Trent’anni fa, il 22 gennaio 1990, si spense nella città di Roma un uomo che contribuì con la sua immensa grazia letteraria e con la sua ineffabile sensibilità a rendere memorabile la poesia italiana del Novecento: Giorgio Caproni.

Nato nel 1912 a Livorno, Giorgio Caproni è stato un intellettuale, uno scrittore, un traduttore e un critico letterario di immenso valore: la sua poesia riuscì infatti a pervadere il mondo e i fenomeni della realtà per mezzo di un linguaggio semplice, portatore di una grandezza spoglia, mai ampollosa, mai ridondante, anzi sempre lucidamente tesa verso l’umile ricerca di verità che contraddistingue quei grandi geni che decidono di condividere la propria visione del mondo attraverso le loro capacità interpretative.

Nel 2017 gli studenti italiani delle scuole superiori sono stati posti, durante la prima prova degli esami di maturità, di fronte a un componimento di Caproni intitolato Versicoli quasi ecologici e dedicato all’attualissimo tema dell’inquinamento ambientale; contenuta all’interno della raccolta postuma Res amissa, questa lirica intende rispecchiare la preoccupazione del poeta verso l’avvilimento della natura nei tempi della modernità, portatori di un’indiscutibile disumanizzazione.

L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore.

In quell’occasione il nome di Giorgio Caproni compariva su ogni social, ravvivando un generale interesse – anche in coloro che non erano a conoscenza della vicenda poetica e biografica – nei confronti delle liriche novecentesche da lui elaborate nel corso della sua esistenza.

Ispirato profondamente dagli aspetti più radicali della produzione montaliana (in particolar modo quella degli Ossi di Seppia), Caproni subì una prima stroncatura nel 1931, quando decise di sottoporre alcune delle sue poesie al direttore della rivista letteraria Circolo, Antonio Grande: i primi componimenti tuttavia, intitolati Vespro e Prima luce, gli verranno pubblicati dopo poco, nel 1933. In seguito ai tragici anni segnati dalla seconda Guerra mondiale, alla quale partecipò in maniera diretta, visse un periodo romano nel quale ebbe l’occasione di stringere dei sodalizi con personaggi quali Vasco Pratolini, Carlo Cassola e Pier Paolo Pasolini: ognuna di queste conoscenze influì sulla sua poetica, che dello spirito novecentesco risulta altamente rappresentativa.

Fonte: www.biografieonline.it

L’esperienza al fronte e la militanza nel movimento partigiano della Resistenza lasceranno in lui un segno indelebile e gravoso: nel ‘48 prese parte al primo “Congresso Mondiale degli intellettuali per la pace”, tenutosi a Varsavia; con lui c’era anche la poetessa Sibilla Aleramo.

Caproni spiccò anche per le sue ragguardevoli qualità di traduttore: nel 1951 Giorgio Caproni si impegnò a traslare in lingua italiana Il tempo ritrovato di Marcel Proust: successivamente si dedicò alle traduzioni di numerose altre opere francesi tra le quali I fiori del male di Charles Baudelaire, Bel Ami di Guy de Maupassant e L’educazione sentimentale di Gustave Flaubert.

Gli venne conferito, inoltre, per ben due volte il Premio Viareggio, nel 1952 e nel 1959, grazie a due incredibili raccolte, Stanze della funicolare e Il seme del piangere, pubblicate rispettivamente a Roma e a Milano.

Ecco di seguito la nota poesia Congedo del Viaggiatore cerimonioso, composta nel settembre del 1960, nella quale il viaggio costituisce una meravigliosa metafora esistenziale utile al poeta per affrontare il tema della morte con leggerezza e affabilità.

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

In copertina: Giorgio Caproni. Fonte: www.blog.graphe.it.
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