Un uomo, braccato dalla polizia corrotta che lo vuole morto, scappa, disperatamente, maledicendo le proprie radici e le scelte che lo hanno condotto a quel punto. Fugge, dunque, ma fuggendo cerca un’arma. Per difendersi, per rispondere all’aggressione, per prendersi qualcosa che sa gli dovrebbe spettare di diritto: la libertà.
Nella giornata internazionale dedicata ai rifugiati, abbiamo deciso di parlare di loro e di come i versi, alla stregua di un’arma trovata nella fuga, li abbiano aiutati a proteggersi, costruirsi un’identità, richiamare uno spirito nazionale.

Ci sono nomi che vengono subito in mente quando si pensa ai poeti rifugiati: Nazim Hikmet, Giorgios Seferis, Czesław Miłosz sono alcuni dei rappresentanti di spicco della poesia dell’esilio; ad essi vanno a sommarsi milioni di altre voci, sommesse, azzittite, tutte però ugualmente rappresentative, che attraversano temporalmente e geograficamente tutta la contemporaneità. Vediamo qualche testo per capire cosa rende particolare, e cosa accomuna, la loro produzione poetica:

Fonti: Poetry foundation – Resistenzaoraesempre

La poesia dei rifugiati ruota indubbiamente attorno ad alcuni temi fondamentali, primi tra tutti la precarietà della condizione umana e il concetto di identità. Il primo di questi elementi trapela dal discorso attorno alla morte, che brutalmente prende posto nella lirica. La poesia, in questo caso, si fa frammentata, perdendo la musicalità che ne contraddistingue alcune forme a noi più note e utilizzando lo stesso spazio visivo per dare l’impressione di una realtà a brandelli. La poesia di Adonis è chiara in questo senso.
L’identità è un altro punto fondamentale nella narrazione dell’esperienza da rifugiati: è un’identità che si sfaccetta tramite le esperienze, si moltiplica a causa della narrazione di quest’ultime e la necessità di sottolineare alcuni eventi e sottacerne altri si trasforma nell’evolversi di una memoria che rimuove e seleziona ricordi a seguito della fuga, del vissuto e dei propri meccanismi di difesa. Per questo, il rifugiato perde, con l’appartenenza geografica, anche quella interiore.

Se non tutti i poeti condividono esperienze fisicamente traumatiche come quelle riportate poco sopra, ognuno di essi ha però su di sé il più vago, ma non meno opprimente, bagaglio della memoria, della casa ormai perduta. Neruda esprime perfettamente il concetto che contiene in sé il germe di un altro importante elemento: quello dell’idealizzazione del proprio passato irraggiungibile, nonostante “le spine” che consciamente l’esule riconosce.
Detto questo, sarebbe però fuorviante pensare che i rifugiati si arrocchino in  una poesia del ricordo: quando parla di casa, sia essa intesa come Stato o come realtà meno ampia,  la poesia di chi fugge non è invariabilmente ferma sulla passiva nostalgia del tempo trascorso. Non è, nondimeno, soltanto un’espressione personale di sdegno, e odio perfino, verso chi ha causato la condizione di esilio. In molti casi, infatti, la poesia si fa strumento di costruzione di una forte identità nazionale: è l’esempio dei poeti ebrei prima del 1946, ma anche di quelli arabi contemporanei; è il caso di chi fugge da dittature percepite come realtà esterne che non appartengono alla patria e che spera di ritornare in un Paese liberato, riscattandolo simbolicamente alla propria memoria traumatica. Soprattutto in questo caso, allora, i rifugiati sono coloro che fuggendo cercano un arma perché, pur consci dell’ineluttabilità della contingenza in cui si trovano, rimangono consapevoli della necessità di un riscatto, di un prolungamento della lotta anche se in altri contesti e attraverso altri strumenti.

La letteratura e la lirica, in particolare, si pongono qui come strumenti utilizzati per il loro potere escatologico ma anche catalizzatore: se da una parte l’espressione individuale rimane caratteristica essenziale della poesia, a questa si affianca così la dimensione sociale e nazionale più ampia, interpretata in maniera inconscia o consapevole. L’arma, allora, si fa affilata, e con essa i rifugiati sperano di poter combattere ciò che preclude loro il ritorno.

Fonti: Cartesensibili – L’ombra della poesia – Zuzanna Olszewska su Academia.edu

Molto ci sarebbe ancora da dire sulla poesia dei rifugiati, ma il punto fondamentale rimane comprenderla nel suo fattore contenutistico: solo questo, infatti, ci permette di empatizzare con la loro condizione, nonostante l’eterogeneità della forma con cui essi raccontano le proprie esperienze. In questo modo, ci facciamo più consapevoli di una realtà a noi apparentemente lontana, ma con cui pure abbiamo alcuni importanti punti di contatto: la memoria, la nostalgia, il sentimento di sconfitta e di dispersione che sono comuni a ogni esperienza umana, in misura più o meno intensa. In questo modo la loro storia diviene anche nostra, e la loro vicenda itinerante parte della nostra formazione interiore; cosìcché, al momento giusto, siamo pronti anche noi ad offrire protezione a chi legittimamente la ricerca.

In copertina: Linh Nguyen “Boy running in a field”. Fonte: Wikimedia Commons
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