Quando morì nel 1989, a Nizza, Bruce Chatwin lasciò centinaia di lettere, reperti, fotografie e scritti accatastati in tutti gli angoli possibili della casa. Ogni stanza sembrava un arcipelago di oggetti trovati, barattati e recuperati in giro per il mondo. Sono più di trent’anni che siamo rimasti orfani di quell’emozione rappresentata su carta che sembrava essere stata creata apposta per Bruce: l’irrequietezza. Una costante irrefrenabile voglia di scoprire, come lui stesso spiegò a Tom Maschler, del perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto ad un altro.

Bruce Chatwin era un uomo stravagante, eccentrico e curioso. Aveva una personalità smerigliata e complessa. Era un fuorilegge posh. Ad appena diciotto anni, cominciò a lavorare per la rinomata casa d’aste inglese Sotheby’s fondata da Samuel Baker nel 1744. A venticinque anni aveva già una gran quantità di soldi messi da parte, e lo aspettava una carriera di tutto rispetto. La verità è che Bruce era un bello, un dandy. Piaceva alle donne tanto quanto agli uomini, ed il suo interesse in reperti archeologici lo rendeva una figura di massimo rilievo nel mondo di Sotheby’s. Peter Wilson, il direttore della famosa casa d’aste, lo sfruttava proprio per questo motivo, racconta il biografo di Chatwin, Nicholas Shakespeare. Lo usava per far colpo su vecchi collezionisti inglesi, ricchi, ed in cerca di affari. Bruce diventò presto inquieto. Un mondo fatto di croste, dipinti esaminati da vicino e di capolavori venduti agli aristocratici dell’epoca gli stava stretto. Molto stretto. Si sentiva forzato, se non deluso. L’immobilità rendeva Chatwin irrequieto e frustrato, aveva voglia di scoprire il mondo, ma non attraverso i quadri. Nel 1966 lasciò Sotheby’s, pur essendo direttore dei reparti di ‘antichità’ e ‘pittura impressionista’. Il perché di questa fuga, sintetizza la sua editor Susannah Clapp, si può trovare in un passo del suo romanzo australiano Le Vie dei Canti

“Un mattino mi svegliai cieco. L’occhio sinistro riacquistò la vista il giorno stesso, ma il destro rimase inattivo e offuscato. L’oculista che mi visitò, mi disse che non c’era nulla di organico e diagnosticò la natura del disturbo. “Hai guardato i quadri troppo da vicino” disse, “Perché non li sostituisci con vasti orizzonti”.

È vero Chatwin non era fatto per vedere il mondo da vicino, aveva bisogno di spazi da scoprire e capire. Così Bruce, che già nel 1965 aveva visitato il Sudan, decise che era tempo di viaggiare e di documentare tutto ciò che vedeva in diari minuziosi, lievemente romanzati, la cui prosa si scioglie nella mente del lettore. Il suo primo libro, In Patagonia fu pubblicato nel 1977. Bruce non era più quello di Sotheby’s, si era sposato con Elizabeth Chandler ed aveva intrapreso una relazione con il regista James Ivory. In questo periodo aveva sviluppato una passione sfrenata per l’architettura ed era diventato inviato speciale del Sunday Times Magazine. A lui vennero assegnati articoli sulla cultura cinese, sulla famosa muraglia, sull’oriente in generale, ma più di tutto fu incaricato di intervistare grandi celebrità dell’epoca come lo scrittore (e poi ministro della cultura sotto De Gaulle) André Malraux, Madeleine Vionnet o anche la matematica Maria Reiche. Giornalista indomabile e fervente esploratore, Bruce Chatwin partì per l’Argentina per sei mesi. Il suo celebre romanzo In Patagonia è proprio il resoconto di questo viaggio. E fotografò fattorie, campi, vecchie stazioni ferroviarie, raccontando le storie delle famiglie che talvolta lo ospitavano. Il risultato è un resoconto di persone che arrivarono in Patagonia, nel sud dell’Argentina, e vi si stanziarono. Nomadi dentro ed argentini d’adozione fuori. Fra le allusioni ai racconti di Edgar Allan Poe, storie di cowboy e mufloni, ed informazioni casuali su fossili, In Patagonia contiene quindici immagini in bianco e nero -scattate da Chatwin stesso- fra cui spuntano, un vascello, una fonderia, un ghiacciaio ed una caverna. Una prelibatezza per i fotografi, tanto che la scrittrice Rebecca West finì per dire: “queste foto rendono l’intero testo superfluo”. In ogni caso In Patagonia si conferma un capolavoro della letteratura di viaggio, non a caso il libro 219 del catalogo Adelphi presenta, sul retro della copertina, una sola frase: “Il libro-simbolo di tutti i viaggi”. E quel trattino non è casuale. 

