Nell’ottobre del 2007, un’anziana signora rientra a casa in taxi dopo aver fatto la spesa in compagnia di uno dei figli: davanti alla porta del suo alloggio trova, con grande sorpresa, un capannello di giornalisti e curiosi che la aspetta trepidante. “Signora, ha sentito la notizia?” le chiede uno di loro; lei risponde di noi con aria quasi seccata, il reporter le comunica ufficialmente che ha appena vinto il Premio Nobel per la Letteratura e la donna esclama innocentemente: “Oh Cristo!”. Quella signora, dall’aspetto qualunque e dall’aria imbronciata, è Doris Lessing, una delle più grandi e prolifiche scrittrici del Novecento; l’episodio è documentato in un video di Reuters disponibile su Youtube.

Attraverso il Novecento: l’excursus biografico e il corpus letterario

di Cristina Cassese

Nata in Iran esattamente 100 anni fa, l’esperienza biografica di Lessing attraversa tutto il secolo breve che la scrittrice assorbe in una dimensione decisamente globale e policentrica per poi rielaborlarlo nella vastissima produzione letteraria che si compone di oltre sessanta romanzi, drammi teatrali, saggi, racconti brevi e memoir autobiografici. Doris May Tayler trascorre l’infanzia e la prima giovinezza nella Rhodesia del Sud (attuale Zimbabwe) allora colonia britannica: il rapporto difficile con la madre e la spiccata sensibilità della bambina e poi dell’adolescente faranno eco in molte delle sue opere. Nel 1949 si trasferisce a Londra dove risiederà per il resto della sua vita ma il vissuto in Medio Oriente e in Africa resterà come un imprinting indelebile: non a caso, la sua prima opera, L’erba canta, è un esplicito appello contro la segregazione razziale in Rhodesia. L’interesse per le questioni politiche e sociali, presente sin dalla giovinezza, sarà uno dei numerosi temi della sua produzione letteraria: nel 1962 esce Il taccuino d’oro, ben presto definito come il primo romanzo femminista della storia, attribuzione che l’autrice non condividerà mai del tutto. Si tratta di un’opera monumentale che, attraverso le vicende della sua protagonista Anna Wulf (nome che esplicitamente rimanda a Virginia Woolf) descrive il nuovo sentire socioculturale delle donne, anticipando le istanze dei movimenti di emancipazione femminile del decennio successivo. 

Universale Economica Feltrinelli, traduzione di Maria Silvia Serini, euro 15.

Lessing sperimenta moltissimo anche dal punto di vista dei generi: negli anni ‘70 pone al centro delle sue opere la condizione psichica del tempo che comincia a manifestare i primi germogli dell’epocale cambiamento indotto dalla rivoluzione informatica. Sono questi gli anni di Memorie di una sopravvissuta (1974) che nel 1981 diventa anche un film diretto da David Gladwell e  del ciclo di fantascienza intriso di sufismo Canopus in Argos (1979-1983). Negli anni ‘80 c’è un ritorno al realismo con Il diario di Jane Somers (1983), pubblicato sotto pseudonimo, e Il vento disperde le nostre parole (1986), resoconto romanzato dell’esperienza di Lessing in Pakistan. E ancora, Sotto la mia pelle e Camminando nell’ombra, autobiografie degli anni ‘90, Ben nel mondo (2000), Il sogno più dolce (2001), Le nonne (2004), Una comunità perduta (2007), Alfred e Emily (2008), senza contare i racconti dedicati agli amati gatti, le opere teatrali, i saggi. 

Una vena scrittoria inesauribile la sua, riconosciuta dall’Accademia di Svezia piuttosto tardivamente: “cantrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa”, Lessing chiuderà per sempre gli occhi sei anni dopo il prestigioso riconoscimento.

Un possibile primo approccio: Il quinto figlio

di Claudio Bello

Per cominciare a immergervi nell’universo di Doris Lessing, vi consigliamo di leggere Il quinto figlio, un romanzo crudele e bellissimo (1988). Quest’opera possiede una dote insita solamente nei più memorabili romanzi brevi: quella cioè di mantenere, pur nella forma romanzo, la lapidaria incisività del racconto. Leggerlo allora è un’esperienza simile allo shock, quasi un pugno improvviso in piena faccia. Allo stesso modo del trauma, romanzi tali lasciano in eredità un’immagine indelebile e martellante. Nel caso de Il quinto figlio, quella di una madre che rincorre il suo bambino per le strade, terrorizzata dall’eventualità che possa essere investito, e al contempo sperando che accada.

