Il 16 aprile scorso, nella sua forma più pura, il fuoco è balzato all’onore delle cronache, attraverso l’incendio della celebre cattedrale di Notre Dame, a Parigi: una volta di più da che lo conosciamo, ci ha fatto assistere impotenti a una distruzione che appariva inesorabile. Una volta ancora l’abbiamo visto come grande distruttore, però è anche vero che se la cattedrale fosse crollata o distrutta con altri mezzi, le immagini della guglia che crolla o del tetto devastato non ci sarebbero rimaste così impresse. Le rappresentazioni legate al fuoco, tuttavia, sono molteplici e non scaturiscono solamente dal nostro lato pauroso e primitivo, che vedeva in esso prima di tutto un pericolo, ma hanno accumulato altre accezioni, afferenti alla sua utilità, al suo potere, al suo potenziale sociale e creativo. Utilizziamo allora quest’occasione per una breve riflessione sulla simbologia del fuoco, con un’attenzione speciale alla letteratura che gli consacra spazio fin dalla mitologia più antica.

Nell’incendio di Notre Dame la connotazione simbolica del fuoco si è unita a quella della Cattedrale: salvezza e distruzione, Inferno e Paradiso, corruzione e purificazione (per alcuni) riuniti in una circostanza. Foto di Milliped da Wikicommons

Partiamo proprio dai miti: in Prometeo, il fuoco viene raffigurato come mezzo di emancipazione e potere sovversivo, venendo a rappresentare per metonimia, assieme al titano, la sfida agli déi e alla loro onnipotenza.  Il fuoco, allora, diviene foriero di potenziale infinito, e non a caso: una volta “domata” la fiamma, l’uomo è stato in grado di provvedere alla propria sopravvivenza in maniera impensabile per qualsiasi altro essere vivente, diventando un vero semi-dio. Il valore di tale simbolo si ripercuote sull’intera cultura indoeuropea: Agni, la divinità indiana del fuoco, simboleggia proprio il ponte tra umano e ultraterreno, eco lontana del racconto di Prometeo in chiave differente.

In maniera antitetica, il potere del fuoco è presente anche in un rapporto dominante-dominato in cui l’elemento simboleggia qualcosa che scuote e possiede l’uomo in maniera incontrollata. Già nel periodo della prima poesia greca Saffo scriveva del fuoco che “le correva sotto pelle”, e del desiderio “bruciante” per l’amato: tale immagine aveva allora già assunto un’importanza che avrebbe conservato nei secoli a venire, giungendo a rappresentare una valida figura espressiva anche per noi.
Non solo l’atto di creare il fuoco, ma anche quello di tenerlo vivo acquisisce un’importanza fondamentale nella nostra cultura, perché collegato ad una capacità che distingue l’umano dal ferino. Per questo, il concetto di fuoco perenne è strettamente legato a quello della “creazione” dell’uomo come lo conosciamo, e non a caso candele e fiamme inestinguibili si associano tanto spesso a divinità sia nel mondo pagano che in quello cristiano – pensiamo al rovo ardente dell’Antico Testamento.

A questo stesso esempio si collega anche quella che forse è l’immagine più potente riferita al fuoco, ossia quella della purificazione: il fuoco del rovo miracolosamente brucia ma non consuma, e dunque elimina la connotazione negativa che potrebbe spaventare l’uomo. La concezione del fuoco come elemento catartico per eccellenza è tutta umana, e non è un caso che “puro” e “piro” siano termini tanto simili: l’immagine delle fiamme purificatrici è probabilmente frutto del loro potenziale tutto sanitario di eliminare una serie di patogeni pericolosi per la nostra sopravvivenza. Ancora in epoca moderna bruciare i possedimenti di un morto per tubercolosi era visto come l’unico scampo al propagarsi della malattia; la casa di Keats a Roma, in questo senso, ci ricorda la lezione.

Andando oltre, il fuoco viene anche considerato spesso nelle sue connotazioni sociali e non strettamente fisiche. La sua natura fluida e mai fissa, viene associata all’anima e al soffio divino; la fiamma perpetua del milite ignoto, in questo caso, sta a rappresentare l’importanza sempre vivente dei caduti nei conflitti (oltre, ovviamente, ad accumulare in sé altre simbologie già presentate). Ne “La Luna e i falò” Cesare Pavese descrive la dimensione sociale del fuoco, dapprima rappresentazione delle feste contadine, e dunque della comunità che si fa famiglia, poi simbolo di distacco, attraverso i roghi, a ciò che rappresenta un passato da cui allontanarsi. La visione del fuoco come fulcro di socialità è ancora molto forte nelle culture che non beneficiano di reti elettriche, e si lega direttamente al fatto che questo elemento fornisce al tempo stesso luce, calore e possibilità di un sicuro sostentamento.

Vladimir Nabokov utilizza come titolo di una delle sue opere più famose, “Fuoco pallido”, stralcio di una citazione shakesperiana che, riferendosi alla luna e alla luce che questa trae dal sole, veniva spesso usata metaforicamente per rappresentare il processo creativo e d’ispirazione. In questo caso, allora, il fuoco è ancora elemento creativo e inarrivabile sole che l’opera d’ingegno cerca di immortalare (senza mai riuscirci del tutto).

La simbologia legata al fuoco non si esaurisce qui: i detti popolari stessi confermano il ruolo preponderante che esso ha avuto, finora, nello sviluppo della cultura e nella caratterizzazione della vita umana: mettere la mano sul fuoco, scherzare col fuoco, combattere fuoco col fuoco, essere un fuoco di paglia, sono frasi che raccolgono significati disparati, accomunati dalle diverse accezioni che sono state affidate a questo nostro compagno scottante.
Ora che il fuoco non occupa più una posizione tanto importante nelle nostre società, è possibile che i detti ad esso legati vadano perdendosi? Da un certo punto di vista, avere meno a che fare con l’elemento stesso potrebbe ostacolare un’innovazione della lingua che lo tenga in considerazione; d’altra parte, è pure innegabile che la nostra fascinazione per il fuoco sembri rimanere immutata, e anzi forse si rafforza nonostante abbiamo un rapporto meno stabile con esso.

In generale, possiamo affermare che la figura del fuoco è quasi sempre presentata nella sua dualità di pericolo e di risorsa: gli occhi della donna amata, nello Stilnovo, erano fari, torce e fuochi, come essi indomi e portatori, all’epoca, di un potenziale superiore e di una tremenda minaccia. Forse l’autore che più di tutti ha saputo riassumere le immagini legate al fuoco elencate finora è stato Borges nelle sue “Rovine circolari”: qui le fiamme sono strumento di creazione, distruzione, purificazione e conferma; sono sintomo di fede e di mistero, ed esprimono un’idea di circolarità, tanto cara a Borges, che è unica sintesi possibile del potere generativo e risolutore del tutto.

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