Qual è il modo migliore per ritrarre un uccello? Ascoltate, ve lo spiega Jacques Prévert. Bisogna innanzitutto disegnare sulla tela una gabbia con la porta aperta, e con dentro qualcosa che possa attirare i desideri di un volatile. A questo punto basterà appoggiare la tela su un albero – che può trovarsi in una foresta come nel vostro giardino – e aspettare: potrebbero volerci pochi attimi, ma anche molti anni. Non scoraggiatevi. Quando l’uccello sarà finalmente arrivato, e dopo che sarà entrato nella gabbia, si dovrà, col pennello, richiudere la porta che avevate lasciata aperta, e poi cancellare le sbarre a una a una. Adesso dovrete ritrarre, tutt’intorno all’uccello, il fogliame, il vento, il sole. Sotto l’animale, invece, traccerete il ramo più bello di un albero. Se a questo punto l’uccello non canta è un brutto segno: vuol dire che il quadro non va bene. Se invece comincerà a cantare, allora il lavoro è finito. Staccate dolcemente una piuma dell’uccello e firmate il quadro. Ecco, precisamente, come fare il ritratto di un uccello secondo Jacques Prévert.

In queste strampalate istruzioni, scritte ovviamente sotto forma di poesia, si intravedono molti temi e peculiarità del bizzarro universo di Prévert: la libertà, che va sempre a braccetto col suo contrario, cioè la prigionia; il continuo trapasso della fantasia tra le griglie della realtà; la dissacrazione ironica di qualunque istituzione – in questo caso quella della pittura. Lo stesso uccello ritorna spesso nei suoi componimenti: è sicuramente un simbolo di libertà, di gioia e di prospettive insolite, ma anche una metafora tragica. L’uccello, proprio come il poeta, vive infatti in una perenne sospensione tra la condizione del volo e quella della gabbia. Tra il cielo e la terra, l’immaginazione e la schiavitù. Non può che tornare alla mente – e d’altronde stiamo parlando di un poeta francese – l’albatros di Baudelaire, quel bellissimo uccello che, imponente ed elegante durante il volo, risulta invece goffo e sbeffeggiato quando prova a camminare. La vita di Prévert è stata tutta un’incessante ricerca di libertà. Intellettuale vicino al movimento dei surrealisti, scrittore per il teatro e per il cinema, soprattutto però poeta: la sua raccolta più famosa, che lo rese celebre, è Paroles, del 1946. Ancora oggi i versi di Prévert sono ricordati, abbozzati, declamati come emblema della fame di amore e di libertà. Alcune sue poesie sono conosciute anche da chi di poesia non si interessa per niente: segno questo di un artista unico nel suo genere proprio perché popolare e universale, che scrive di temi cari a tutti, con parole a tutti comprensibili.

La libertà e la sua negazione, si è detto, sono tra i motivi topici di molti componimenti di Prévert. Ma libertà da cosa, o da chi? Il mondo, la società prévertiane assomigliano infatti a una gabbia tentacolare, che con le sue istituzioni condanna l’individuo a obbedire, assecondare e sacrificarsi in continuazione. La critica, canzonatoria più che spietata, ironica più che aggressiva, è soprattutto al mondo borghese con tutte le sue ramificazioni: la guerra, la famiglia, il lavoro, la scuola. Nella poesia Prima colazione Prévert descrive i classici gesti, meccanici, inutili e alienanti, compiuti da un uomo prima di uscire di casa, si presume per andare al lavoro (mi rifaccio qui all’edizione Guanda delle Poesie, con la traduzione di Maurizio Cucchi e Giovanni Raboni): “Lui ha messo/ Il caffè nella tazza/ Lui ha messo/ il latte nel caffè/ Lui ha messo/ lo zucchero nel caffelatte”. L’uomo comincia poi a fumare senza guardarla, confessa la narratrice, probabilmente sua moglie. Infine, si mette il cappello, prende l’impermeabile e se ne va, continuando a non parlare e a non guardare sua moglie. “E allora io mi sono presa/ La testa fra le mani/ E ho pianto”, conclude lei. È l’insensatezza di una vita dove l’amore è diventato solo convenzione, e la libertà viene soffocata da gesti ripetuti all’infinito, che hanno ormai smarrito qualunque proprio significato, e che anzi continuano a tracciare il solco divisivo tra due individui. Ma anche il lavoro è alienante e mortificante. Capita allora – nella poesia Il tempo perso – che un operaio si fermi davanti alle porte della sua officina: è una bellissima giornata. E allora, si domanda l’operaio: “Dimmi dunque compagno Sole/ davvero non ti sembra/ che sia un po’ da coglione/ regalare una giornata come questa/ ad un padrone?”