Universale Economica Feltrinelli, trad. di Mariagiulia Castagnone, euro 7.

Harriet e David si conoscono a una festa aziendale. Si assomigliano nel loro essere diversi: non ballano, non gli piace per niente quel tipo di divertimento; preferiscono entrambi rimanere in disparte, addossati alle pareti. È per questo che non faticano a notarsi, e che si innamorano in un attimo. Nella Londra libertina degli anni Sessanta, loro sono due tradizionalisti: ciò che desiderano di più dalla vita è una famiglia. Comprano una casa esageratamente grande e, tra i rimproveri dei più progressisti amici e parenti, iniziano ben presto a sfornare bambini: ne vorrebbero addirittura otto. La prima parte del romanzo scorre come una favola felice: i figli arrivano uno dopo l’altro, e durante le vacanze di Natale e di Pasqua la casa si trasforma in una sorta di albergo per l’intera famiglia, con una marea di sorelle, nipoti e conoscenti vari che non vedono l’ora di alloggiare per un po’ in quell’oasi meravigliosa. Tutto va bene, troppo bene: ogni storia che si possa definire tale necessita di una crisi. L’inizio del romanzo ricalca in pieno la prima parte della famosa massima tolstojana: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro»; ma la citazione, com’è noto, prosegue: «ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». L’arrivo dell’infelicità – l’intoppo, il vero inizio di questa storia – coincide con la quinta gravidanza di Harriet. 

Ben – sarà questo il nome del quinto figlio – crea scompiglio fin da subito. Già dentro la pancia è scatenato, scalcia, provoca ad Harriet dei dolori atroci. Lei comincia a chiamarlo: “il nemico”. Quando nasce è più grosso del normale, ma non malato. Apparentemente è solo un bambino difficile; in realtà tutti ne sono terrorizzati, come se facesse parte di un’inumana specie atavica, selvaggia, che continua a imperversare nei nostri geni e a manifestarsi ogni tanto. Le persone, compresi fratelli e padre, non vogliono avere niente a che fare con Ben, che è apatico, inquietante, perfino crudele. Il romanzo si rivela a questo punto per quello che veramente è: un dramma della maternità. Le descrizioni fisiche del complicato rapporto madre-figlio sono così precise da risultare perfide: il doloroso allattamento, le grida, l’inquietante forza fisica di Ben. Harriet si spacca a metà: da un lato lo odia, dall’altro è pur sempre suo figlio; la relazione tra i due è estrema, e per prendersi cura di lui Harriet sarà pian piano costretta a trascurare gli altri figli. La tanto desiderata famiglia prende fuoco. La vedremo bruciare sempre più intensamente. Ne rimarrà solo cenere. 

Doris Lessing mette sotto l’obiettivo del suo microscopio un tema complesso, praticamente tabù: la maternità ripudiata, il dolore – a tratti l’orrore – che questa comporta. E insieme l’inevitabilità dell’amore che ne sta alla base. Il rapporto madre-figlio, che viene spesso presentato semplicisticamente come l’immagine più autentica dell’amore incondizionato, nel romanzo si rivela essere ambiguo, misterioso. Harriet assomiglia a quell’enigmatico personaggio della tradizione greca che è Medea, nel desiderio di distruzione che prova nei confronti di Ben come nel corrispettivo amore per lui, che la condurrà infine a disintegrare il rapporto con gli altri quattro figli. Come Medea, però, Harriet è una vittima, la vittima, anche se tutti la considerano la colpevole, il capro espiatorio a cui imputare la dissoluzione di un mito che, già dall’inizio, non era forse altro che una mera illusione, quello cioè di una famiglia felice. Se le famiglie fossero felici non ci sarebbero storie, e guardatevi intorno: il mondo brulica di racconti.

In copertina: un ritratto fotografico di Doris Lessing, fonte: www.thoughtco.com.
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