Come una stella fissa, l’Amor de lonh di Jaufré Rudel ha costantemente illuminato la produzione poetica del mondo occidentale, costituendo ancora oggi una vivida e importante rappresentazione di una particolare concezione dell’amore, basata sul concetto della lontananza, e, dunque, dell’assenza.

Nelle corti che costellavano la Francia del dodicesimo secolo, non solo l’amore veniva cantato dai poeti trobadorici come il sentimento motore della vita, ma era da questi riconosciuto come l’unica rosea strada in grado di permettere all’animo del poeta di uscire dallo stato grezzo e incolto e di affinarsi, elevando sia l’intelletto che lo spirito a una perfezione costantemente agognata, tanto nella dimensione poetica quanto in quella della vita reale; la poesia era lo strumento d’intrattenimento per eccellenza, il fulcro della socialità che in quelle corti veniva sviluppandosi, tra desiderio, creazione e immaginazione. Identificato come il fine ultimo della vita, l’amore, nella poesia cortese, era quindi in grado di nobilitare l’amante grazie alla tensione di cui si faceva provocatore. Il poeta coltiva nei confronti della donna amata lo stesso tipo di dedizione che il vassallo, in ambito delle corti feudali, nutre nei confronti del suo signore. È così che nasce la fin’amor, il servizio d’amore attorno al quale ruota la produzione in lingua provenzale.

Morte del trobadore Jaufre Rudel, Bibliothèque nationale de France, XIII secolo. Fonte: Wikimedia Commons

«Jaufre Rudel fu un uomo molto cortese, principe di Blaia. Si innamorò della contessa di Tripoli senza vederla, per il bene che ne aveva sentito dire dai pellegrini che venivano da Antiochia». Queste sono alcune parole contenute in una delle “vidas”, ovvero in una delle antiche biografie ragionate dei trovatori: quello che perviene a noi è il ritratto di un uomo, prima che poeta, riguardoso e raffinato. La comparsa dell’amor de lonh, nella lontana stagione della lirica trobadorica, ha generato un’incredibile fioritura formale e tematica. 

Le poche rime che di Rudel ci pervengono sono, infatti, fortemente innovative perché foriere di una concezione dell’amore basata sull’assenza e sull’inattingibilità della donna amata. Jaufré è un poeta animato da un’evidente scissione interiore.

De dezir mos cors no fina/ vas selha ren qu’ieu plus am.

Di desiderio il mio cuore non smette di affinarsi / verso quella cosa che io più amo.

Ostacolo e presupposto della creazione letteraria è la lontananza stessa, generatrice, nell’io lirico, di una beatitudine sempre inappagata e torturante, fonte tuttavia di ispirazione poetica e di senso di pienezza. Smarrito e sofferente ma appagato dall’impossibilità: è un’immagine vivissima, quella che ci restituisce il prezioso canzoniere di questo poeta.

Per so m sen trop soen marrir/ quar no n’ai so qu’al cor m’aten.

Perciò troppo mi sento smarrito/ perché non ho ciò che mi aspetto nel cuore.

Non a caso la poesia rudeliana è stata definita paradossale. È proprio il mancato incontro, questa sorta di non possesso, a porre l’accento su quella rerum absentium concupiscentia, per dirla con le parole di Sant’Agostino, ovvero la brama di quelle cose che sono assenti e tuttavia capaci di tenere vivo il cuore del poeta.

Jaufré Rudel, nel suo linguaggio estremamente pacato e al contempo oscuro, misterioso, è indubbiamente uno dei padri della poesia occidentale. Sulla sua linea lirica, dominata da un sentimentalismo quasi fuori da ogni tempo, si sono posti tutti quei poeti (per nominarne alcuni solo tra gli italiani: Petrarca, Montale, Leopardi) i quali hanno elogiato la lontananza come un impulso vitale per l’amore, perché forse unico elemento dei rapporti umani in grado di generare, nella mente umana, le più alte occasioni di riflessione.

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