo va analizzato prendendo le giuste distanze, come fosse un quadro. Si potrebbe pensare che se si va più vicino, si vede meglio: è vero il contrario. Era questa la base su cui fondava il metodo di lavoro Frank Kermode, di cui ricorre in questi giorni il centesimo anniversario della nascita. Il celebre critico letterario britannico, nel promuovere la filosofia della distanza, rischiava di ingenerare un equivoco, inducendo il lettore ad aspettarsi una atteggiamento freddo nei riguardi del libro da recensire, nonché una prosa pedante, senza respiro e poco accattivante. Anche in questo caso, è vero il contrario. La sua pagina – fosse dedicata a Shakespeare o a Stevens, a Butler o a Yeats, tanto per citarne solo alcuni – tradiva in realtà un calore determinato da una passione intellettuale, intensamente vissuta. E tale passione, innervata di una competenza eccelsa, non ha mai offuscato, nemmeno in parte, la sua lucidità nel porre al vaglio un’opera per metterne in luce, con somma acribia, dinamiche interne e segreti, misteri e sotterranee intuizioni.

Di Shakespeare decantava l’equilibrio che aveva saputo forgiare fra la teatralità del gesto, talvolta anche plateale, con la crudezza della realtà, spesso portata sul bordo dell’eccesso. Un equilibrio posto sempre sul filo del rasoio, che solo il genio shakespeariano poteva conservare intatto, senza crepe e senza traumi. Il respiro epico e le preziose gemme di saggezza erano le principali virtù che elogiava in Eliot, del quale curò anche un’antologia di poesie.

In occasione del centenario della nascita, la prestigiosa rivista “London Review of Books” (per la quale Kermode ha scritto più di duecento saggi) ha confezionato un numero speciale che rinnova l’attenzione su un uomo di cultura impeccabile nel manifestare il massimo rispetto per il lettore: egli, infatti, non tollerava che il sapere venisse amministrato e diffuso con fare sussiegoso e con toni declamatori. Al contrario, era come se cercasse un dialogo e un riscontro con chi lo leggeva, che, senza dubbio, ne sapeva molto meno di lui. Al riguardo è significativo quanto scrisse Verlyn Klinkeborg sul “New York Times” due giorni dopo la sua morte, avvenuta a Cambridge (nella cui università aveva insegnato dal 1974 al 1982) il 17 agosto 2010. “La prosa di Kermode non era mai accademica, ma declinata in modo da risultare facilmente fruibile anche per e i non addetti ai lavori”. Qualità certamente degna del massimo rilievo, alla luce della considerazione che già gli scrittori da lui recensiti, ovvero i grandi della letteratura, potevano costituire una sorta di tentazione ad adottare un linguaggio togato e solenne per trattare temi e argomenti di carattere esistenziale e morale. Esemplare testimonianza di questa prosa, fruibile per qualsiasi fascia di lettori, è data da alcuni delle sue principali libri: The Sense of and Ending (1967), The Classic (1975) e Shakespeare’s Language (2000). La fama gli arrise nel 1957, anno in cui scrisse Romantic Image, un testo che allora suscitò dibattiti accesi in virtù della sua tesi secondo cui tra romanticismo e modernismo non ci fossero cesure o fratture, ma una continuità sostanziale, non incrinata da obiettive differenze.

Oxford University Press.

Si diceva contrario all’elaborazione di teorie letterarie, nella convinzione che tali teorie, plausibili o no che fossero, finissero per “strangolare” l’amore per la letteratura. Sosteneva dunque l’esigenza di eliminare, per quanto possibile, impalcature e sovrastrutture che potessero condizionare e rovinare “il sano gusto per il testo”, il quale non ha bisogno di troppi intermediari. Come pure ebbe modo di manifestare spesso il suo disappunto nel constatare che insigni intellettuali, sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, non erano sufficientemente interessati alla poesia, anteponendole la prosa. Un disappunto magistralmente espresso nella raccolta di saggi intitolata An Appetite for Poetry (1989), che viene a configurarsi come un inno sciolto alla grandezza della poesia, i cui effetti – sulla mente e sul cuore di ogni sensibile lettore – possono essere semplicemente meravigliosi.

© riproduzione riservata