La grandezza di un poeta non si misura solo nella sua lunga produzione, nel momento storico in cui si inserisce o nella rivoluzione che introduce nel mondo della letteratura. Un grande poeta è in grado, soprattutto, di creare immagini, articolare colori e paesaggi, emozioni e tradizioni, per restituirle al lettore come ricordi e frammenti che sembrano quasi essere personali.

Giacomo Leopardi è sicuramente un maestro in questo, inanellando tra le parole le immagini di un paese natale, quello di Recanati, che si divide tra la vasta e sinuosa campagna e la vita della piazzetta, tra il mare che si scorge all’orizzonte e la finestra di Silvia. Abbiamo ripetuto a suon di filastrocca quei versi che descrivono una donzelletta che abbraccia rose e viole e un mazzo di fieno, pronta a godere della festa che di lì a poco avrebbe dato vita al piccolo borgo.

Piazzola del Sabato del Villaggio, Recanati. Fonte: Copyright Casa Leopardi, è vietata la riproduzione

Leopardi ci descrive una realtà fatta di piccole cose e di mestieri semplici, ci parla delle ricordanze di una vecchina e dei suoi dì di festa del passato, in un tempo che scorre, forse troppo veloce, sotto lo sguardo candido della luna. Sembra quasi di vivere quelle notti “dolci chiare e senza vento”, nel silenzio che si infila tra balconi e stretti sentieri, in un turbinio di emozioni che vanno dalla malinconia, al pessimismo, alla nostalgia di un’epoca d’oro e bucolica.

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

La sera del dì di festa, 1820 ca. –

Recanati con le sue mura e i suoi palazzi, il suo affacciarsi sulle terre marchigiane, vive nelle parole di un sognatore che in verità amava la vita e le sue manifestazioni, l’abbracciava in ogni suo sospiro, contraddizione, sottile debolezza, per raccontarla, con l’oggettività di un filosofo e l’umanità di un poeta. La Natura, a volte giunonica e arcigna, altre più quieta e immensa nell’accogliere lo sguardo, è una tra i grandi protagonisti di un Leopardi che ama descrivere e raccontare il paesaggio.

La sera con il comparire dell’amichevole luce color latte della luna, trasforma le forme, i tetti, le case, rischiarando e conferendo alle ombre un fascino e una poesia visiva. Il paesaggio leopardiano non è mai solo descrizione di quello che vedono gli occhi ma un riflesso, un racconto che attraversa le emozioni, la memoria, la speranza, la vita, che altro non è che un temporale estivo che si abbatte, violento e vigoroso, sul paesino natio.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.

Iscrizione sul Colle dell’Infinito a Recanati. Fonte: Wikimedia Commons

E salire sull’ “ermo colle” per sedersi e immaginare la siepe che si frappone tra lo sguardo e l’infinito, tra vicinanza e lontananza, tangibile e ineffabile, lì dove il giovane poeta respirava, fuori dalle dure mura familiari, nel “sovrumano silenzio”. Duecento anni di un componimento che in soli quindici versi racchiude l’immensità di una poetica che trascende l’epoca, per diventare idillio universale e mai banale, il racconto di un istante in cui l’uomo di perde tra ciò che vede e ciò che gli è negato, in grado di colmare con il proprio sentire e l’immaginazione quello che “lo sguardo esclude”, in uno spirito romantico che trasforma il sublime in un istante di solitudine.

Giacomo Leopardi ci ha lasciato molto di più che uno spicchio di eccellente letteratura: ci ha portato nel suo paesaggio marchigiano, ce lo ha disegnato intorno, ovunque noi siamo, e in esso ci ha fatto riconoscere, con le nostre debolezze e il nostro coraggio. Ha scelto la fragilità e la gialla allegria di una pianta umile come la ginestra, ha preso la sua grinta, la sua capacità di fiorire nel deserto e sulle sponde dense di ceneri del vulcano, per consegnarcela come intensa metafora di una vita che può piegarci senza mai spezzarci.

