Gli occhi sono il centro raddoppiato del corpo umano. I poeti hanno scritto che quello spiritello ingannevole di nome Amore si intrufola in profondità passando attraverso di loro: assomigliano a un tramite, a una soglia da varcare. E poi sono un magnete, gli occhi, e uno specchio rovesciato: riflettono dall’interno la nostra anima, così come le nostre viscere. Rivelano, incapaci di mentire; oppure scoraggiano, incutono timore. A volte provocano disagio, altre ancora disgusto. Spesso ci sentiamo addosso quelli di uno sconosciuto che ci giudicano, o addirittura ci emarginano. In Un cane andaluso, il leggendario cortometraggio del 1929 di Luis Buñuel e Salvador Dalí, l’occhio di una donna viene tagliato in due da un rasoio: è una delle scene più iconiche e disturbanti dell’intera storia del cinema. Insomma, c’è qualcosa di magico e di perverso negli occhi. È facile dimenticare un volto, quasi impossibile alcune sagome di occhi.

Il protagonista de Il cuore rivelatore, a mio parere il racconto più bello di Edgar Allan Poe, è ossessionato proprio da un occhio. Quest’ultimo appartiene al vecchio con cui il narratore probabilmente abita, e per cui, forse, lavora. Dico probabilmente, perché di lui non conosciamo nulla, a parte la sua strana fissazione. Continua a ripetere incessantemente di non essere pazzo. “Ma perché volete dire che sono pazzo?”, chiede al lettore, o forse a un giudice, come punzecchiato in una continua arringa esistenziale. Eppure, a volte la pazzia si manifesta proprio in rapporto a un singolo, decisivo dettaglio. In questo caso un occhio che gli fa gelare il sangue ogni volta che gli si posa addosso: assomiglia alla pupilla di un avvoltoio, è “azzurro chiaro, velato”. Di che si tratta? Il vecchio ha un occhio di vetro? Un occhio malato? Forse è proprio la discrepanza – l’occhio sano e l’occhio malato, l’anima e le viscere – a disturbarlo tanto. Forse l’occhio finto/malato gli rivela un’ambiguità di fondo del vecchio. Una doppiezza camuffata. Quell’occhio d’avvoltoio: il futuro assassino non riesce a pensare ad altro. Dio, quanto lo fa infuriare la vista di quell’abominio. Non ha altra scelta: deve ammazzare il vecchio.

Edizione Feltrinelli, 2014, a cura di Mariarosa Mancuso. Euro 7, 65.

Edgar Allan Poe – poeta maledetto, alcolizzato e giocatore d’azzardo, e poi giornalista, intellettuale, magistrale precursore del racconto dell’orrore e di quello investigativo – nelle pagine del Cuore rivelatore si traveste al contempo da diavolo e da fine dottore della mente. Il nostro assassino è un mostro oppure uno spietato criminale? Un folle o invece un genio del male? La sua lucidità, la freddezza e l’organizzazione maniacale lo rendono simile in modo lugubre a quei moderni serial killer entrati ormai nel nostro immaginario. L’assassino infatti attende con pazienza il momento giusto: per sette notti di fila gira la maniglia della porta della camera da letto del vecchio, attento anche al più piccolo scricchiolio; a quel punto, con lentezza estrema, ficca dentro la testa, e cautamente, con in mano una lampada, punta un impercettibile filo di luce dritto su quell’occhio maledetto. Niente: per sette notti l’occhio non si apre, e l’omicidio non si può compiere. Infatti “non era il vecchio a perseguitarmi, ma il suo Occhio Malefico”, spiega lui.

È un freddo calcolatore, l’assassino. Se fossi pazzo, si giustifica, non sarei di certo stato così attento. Eppure, questa è anche la storia di un mostro, nel senso più arcaico e ferino del termine: quello cioè di belva assetata di sangue. Durante l’ottava notte, al futuro assassino prima scappa un sogghigno, poi capita di fare un rumore nel maneggiare il lume: quasi che voglia di proposito svegliare il vecchio, quasi che ormai non resista più. Il vecchio infatti si sveglia, chiedendo con terrore chi ci sia. L’assassino aspetta – è un maestro dell’attesa –, sa che il vecchio sta cercando di razionalizzare la presenza che avverte nella stanza, e che non riuscirà a riaddormentarsi. La paura più autentica, d’altronde, è proprio quella di ciò che percepiamo ma che non vediamo, dei rumori di dubbia provenienza nel cuore della notte, dei bagliori di un attimo sulla parete, dei fruscii.

