Si potrebbe definire, richiamando echi leopardiani, uno Zibaldone il libro che riunisce le schede bibliografiche di tutti i libri che costituivano la biblioteca di Pier Paolo Pasolini al momento della sua scomparsa: poco meno di tremila volumi che sono recentemente venuti a far parte del Fondo Pasolini presso l’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux, dove ha potuto ricostituirsi l’intero “laboratorio” del poeta e scrittore.

Graziella Chiarcossi e Franco Zabaglia, “La biblioteca di Pier Paolo Pasolini” (Firenze, Casa Editrice Leo S. Olschki, 2017, 284 pagine, euro 29)

Gli elenchi tematici di questi testi sono ora disponibili in un repertorio di pronta consultazione grazie al volume, a cura di Graziella Chiarcossi e Franco Zabaglia, intitolato appunto “La biblioteca di Pier Paolo Pasolini” (Firenze, Casa Editrice Leo S. Olschki, 2017, 284 pagine, euro 29). Il prezioso catalogo Olschki (il riferimento allo Zibaldone è inteso nel senso di insieme organico e non di miscellanea frammentaria) permette dunque di riscoprire aspetti dimenticati di Pasolini, nonché di conoscerne altri finora ignoti. In realtà il regista e sceneggiatore non coltivava la passione da bibliofilo: per lui il libro non era, come spesso accade per intellettuali vulcanici e versatili, un qualcosa di sacro da venerare: piuttosto, un oggetto utile, pratico, su cui lavorare e con il quale lavorare. Per fini pragmatici, e non idealistici o semplicemente esornativi.

Lo scrittore, nella sua vita itinerante, traslocò più volte: i libri, nessuno escluso, li portava sempre con sé. Poesia italiana, dialettale, popolare, narrativa italiana e straniera, critica letteraria e linguistica, filologia e semiologia: insomma, un universo del sapere messo in fila, più o meno ordinatamente, sugli scaffali, dove la polvere, stando al racconto di alcuni testimoni, faceva spesso capolino, senza però mai oscurare i titoli di ciascun volume. In questo calderone, sistematicamente organizzato, non mancano certo i classici greci e latini, e figura anche il repertorio contenente i libri, e non sono pochi, da lui recensiti.

Graziella Chiarcossi, una delle curatrici del prezioso catalogo, è cugina di Pier Paolo: ha vissuto con lui e sua madre Susanna dal 1962. Ella ricorda che dietro la scrivania si stagliavano gli scaffali con la poesia e la narrativa, accanto ai manoscritti e ai dattiloscritti delle sue opere, che “spiccano nel bianco del legno per il colore rosso mattone delle cartelle”. A fianco del camino, in salotto, “due librerie alte e strette ospitano la collezione dei classici Ricciardi, mentre sopra un lungo fratino, alle spalle del divano, sono messi in bella mostra i volumi d’arte”. Siamo nella casa di via Eufrate 9, in cui madre e figlio si trasferiscono nel maggio del 1963 dopo essersi liberati del famoso mobilio verniciato di nero, rispedito a Casarsa.

Pier Pasolini intento a scrivere su un foglio di brutta

Ricorda Chiarcossi che Pasolini aveva un rapporto “fisico” con i libri. “Faceva tante orecchiette e, a volte, quando non aveva a portata di mano una penna, evidenziava quello che gli interessava con le unghie”. E anche questi colpi di unghie sono registrati nel catalogo. E risaltano più di altri quelli incisi nelle pagine di “La Storia” dell’amica Elsa Morante, libro severamente recensito da Pasolini, perchè, a suo avviso, caotico e disarmonico.

Una sezione a parte, e non meno interessante delle altre, è quella delle dediche, tutte opportunamente trascritte. Ci sono le dediche, assai patetiche, di scrittori in erba che cercano di ingraziarsi il favore di Pasolini: abbondano, al riguardo, le parole “devozione” e “umilmente”. E ci sono poi le dediche smaccate, come quella che recita: “A Pasolini, a cui devo le letture che più mi hanno sconvolto nel profondo”, o come quella che definisce il destinatario “il più grande poeta italiano d’oggi”.

A Pasolini, per avere un recensione, si rivolgevano, ovviamente, anche autori già noti e affermati. Come il poeta Sandro Penna e lo scrittore Giorgio Bassani. In questi casi non c’ è piaggeria, ma un tono più distinto e pacato, in cui spicca – al di là del legittimo desiderio di attrarre l’attenzione sulla propria opera – il sincero rispetto e la sentita stima per un intellettuale il cui giudizio poteva decretare il destino, felice o infelice, di un libro o di una poesia. Perchè quel giudizio, oltre che competente, era sempre equanime e imparziale. Bandiva infatti convenevoli stucchevoli e false cortesie: anche a costo di risultare per il mittente – che anelava a un riscontro positivo – ruvido, ostile e privo di grazia.

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