Finestra della Biblioteca di Palazzo Leopardi da dove Giacomo guardava Silvia. Fonte: Copyright Casa Leopardi, è vietata la riproduzione

Centomila circa sono i turisti, italiani e stranieri, che ogni anno visitano Recanati per ritrovare e vivere in prima persona i paesaggi descritti dal poeta. Si dirigono al borgo natio per raggiungere la piazzetta del Sabato del villaggio, chiusa tra i gradini della chiesa, la facciata di Palazzo Leopardi e la casa della cantata Silvia, un ambiente immutato che sembra essere rimasto alla fanciullezza di Giacomo, ai suoi ricordi. Da qui parte un ricco itinerario, impeccabile sia dal punto di vista filologico che documentario, che introduce il visitatore al mondo del letterato, liberandolo dalla rigida e semplicistica interpretazione che ne danno i libri scolastici, per raccontarlo genuinamente, attraverso i suoi oggetti, le sue mura, i suoi documenti autografi.

Culla e abito battesimo di Giacomo Leopardi al Museo Leopardi. Fonte. Copyright Casa Leopardi, è vietata la riproduzione

In questo grande merito va dato all’idea di istituire un museo permanente allestito nei locali dell’ex frantoio, un percorso espositivo che, come sottolineato dalla contessa Olimpia Leopardi, “rivela al grande pubblico le collezioni private che la famiglia ha custodito nei secoli per renderle fruibili ai visitatori“, un’occasione preziosa per restituire al visitatore il piacere del contatto diretto e umano in primo luogo con Giacomo, il bambino, l’uomo, e poi con il letterato. Dalla culla al vestitino di battesimo, dai soldatini di piombo alle spade in legno, fino agli zibaldoni; tutto parla dell’infanzia del poeta vissuta a stretto contatto con i fratelli Carlo e Paolina, sotto lo sguardo attendo del padre e l’indifferenza glaciale della figura materna.

Calamaio con cui Giacomo Leopardi ha scritto L’Infinito – Museo Leopardi. Fonte: Copyright Casa Leopardi, è vietata la riproduzione

Punto focale e input essenziale per avviare la visita è senza dubbio l’installazione multimediale nelle antiche scuderie del Palazzo, Io nel pensier mi fingoun’immersione totale, avvolgente e virtuale che intreccia le radici del poeta, dal matrimonio del conte Monaldo con sua moglie Adelaide, alla fanciullezza di Giacomo, tra giochi, capriole e studi. Meravigliose le ombre dei bimbi, i tre fratelli sorpresi tra alte siepi e austeri interni in cui lo spettatore ha la possibilità di accedere, insinuandosi, a un privato che si veste di oscurità e stelle, tra pagine che si rincorrono e prendono vita attraverso le voci narranti.

Biblioteca di Casa Leoparli. Fonte. Copyright Casa Leopardi, è vietata la riproduzione

Le immagini si compongono e frantumano, così come la biblioteca in cui Leopardi ha attinto precocemente e in modo famelico il suo sapere, mai arido e fine a se stesso, ma costantemente accompagnato da una sensibilità alta e sopraffina. Il suo studio “matto e disperatissimo”, delizia e rovina di un giovane favoloso, si alterna alla rappresentazione suggestiva della notte in cui le fronde docili si muovono al vento e accompagnano i pensieri di Giacomo che trae conforto nel riflesso e nel dialogo con la luna. E di qui all’Infinito attraverso una tempesta di stelle, in un commovente ricordo dell’eterno, sulla scia di un’empatia umana che porta ogni animo sensibile a sentirsi vicino e grato per la scrittura di un tale gigante errante tra le stagioni della sua seppur breve vita.

Possiamo sempre salire e sederci su “quel colle”, immaginare il mare, in un vento che ci carezza i capelli e il viso, e qui chiudere gli occhi e lasciar scorrere il pensiero, abbracciarlo con malinconia e speranza, facce di una stessa medaglia che solo la poesia riesce a raccontare.

E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Informazioni

Orari Primavera-Estate
Aperto tutti i giorni dalle 9:00 alle 18:00 
N.B.: Da Lunedì 8 Luglio 2019, aperto tutti i giorni dalle 9:00 alle 19:00. 
Ultimo ingresso consentito in Biblioteca ore 17:30 (in base alla disponibilità dei posti). 
La casa di Silvia è aperta esclusivamente dal Venerdì alla Domenica e nei giorni festivi. Negli altri giorni è aperta solo su prenotazione per gruppi e scolaresche di almeno 20 persone. La Biglietteria chiude 30 minuti prima del museo.
Luogo
Via Leopardi 14
62019 Recanati (MC)
Per ulteriori informazioni 
www.giacomoleopardi.it
Foto di copertina: Calamaio con cui Giacomo Leopardi ha scritto L’Infinito – Museo Leopardi. Fonte: Copyright Casa Leopardi, è vietata la riproduzione
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