Traduzione di Marina Marchesi. Euro 11.

Al mostruoso successo di In Patagonia seguiranno Il viceré di Ouidah (1980), ambientato in Benin, Sulla collina nera (1982), un romanzo dalle digressioni dolci, quasi proustiane, ambientato in fra Galles ed Inghilterra, ed un piccolo diario chiamato Ritorno in Patagonia (1986). Chatwin non vagabondava come Kerouac. Non era un viaggiatore beat. I suoi testi non rispecchiano lo stile tradizionale della letteratura di viaggio trovata in Goethe, e non sono accompagnati da una colonna sonora di Eddie Vedder. Ne è la prova il suo Le vie dei Canti (1987), un testo classificato come romanzo, diario e saggio antropologico. Per tutti gli anni ‘70, Chatwin sviluppò una passione per le culture e le diversità ignote al mondo occidentale. Dopo la Patagonia, Bruce rimase affascinato dalle persone nomadi, dal loro errare continuo, tanto da divenire lui stesso un viaggiatore perenne senza meta. Le vie dei Canti esplora il cosiddetto mondo dell’Outback, ossia l’enorme entroterra dell’Australia. Un posto apparentemente vuoto e popolato da pitoni massicci. Ma nel torrido caldo di questa landa, Bruce Chatwin porta il lettore a spasso per i pensieri della sua mente. Questo sconfinato paesaggio desertico, dai rovi increspati e storti, rende l’uomo una miniatura. Un piccolo essere vivente dinnanzi ad un posto sprovvisto di ogni comodità, ed abitato solamente dai suoni. Qui, il rumore del vento sulla sabbia, ed i richiami lontani di animali sfiancati dalla luce solare sembra una melodia, un canto. Forse, dice Chatwin, il linguaggio – il nostro modo di parlare – non è altro che un canto spezzato dal respiro. Bruce prende quest’idea dai dreamings delle popolazioni native dell’Australia, ossia sogni, e talvolta leggende della creazione del mondo tramandate di generazione in generazione. Da qui Le Vie dei Canti diventa un’elaborazione sui miti d’origine, sul nomadismo, e sulle tradizioni al tempo chiamate aborigene. Chatwin si interroga sul concetto di ‘primitivo’, smuovendo domande sulla cultura occidentale, e ci porta allo smembramento degli stereotipi, lasciando cadere qua e là qualche verso di William Blake

Traduzione di Silvia Gariglio. Ebook euro 6,99, tascabile euro 13.

Dopo Le Vie dei Canti, Bruce smise di viaggiare e riuscì a scrivere poco altro. Si ammalò di AIDS e dovette lottare con una forza fisica che aveva perso la voglia di collaborare. Susannah Clapp dice che gli sprazzi di euforia, provocati dai farmaci che assumeva con regolarità, rendevano Bruce una sorta di Bruce al quadrato. Ad una personalità già smisuratamente eccentrica ed eccessiva, si aggiungevano momenti di delirio e divertimento. Bruce pianificava gesti prodigiosi per i suoi conoscenti e per il mondo intero, senza tener conto di nulla e di nessuno. Nel 1988 venne pubblicato il suo ultimo romanzo: Utz. Un testo di 129 pagine che narra la storia del beffardo Utz, schivo venditore di porcellane nel cuore di Praga. Si aggiungeranno un libro di saggi e scritti inediti intitolato Che ci faccio qui? (1988) e Anatomia dell’Irrequietezza pubblicato postumo nel 1997. Che Chatwin abbia tentato di farci vivere senza pregiudizi non è una cosiderazione del tutto esatta, ma che attraverso i suoi scritti ci abbia dato il potere di rifletterci su, è la più grande verità. 

Anche Bruce Chatwin da bambino pensava che gli australiani camminassero al contrario. Ma per credere veramente in una storia bisogna investigarla a fondo. E Bruce non era certo un credulone, era il narratore delle favole. Non colui che le ascolta. 

In copertina: il monte Fitzroy in Patagonia, Argentina. Fonte: Pixabay.
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