L’assassino lo sa bene: è un fine psicologo, e annusa la paura del vecchio come gli squali fanno col sangue: la bestia sta ormai prendendo il sopravvento. Ecco: punta finalmente il lume sul suo occhio. È aperto, sbarrato! Una rabbia cieca pervade l’assassino, che attende ancora un po’, pregusta. Intanto uno strano rimbombo si fa strada nell’aria: è il cuore del vecchio, si dice l’assassino, la sua angoscia che batte come un tamburo. Il rumore velocemente diviene tanto forte che qualcuno potrebbe sentirlo, pensa spaventandosi: deve agire. Impaurito e insieme eccitato, l’assassino irrompe infine nella stanza con un urlo, e uccide il vecchio buttandolo per terra e scaraventandogli addosso il letto. Anche la vittima urla, per una sola volta, e a tradire l’omicida sarà proprio un urlo – quale? quello dell’assassino o quello del vecchio? Ma in fondo è uguale, le grida diverse tendono a diventare un tutt’uno. L’urlo, che ricorda allo stesso tempo il pianto del neonato e il verso dell’animale feroce, è il simbolo dell’assassino che, come si vedrà, non è altro che un mostro fragile.

Edgar Allan Poe nel 1848. Fonte: Wikipedia.

La verità è che non siamo di fronte al crimine perfetto. L’assassino nasconde il cadavere sotto le assi del pavimento della stanza, pulisce tutto nel migliore dei modi, ed è così sicuro di sé, così tranquillo della precisione della sua opera, che quando tre poliziotti bussano alla porta, chiamati da un vicino che ha sentito un urlo nella notte, lui li accoglie con gioia, si inventa di aver gridato nel sonno e che il vecchio si trova invece in campagna. È tanto tronfio che li fa accomodare nella stanza da letto del morto, ponendo – in un estremo atto di tracotanza – la sua sedia proprio sopra a dove ha nascosto la vittima. Sembra tutto sotto controllo, no? Poi: un rumore, d’improvviso. L’ha già sentito prima. Pare impossibile, ma è il cuore del vecchio, che da là sotto, dalla sua tomba, batte violentemente e lo condanna. Fa un fracasso insostenibile, gli pare. Com’è possibile che i poliziotti non lo sentano? Ma è tutto nella sua testa, anche se lui non lo sa.

È il senso di colpa? La paura di essere scoperto? La calma del perfetto omicida si tramuta così in pazzia. Il racconto giallo diviene un horror. Il mostro è uscito allo scoperto, di nuovo, ma stavolta sotto le spoglie di un cucciolo impaurito. “Confesso il mio delitto”, urla ai tre poliziotti, quando il rumore del battito sovrasta ormai ogni cosa. “Togliete quelle assi! È qui! Qui, il battito di quell’orribile cuore!”

È una sorta di caduta degli idoli. L’intelligenza e la freddezza sono state sconfitte dalla follia e dal rimorso. Il Cuore Rivelatore, proprio come il suo degno figlioccio Delitto e Castigoil romanzo di Dostoevskij sul diritto di uccidere e sull’inevitabilità dell’espiazione – si rivela essere la storia di un ingenuo che credeva di poter sfuggire a se stesso e alle proprie debolezze, e che non c’è riuscito. Mettendo a nudo la contraddizione alla base di ogni omicidio perfetto, Il cuore rivelatore racconta di un mostro che prima uccide scientificamente e poi finisce per autodistruggersi. Per questo è tanto moderno e familiare: nelle sue dinamiche è l’archetipo di molte delle saghe criminali con cui ci intratteniamo ai giorni nostri.

Il 7 ottobre di 170 anni fa Edgar Allan Poe moriva, in circostanze assai misteriose, in una stanza di un ospedale di Baltimora. L’avevano trovato qualche giorno prima per le strade della città, delirante e in condizioni disperate. Non fu mai in grado di spiegare cosa gli fosse successo. Forse il cuore rivelatore aveva iniziato a battere anche per lui.

Immagine in copertina: Egar Allan Poe nel 1849. Fonte: Wikimedia Commons.
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