La firma di Jacques Prévert. Fonte: Wikimedia Commons.

Ma la protratta tensione verso la libertà si esprime anche in positivo, attraverso immagini gioiose e dense di vita, che sono un marchio di fabbrica della poetica di Prévert. Uno dei suoi componimenti più belli, La bella stagione, esprime, in pochi versi, tutta la carica evocativa e misteriosa dell’estate, in un quadretto che è insieme dolcissimo e sofferente: quello di una ragazza di sedici anni, accaldata e senza soldi, in mezzo a una piazza a mezzogiorno del 15 agosto. Qui c’è tutto Prévert: la giovinezza, la solitudine, la povertà, il sole dell’estate. Pare quasi di scorgerla, questa adolescente affamata ma indubbiamente – anche se il poeta non lo dice – felice. È in questi casi che la poesia di Prévert si tramuta in inno. Stesso discorso vale per quello che è forse il suo componimento più celebre, tanto famoso quanto banalizzato. Mi riferisco ovviamente a I ragazzi che si amano, i cui primi due versi sono conosciutissimi: “I ragazzi che si amano si baciano/ In piedi contro le porte della notte.” Non si tratta qui di un semplice componimento amoroso, ma quasi di una preghiera laica rivolta a qualche dio giovane e vitale. Una preghiera che non fatica a giungere diretta e senza intoppi alla mente e all’immaginazione di chiunque: la libertà, in Prévert, è anche quella dalle asprezze e dall’oscurità della poesia del suo tempo. La poesia torna allora a possedere un valore popolare, cioè di comunicazione universale, e appunto di inno.

La critica che si potrebbe facilmente muovere a Prévert è quella dell’elevata semplicità dei suoi scritti. La sua lingua assomiglia infatti a quella parlata, va dritta al punto, e allora è molto facile banalizzarla o non prenderla sul serio. Ma, prima di tutto, la facilità del linguaggio è solo apparente: come anche in altri scrittori e poeti, gli stili più lineari spesso nascondono un grande e segreto lavoro di sottrazione. Una lingua semplice, d’altronde, è una lingua precisa: bisogna scegliere sempre la parola esatta per dire esattamente quello che si vuole dire. Non si può essere approssimativi né vaghi. E oltretutto, la facilità dello stile di Prévert è, come si diceva, essa stessa una critica all’istituzione: quella appunto della poesia, che spesso dell’oscurità dei suoi versi fa un vero e proprio marchio divisivo tra chi è capace di comprenderla e chi invece no. Prévert è un ribelle di professione, nei cui versi si risveglia l’utilizzo del verso come gioco inconsapevole e fanciullesco. D’altronde, a dominare nelle sue liriche molto spesso è la disperazione, che può capitare di incontrare seduta su una panchina, con “un paio d’occhialini” e un “vecchio abito grigio”. E allora, se la vita è tanto ingiusta, perché non risponderle con la leggerezza e con il gioco? Non si deve cederle, e bisogna anzi farci a botte con le armi della fantasia, che per sua natura è libera, agile e imprendibile.

In copertina: Parigi. Fonte immagine: Pixabay.
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